L’AQUILA – La riperimetrazione di un’area protetta in uno dei luoghi più belli d’Abruzzo, sarà un “danno d’immagine pagato dalle attività turistiche”, che hanno investito su territorio senza molte altre vocazioni, e non risolverà i problemi dei pochi agricoltori rimasti. Se il Parco non funziona la colpa è anche delle amministrazioni locali che negli anni “non hanno preteso l’approvazione del Piano del Parco”, e della Regione che “non ci ha mai investito risorse adeguate”.
Si accende il dibattito intorno al destino del Parco regionale Sirente Velino, e comuni cittadini, imprenditori del turismo ed esponenti del fronte ambientalista, squadernano ad Abruzzoweb le loro ragioni a difesa della vocazione ambientale del loro territorio, in forte dissenso con le posizioni de sindaci, in particolare della Valle Subequana che invece il Parco regionale Sirente Velino lo vedono come “un inutile baraccone da chiudere”, e che con forza chiedono che si arrivi al più presto alla sua riperimentrazione, come pattuito con l’assessore regionale Donato Di Matteo, in cambio dell’ok alla legge di riforma che accentra i poteri di gestione nelle mani dello stesso assessorato.
La riperimetrazione taglierà il 20 per cento del territorio protetto e porterà alla possibilità di incrementare nelle aree estromesse, in particolare lungo il fiume Aterno, la caccia al cinghiale, allenterà vincoli per interventi edilizi, renderà possibile il taglio del bosco dove oggi vige il potere di veto del Parco.
Tra le voci critiche nei confronti dei sindaci che vogliono uscire dal Parco, in primis quelli di Acciano, Gagliano Aterno, Tione degli Abruzzi, Rocca di Mezzo e Fagnano, c’è quella ad esempio di Alessio Di Giulio, milanese che tanti anni fa è arrivato nella media Valle dell’Aterno per aprire un’attività ricettiva e un centro di educazione ambientale nel borgo di Fontecchio.
“Uscire dal Parco – va dritto al punto Di Giulio – per questi territori sarà un danno d’immagine enorme. Tutti i miei ospiti vengono qui perché siamo dentro un parco, e il turismo, a fianco dell’agricoltura di qualità con i suoi prodotti tradizionali, è probabilmente l’unico ambito economico che ha buone possibilità di sviluppo nei prossimi anni, a fronte di una crescente domanda di turismo rurale di qualità e di ‘turismo lento’, come già ben indicato dal rapporto dell’Ocse sul rilancio dei comuni del cratere”.
E aggiunge: “Non sono originario del paese ma ci sono arrivato molti anni fa animato dall’idea di promuovere un’attività economica sostenibile in una delle celebri aree protette abruzzesi che tanto avevano suscitato la mia passione fin da ragazzo. Io, come altri imprenditori del turismo che hanno investito tutte o tante delle proprie risorse in questo territorio, ora sono molto preoccupato”.
Del resto, ragiona Di Giulio, “una volta usciti dal Parco, si riaprirà la caccia, che è la bestia nera per i turisti che cercano la quiete e la natura. Credo che il problema della proliferazione dei cinghiali può essere risolto invece con efficaci campagne di abbattimento programmato, con un agricoltura di nicchia ad alto valore aggiunto che consente, vista la minore estensione, la possibilità di recinzioni efficaci”.
E non è tutto: gli imprenditori del turismo temono che con la riperimetrazione e l’allentamento dei vincoli paesaggistici, si rischia di compromettere l’integrità dei borghi mediovali che scandiscono questi territori, autentici gioielli risparmiati dall’invasione del cemento, delle villette dozzinali, degli orrori edilizi figli dell’ignoranza dei committenti ed anche dei progettisti, dei capannoni artigianali destinati a diventare archeologia industriale dopo pochi anni.
Uscendo fuori dal Parco, aggiunge poi di Giulio, “gli agricoltori avranno comunque danni alle loro colture dalla fauna selvatica, con la differenza che avranno molte più difficoltà a farsi rimborsare i danni”.
Il problema per Alessio Di Giulio e altri suoi colleghi, insomma, “non è restringere il Parco ma farlo funzionare davvero e farlo finalmente diventare, con bilanci adeguati e personale sufficiente e preparato, un vero motore di sviluppo del territorio”.
