CHIETI – “L’ufo, ovvero la piattaforma Ombrina mare, nella celebre metafora del presidente della Regione Abruzzo Luciano D’Alfonso, non è ammarato, ma continua ad aleggiare al largo della costa abruzzese. Il governo infatti con la modifica del Titolo 5 della Costituzione potrebbe riaprire la partita, dopo aver accentrato le scelte di politica energetica nelle sue mani”.
A sostenerlo è il giornalista Manuele Bonaccorsi, che di piattaforme offshore e economia del petrolio se ne occupa – assieme a Marcello Brecciaroli e Salvatore Altiero – da più di un anno in una approfondita inchiesta che diventerà un documentario, dal titolo “Italian Offshore”.
Un progetto che ha vinto il prestigioso premo Dig 2015, per cui è in corso anche una raccolta fondi on line sulla piattaforma Indiegogo (https://www.indiegogo.com/projects/italian-offshore#/funders).
Insomma, il giornalismo non solo “va praticato con la suola delle scarpe”, come disse un secolo fa il giornalista Egisto Corradi. In alcuni casi, per essere sul posto a caccia di notizie, servono anche le pinne e gli occhiali.
Un’indagine, quella di Italian Offshore, che ha riguardato ovviamente anche l’Adriatico, dove si concentra buona parte delle 83 piattaforme offshore produttive italiane, di cui 53 a meno di 12 migllia dalla costa.
L’Abruzzo risulta una delle zone più attive in Italia, con numerosi pozzi al largo della costa tra Martinsicuro e Giulianova (Camilla 2, Emma ovest, Giovanna, Squalo ed Eleonora) tra Roseto e Silvi Marina (Fratello cluster, Fratello est 2, Simonetta e Simonetta 1) e più a sud i le piattaforme Santo Stefano Mare della Edison, e Rospo Mare al largo di Vasto, della Edison.
Per la piattaforma Ombrina Mare, al largo della costa dei Trabocchi all’altezza di San Vito Chietino, dopo anni di battaglie e mobilitazioni ambientaliste, è arrivato invece lo stop alla richiesta della società inglese Rockhopper, con il divieto di estrazione entro le 12 miglia, disposto nella legge di stabilità 2016.
Il prossimo 17 aprile si terrà il cosiddetto referendum anti-trivelle.
Il quesito referendario recita: “Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c’è ancora gas o petrolio?”.
Sono materia di referendum solo le trivellazioni già in atto entro le 12 miglia dalla costa.
Se vincerà il sì, non sarà possibile continuare a sfruttare i giacimenti petroliferi dopo la scadenza delle concessioni entro le 12 miglia.
Tale disposizione in ogni caso non si applicherebbe alle trivellazioni sulla terraferma e a quelle che si trovano oltre le 12 miglia.
Il referendum è stato indetto da nove regioni italiane: Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise. Inizialmente erano dieci, poi l’Abruzzo si è tirato indietro.
Ma la partita della petrolizzazione dell’Adriatico, compresa la vicenda Ombrina, non è affatto chiusa.
Manuele Bonaccorsi, da dove nasce l’idea di questa inchiesta?
Decine di nuovi progetti offshore stanno nascendo davanti alle nostre coste, nonostante l’opposizione di coloro che vivono sul mare: comitati di cittadini, pescatori, ambientalisti. Secondo il governo questo porterà ricchezza e nuovi posti di lavoro. Noi abbiamo deciso di vederci più chiaro e abbiamo iniziato a scavare a fondo, per scoprire cosa si nasconde dietro questo business. Stiamo indagando sulle imprese, cercando di capire chi davvero guadagna nel mondo degli idrocarburi. Abbiamo cercato documenti e prove sulle vere conseguenze ambientali delle trivellazioni e ci siamo recati sotto le piattaforme, per verificare tutto di persona.
In che misura inquinano queste piattaforme?
Diciamo subito che su una piattaforma in mezzo al mare, lontana da occhi indiscreti, viene inevitabilmente meno il controllo diretto dei cittadini, che invece è spesso efficace e determinante per gli impianti sulla terraferma.
Uno dei fattori inquinanti è rappresentato dalle “acque di strato”: durante le fasi di coltivazione di idrocarburi, insieme al gas o al greggio, vengono estratti grandi volumi di acqua presente nel pozzo, che contengono molti inquinanti. Questi liquidi, in deroga alla legge, che prevede la reiniezione nel pozzo o lo smaltimento a terra, viene spesso riversata in mare, dopo aver chiesto un permesso, che viene sempre accordato dal ministero dell’Ambiente. Parliamo, solo per Eni, di oltre un milione di metri cubi di acque versato in mare ogni anno. Sostenere che le piattaforme non inquinano, che sotto i suoi pali ci siano vere e proprie riserve marine, come spesso affermato dai responsabili delle aziende, mi pare francamente impossibile. Anche mettendo da parte il grande tema dell’uscita dalla dipendenza dagli idrocarburi, si tratta di capire se il gioco vale la candela, se i vantaggi economici siano o meno superiori ai rischi ambientali.
