L’AQUILA – “Non speculo sui fondi europei e non rubo pascoli agli abruzzesi. Sono un allevatore da tre generazioni, sono sceso in Abruzzo per utilizzare i miei titoli nel rispetto del regolamento comunitario, ho partecipato ad un bando esibendo un certificato anti-mafia, rispetto le regole, ho affittato una stalla, assunto due persone e sto avviando una attività zootecnica a tutti gli effetti”.
A parlare è Nicola Daina, imprenditore di Casal Maggiore in provincia di Cremona. Dal 2014 per poche decine di ettari, poi nel 2019 per ben 300 ettari, ha preso in affitto pascoli a Lucoli, comune vicino L’Aquila.
Principalmente, come le norme europee e italiane gli consentono, per accedere ai contributi europei mettendo a frutto i titoli molto consistenti derivanti della sua attività originaria di allevatore di bovini in Lombardia. Senza avere l’obbligo di fare effettiva attività zootecnica, ma solo per mantenere l’equilibrio agronomico dei terreni, facendoci pascolare animali.
In teoria un esponente, finalmente in carne ed ossa, e che non ha problemi a metterci la faccia, ascrivibile al fenomeno della cosiddetta “mafia dei pascoli”.
Meccanismo contro il quale è stata approvata ad aprile scorso nella legge Cura Abruzzo, la norma voluta fortemente dalla Lega, e sollecitata dalle associazioni di categoria locali, pensata per dare priorità ai residenti abruzzesi da almeno dieci anni nell’accesso ai pascoli, sbarrando di fatto la possibilità ai forestieri, rendendo del tutto residuale la possibilità di fare bandi pubblici.
Partendo dal presupposto che il meccanismo dei titoli favorisce attività speculative, a discapito di una sana filiera zootecnica, che produce latte carne e formaggio.
Tagliando fuori i piccoli allevatori locali che non hanno nel loro portafoglio titoli “pesanti”, e non possono alzare il prezzo nei bandi comunali, a differenza di chi in altre regioni aveva grandi produzioni di pregio. Un mercato dei titoli che ha determinato in Abruzzo minacce e intimidazioni volte a lasciare liberi i pascoli.
La norma è stata la scorsa settimana impugnata alla Corte costituzionale dal Consiglio dei ministri, perchè non rispetterebbe il principio della libera concorrenza e la competenza nel legiferare sugli usi civici. La Lega con in testa il vice presidente della Regione e assessore all’Agricoltura, Emanuele Imprudente, ha già annunciato che darà battaglia per difendere una “norma di giustizia e civiltà”.
Nicola Daina dal suo canto giudica profondamente sbagliata, prima ancora che probabilmente incostituzionale, la norma del Cura Abruzzo, rivendica il fatto di esercitare un suo diritto, spiega che anche senza essere tenuto a farlo, lui, come altri “forestieri”, l’attività la svolge per davvero, con benefici per il territorio.
Rivela anche le circa cento pecore trovate morte a Lucoli questo inverno, che grande scalpore hanno suscitato, subito associate alla “mafia dei pascoli”, erano proprio le sue, ma assicura che “come spiegato e documentato agli inquirenti, sono state uccise dai lupi e i miei dipendenti non sono riuscite a metterle in salvo nella stalla, perché l’attacco è avvenuto in una notte di bufera. Non è vero che erano denutrite, né tantomeno erano abbandonate, si erano allontanate per bere, visto che ero in attesa da un mese nonostante i ripetuti solleciti dell’allaccio dell’acqua nella mia stalla”.
Nel dispiegare e argomentare le sue ragioni, Daina parte dall’inizio, da dove e perché sono nati i famigerati titoli Pac.
“Appartengo alla terza generazione di una famiglia di allevatori di bovini – esordisce Daina -. Come tanti altri, a cavallo tra il 2004 e 2005, ho subìto la riforma della politica agricola comunitaria, che ha cominciato a disincentivare il settore, considerato in sovraproduzione, e a livellare il costo della carne, alla luce di accordi internazionali con la regia dell’Organizzazione mondiale del commercio, il Wto. Per evitare che si verificasse il tracollo di tante imprese italiane, la mia compresa, sono stati così introdotti i titoli Pac, il cui valore ad ettaro pascolato, in ogni parte del territorio nazionale, è stato calcolato in base alla consistenza economica della produzione nel triennio 2000- 2002. La mia azienda allevava in quel triennio 4 mila bovini e ha ottenuto un titolo importante, ben più alto ad esempio di chi aveva un piccolo gregge di pecore, che esprime un valore economico molto inferiore. Come altri colleghi ci siamo poi ritrovati nella necessità di trovare pascoli per poter mettere a frutto questi titoli, per non fallire, e in pianura padana di terra libera ne è rimasta davvero poca. E siamo arrivati in Abruzzo, dove invece di pascoli inutilizzati e abbandonati ce ne erano e ce sono ancora moltissimi. Non vedo dove sia l’abuso, siamo un unico Paese, non siamo nel medioevo, non mi sento uno straniero, un invasore”.