Non risparmia critiche ai sindaci “secessionisti”, Giovanni Cialone, di Italia Nostra, una delle associazioni che dopo un lungo percorso di confronto, è giunta alla rottura con il fronte pro riperimerazione, che ora brandisce le sciabole contro il Parco, causa di tutti i mali di un territorio in costante spopolamento.
Le associazioni Appennino Ecosistema, Mountain Wilderness, Salviamo l’orso e Lipu hanno inviato pochi gionri fa al presidente della Regione Abruzzo Luciano D’Alfonso una formale diffida ad adottare il Piano del Parco, che doveva avvenire entro 6 mesi dalla sua istituzione, nel 1989, e di cui esiste già il testo, pronto dal 2010.
“I sindaci – esordisce Cialone – hanno anche le loro ragioni, sui vincoli poco razionali, e sul non funzionamento del Parco, però va anche detto che loro sono i principali responsabili di quello che è accaduto, perché sono anni che stanno nei Consigli di amministrazione del Parco, o sono componenti della Comunità del Parco. Se oggi ci sono problemi è perché in trent’anni non si è stati capaci di approvare il Piano del Parco e il Piano socio-economico. Ma loro non hanno fatto nulla da questo punto di vista, e per loro il Parco è stato solo un bancomat”.
Con il Piano del Parco infatti i vincoli sarebbero stati molto più graduati, visto che suddivide il territorio in 5 zone, a, b c, d ed e, rendendo i vincoli più sostenibili e miti nelle aree urbanizzate e vocate all’agricoltura ed antopizzate. Il Piano socio-economico avrebbe potuto attrarre risorse comunitarie, regionali, statali.
Senza il Piano del Parco, permangono invece in vigore in modo ‘provvisorio’ da ormai quasi trent’anni i divieti di assoluta inalterabilità dei luoghi, su tutto il territorio del Parco, persino nei centri abitati e nelle zone agricole, che, osservano le stesse associazioni ambientaliste, “fanno degli abitanti di tutti i comuni compresi nel Parco veri e propri ostaggi della mancata applicazione della legge e dell’assoluta discrezionalità dell’Ente Parco per le autorizzazioni relative a qualsiasi intervento sul territorio”.
“I sindaci oltre a dire non vogliamo il Parco – incalza Cialone – devono dire cosa vogliono fare per il loro territorio, quali progetti intendono mettere in campo per favorire l’artigianato, i turismo la multifunzionalità delle aziende agricole, uniche possibilità per aree montane”.
E aggiunge: “Noi associazioni ambientaliste non siamo contrarie in linea di principio alla riperimetrazione, ma va fatta da organi terzi e con un approccio rigorosamente scientifico, non in base a valutazioni meramente politiche e discrezionali, escudendo aree di pregio che sono un patrimonio comune”.
E incalza: “I sindaci sono contrari anche ai Siti di interesse comunitario e alle Zone di protezione speciale, perché sostengono che impongono un vincolo ambientale ritenuto insopportabile. Ebbene: la Regione Abruzzo da 10 anni non approva i Piani di gestione delle aree Sic e Zps, e questo significa aver perso parecchi soldi che l’Europa mette a disposizione. Ma anche qui non mi pare che i sindaci abbiamo sollecitato la Regione, che per il suo Parco e per le aree protette fa poco o nulla”.
C’è poi chi spezza una lancia per il tanto vituperato Parco. Tra loro Massimo Santilli di Castelvecchio Subequo, studioso della storia locale e promotore di numerose iniziative culturali.
“Che dal Parco Sirente velino ci si aspettava migliori risultati di incidenza sul territorio è innegabile – spiega Santili – ma che si debba demolire ogni iniziativa messa in campo dall’Ente lo trovo assolutamente ingiusto. Solo per restare nell´ambito della promozione culturale, mi preme ricordare che sono state condotte a termine numerose attività di grande spessore e di indubbio vantaggio per l’intera cittadinanza dell’area protetta”.
“Il territorio del Parco – aggiunge Santilli – è stato oggetto, nel corso degli anni, di studi sistematici che hanno consentito di raccogliere e conservare un patrimonio di conoscenze di assoluto valore documentale nei vari campi disciplinari”.
Il Parco, sostiene infine controcorrente Santilli, “non può essere inteso, come spesso è avvenuto in passato, quale sola e mera opportunità di approvvigionamento finanziario, ma luogo privilegiato di raccolta ed elaborazione delle istanze e dei contributi spontanei da parte delle comunità locali”.