Ritiene valido uno degli argomenti pro trivelle, relativo ai soldi che i territori possono incassare con le royalty?
In totale le compagnie petrolifere in Italia hanno pagato nel 2015 appena 340 milioni di euro di royalty, una cifra molto bassa: le royalty da noi sono le più basse in Europa. Alle Regioni vanno 140 milioni di euro, in buona parte alla Basilicata dove si concentrano le attività estrattive più importanti, sulla terraferma. Va però evidenziato che le piattaforme in mare non pagano un euro alle Regioni, tutto viene incamerato dallo Stato. Sotto una determinata soglia di greggio e gas estratto, inoltre, le società petrolifere non pagano royalty. Una specie di sconto, che rende conveniente estrarre anche da giacimenti molto piccoli. Il crollo del prezzo del petrolio, inoltre, farà scendere ulteriormente le entrate da royalty, che, come è noto, si calcolano sul valore economico del prodotto estratto.
Le piattaforme petrolifere creano lavoro?
Forse non tutti sanno che su gran parte delle piattaforme italiane non lavora nessuno. Ad esempio, l’impianto di Rospo Mare, in Abruzzo, è completamente automatizzato, radiocomandato dalla terraferma. Spostandoci in Sicilia c’è poi un caso emblematico: l’Eni è impegnata nella realizzazione di un nuovo campo petrolifero in mare, “Offshore Ibleo”, al largo della costa di Licata. È previsto un investimento di 1,8 miliardi di euro, ma i posti di lavoro preventivati sono appena 120. Per fare un confronto, il vicino polo petrolchimico di Gela, in via di dismissione anche per l’inquinamento che ha prodotto negli anni, dava lavoro a migliaia di persone.
Nel vostro viaggio avete focalizzato l’attenzione anche sulle conseguenze sull’economia del mare delle piattaforme. Cosa è emerso?
C’è un forte impatto sull’economia ittica: se viene concesso un permesso minerario, in un raggio di due miglia intorno alla piattaforma viene preclusa la navigazione. In alcune aree dell’Adriatico, dove ci sono molte piattaforme concentrate in un ristretto tratto di mare, le conseguenze sulla pesca sono pesanti. Poi c’è una conseguenza sul turismo, pensiamo al caso di Ombrina mare, un progetto pensato a 3 miglia dalla splendida costa dei Trabocchi. Tenuto conto che sarebbe stato estratto petrolio di scarsissima qualità e in una congiuntura di calo del prezzo del greggio, non sarebbe stato certo un affare per l’economia abruzzese. Si tratta di valutare costi e opportunità in maniera laica.
Tra le tante cose che spiegate nella vostra inchiesta, anche il fatto che la partita di Ombrina Mare non è affatto chiusa.
Il governo ha respinto l’istanza di coltivazione, ma la Rockopper ha ancora in tasca il permesso di ricerca. Se cambieranno le regole il progetto Ombrina, come tanti altri, potrebbe rinascere. Il passaggio decisivo sarà il referendum sul titolo quinto della Costruzione, con cui la competenza in materia di estrazione petrolifera sarà esclusivamente dello Stato, e non più materia concorrente con le Regioni. A quel punto sarà difficile impedire al governo, in uno scenario mutato anche in termini di mercato petrolifero, di riaprire la partita.
Si dice che tanto se non le facciamo noi le piattaforme, a poche miglia le faranno i paesi dell’ex Jugoslavia, nel loro mare, a cominciare dalla Croazia: è vero?
No, è falso: la maggioranza dell’attività petrolifera in adriatico è nel mare italiano, non in Croazia. Noi abbiamo un colosso come l’Eni, da 60 anni all’avanguardia nel settore. La Croazia ha un “campione nazionale” molto piccolo, l’Ina, che è stata recentemente venduto all’azienda petrolifera ungherese. Il governo croato ha poi innalzato le royalty, e ha imposto il diritto di prelazione per l’acquisto a prezzo calmierato del greggio estratto nel suo mare. Questo ha fatto sì che quasi tutte le società petrolifere abbiano gettato la spugna. Sono loro, i croati, a temere effetti negativi dalle estrazioni petrolifere italiane, non viceversa.
Come procede la raccolta fondi, il crowdfunding può essere una risposta per il giornalismo indipendente?
Si tratta di un metodo di finanziamento ancora poco diffuso in Italia, ma molto usato all’estero, spesso nel mondo anglosassone. Eppure proprio nel nostro Paese, dove lo spazio per il giornalismo televisivo d’inchiesta è assai ridotto, è fondamentale per la qualità della nostra informazione trovare metodi di finanziamento alternativi, capaci anche di avvicinare giornalisti e cittadini.