Altro punto dirimente è che il titolo non è legato all’effettiva attività zootecnica, bensì al semplice mantenimento ambientale della qualità dei terreni montani, attraverso il pascolamento, e che possono essere presi in affitto in ogni parte del territorio nazionale. In fondo il titolo Pac è un aiuto economico a un settore zootecnico che è stato fortemente penalizzato dalle politiche europee, in cambio di una sorta di “lavoro socialmente utile”.
“Si fa una gran confusione – spiega Daina -: per usufruire del contributo ti devi assumere la responsabilità di gestire un territorio secondo precise regole, se è un pascolo hai l’obbligo di farci pascolare tot animali per ettaro per determinati periodi dell’anno e mantenerlo in buone condizioni agronomiche. Io ho ad esempio ho circa 500 pecore per circa 300 ettari”.
La legge non prevede di avere la proprietà dei capi di bestiame né di svolgere l’attività di allevamento. Non è però il caso del signor Nicola Daina, ma solo per usa libera scelta.
“Io ho deciso di fare attività e produzione a tutti gli effetti per chiudere il cerchio, e come me anche altri allevatori arrivati da Nord – assicura l’imprenditore -. Ho acquistato i capi, ho affittato una stalla, ho assunto due persone residenti a Lucoli, ho ottenuto il marchio Igp Centro Italia, conto di poter commercializzare entro l’anno 300 agnelli, e sto organizzandomi per poter quanto prima produrre anche formaggio”.
Non è vero insomma, dal suo punto di vista, che gli “invasori del Nord”, non lasciano nulla sul territorio, anche perché ricorda, “i terreni li ho ottenuti partecipando ad un bando pubblico del comune di Lucoli, – detto per inciso, esibendo un certificato antimafia – offrendo circa 60 euro ad ettaro, che moltiplicati per 300 ettari, sono 18 mila euro che non sono pochi per l’erario di un piccolo centro. I pascoli erano del resto abbandonati, ho partecipato solo io al bando”.
Ma soprattutto è l’opinione di Daina, non è vero che i detentori di titoli, almeno per quanto gli risulti, sottraggano pascoli ai piccoli allevatori locali.
“I residenti vengono comunque tutelati con l’accesso ai terreni di uso civico, affittati a non più di 20 euro all’ettaro. Anche i mei sono terreni di uso civico, ma a Lucoli c’è un solo altro allevatore, che prima di me, come giusto che sia, è stato ampiamente soddisfatto. Ben prima della legge regionale ora impugnata, a noi ‘stranieri’ vengono riservati i pascoli che eccedono da questa prima assegnazione, e a canoni ben più alti. Non è colpa mia se in molti territori i pascoli sono rimasti liberi perchè quasi nessuno fa più zootecnia”.
Se dovesse entrare in vigore la legge regionale impugnata dal consiglio dei ministri, spiega dunque Daina, probabilmente lui sarebbe escluso dalla possibilità di esercitare la sua attività.
“È una legge sbagliata nell’impostazione, oltre che dannosa: soddisfatto il bisogno dei locali residenti del Comune, cosa che come detto già avviene, si prevede che debba essere data la priorità di acceso al pascolo a chi risiede nel comune vicino, poi nella provincia abruzzese limitrofa e poi oltre a chi risiede nel territorio regionale. Ed è a mio parere una distorsione del concetto di uso civico, che deve privilegiare giustamente i nativi di un territorio circoscritto, non di un abruzzese che vive a cento chilometri di distanza. Non vedo perché quest’ultimo debba avere più diritti di me che vengo allo stesso modo da un altro territorio, e sono italiano come lui, e che anzi questo territorio, se ci vogliamo riferire a Lucoli, lo vivo 365 giorni l’anno e svolgo attività che ha ricadute positive, senza rubare niente a nessuno”.




