L’AQUILA – ”La riforma della giustizia deve cambiare anche la norma sull’ingusta detenzione, per garantire il risarcimento a chi è stato in carcere da innocente“.
Torna a chiederlo, in un lettera al premier Matteo Renzi e al ministro della giustizia Andrea Orlando, Giulio Petrilli, storico esponente aquilano di Rifondazione Comunista ed ex presidente dell’ Aret, disciolto ente che si occupava di case popolari, che fu arrestato il 23 dicembre 1980, con l’accusa di partecipazione a banda armata per un suo presunto coinvolgimento nell’organizzazione Prima Linea. Detenuto per sei anni in 13 carceri, da San Vittore ad Ascoli Piceno, sempre nel regime speciale riservato ai terroristi, è stato poi assolto in appello, con sentenza definitiva in cassazione nel 1989.
Ora Petrilli della sua disavventura giudiziaria ne ha fatta una ragione di battaglia politica.
”Ho presentato domanda – premette nella lettera Petrilli – per la riparazione da ingiusta detenzione, ma sia la Corte d’appello di Milano che la Cassazione, hanno rigettato l’istanza in quanto con le mie cattive frequentazioni avrei tratto in inganno gli inquirenti. Come a dire, te la sei cercata, l’assoluzione non conta nulla“.
Questo perchè, spiega Petrilli, nell’articolo 314 del codice di procedura penale, nel primo comma, “si afferma che la riparazione per ingiusta detenzione non viene concessa nel caso di dolo o colpa grave. Con questo comma, si opera cioè un passaggio grave che è quello di introdurre il giudizio morale nel nostro ordinamento giudiziario. In nessun paese europeo esiste questo e si dà la possibilità di rigettare le istanze di risarcimento del 70% delle persone assolte, quindi di fatto a limitare fortemente questo diritto.
“Secondo me – prosegue Petrilli – quando si parla di errore giudiziario e della necessità di adeguarci agli standard europei il primo passaggio è abrogare questo comma, perché una persona assolta non può vedersi negare il risarcimento su un giudizio non più giuridico ma morale: su chi frequentavi.
Queste storture vanno abolite, se un cittadino ha trascorso giorni, mesi, anni, di carcere ingiustamente va risarcito. Conta l’assoluzione, non chi frequentava. In una società libera, puoi frequentare chi vuoi l’importante non commettere un reato e se vieni privato ingiustamente della libertà personale, il risarcimento è un diritto sacrosanto”, conclude Petrilli.






