L’AQUILA –  A quasi 14 anni dal terremoto, si è sbloccato l’appalto per il restauro del settecentesco Palazzo Centi dell’Aquila, storica sede della giunta Regionale, prima che fosse gravemente danneggiato dal sisma del 2009, ed ora l’obiettivo è stringere i tempi, per arrivare entro dicembre di quest’anno, a riaprire almeno le parti più rappresentative, come la Sala rossa e tutto il primo piano, e di togliere le impalcature esterne.

Una luce in fondo al tunnel, per lavori cominciati dopo tanti ritardi burocratici e vicende processuali, solo a novembre 2020,  dal valore di 6,6  milioni di euro, e con conclusione che era stata prevista a giugno 2023.

La svolta e l’accelerazione si sono avute  nei giorni scorsi con una riunione in cui si è concordato che si procederà con i lavori previsti nell’appalto ordinario, e resteranno per ora fuori quelli eventualmente previsti dalle “riserve” da 2,5 milioni, regolarmente formulate dall’impresa, e respinte dalla Regione Abruzzo, in quanto durante il cantiere sono emersi ulteriori interventi per il restauro di affreschi e apparati decoratici e per il consolidamento delle volte di un palazzo che rappresenta forse la più alta espressione del barocco aquilano, monumento nazionale dal 1902.

Dovrà essere infatti approvata prima una perizia di variante, e solo dopo le parti si rivedranno.

Del resto l’appalto di Palazzo Centi è di importo superiore alla soglia comunitaria ed il Decreto Semplificazioni ha previsto l’obbligatorietà di costituzione di un collegio consultivo tecnico con lo scopo di risolvere le controversie e le dispute tecniche che insorgono nel corso dell’esecuzione dei contratti d’appalto.

In ogni caso i 2,5 milioni di euro di costi aggiuntivi dovranno essere resi disponibili con una nuova delibera Cipe.

Hanno partecipato alla riunione i rappresentanti dell’impresa esecutrice, la molisana General Costruzioni srl, i professionisti dello studio di Marcon di Firenze, e per la Regione Abruzzo, stazione appaltante, il direttore  generale, Antonio Sorgi, che ha preso con in mano con determinazione l’annoso iter, il dirigente del settore Patrimonio, Pasquale Di Meo, il rup Vittorio Di Biase, il neo direttore dei lavori, l’architetto Augusto Ciciotti, nominato grazie ad una convenzione con il Segretariato della Soprintendenza, in sostituzione della dimissionaria Monica Cirasa, che ha dovuto abbandonare l’incarico in quanto impegnata prioritariamente dal suo dirigente in altre attività di competenza regionale.

Una riunione che ha finalmente stabilito una road map definitiva dei lavori,  in questi giorni sono fermi per il tempo invernale, ma che ripartiranno a presto a spron battuto.

A Natale, se tutto andrà finalmente per il verso giusto, potranno seppure in parte riaprire dunque i portoni del palazzo che per tanto anni è stato sede dell’esecutivo regionale, con la sua bellissima sala della Castellina, uno dei punti più alti e panoramici della città che veniva utilizzato per  le riunioni di giunta, la Sala rossa, sede della presidenza della Regione e anche le neviere, scoperte nei sotterranei durante i lavori di messa in sicurezza del post-sisma.

Questo però dopo anni di ritardi, e con la gara che è stata avviata solo nel 2015, ben sei anni dopo il sisma, e che aveva visto la partecipazione di 30 aziende.

La gara è stata aggiudicata a giugno 2017  alla General Costruzioni srl di Isernia per un importo di 6.626.557,17 euro con un ribasso del 35%. Ma a fare ricorso  è stata l’impresa teramana Cingoli Nicola & Figlio srl, seconda classificata, e il Tribunale amministrativo abruzzese ha disposto la sospensiva dell’affidamento all’azienda vincitrice, per poi rigettare il ricorso stesso. Sentenza confermata a settembre 2019 dal Consiglio di Stato.

A complicare ulteriormente le cose, la maxi inchiesta della Procura della Repubblica dell’Aquila, deflagrata nel 2016, su presunti favoritismi nell’appalto con trenta indagati, tra cui l’ex presidente Luciano D’Alfonso, il suo segretario particolare Claudio Ruffini e i dipendenti Giancarlo Misantoni, Carlo Giovani, Roberto Guetti e Silverio Salvi, ed ancora l’ex dirigente dei beni culturali, Berardino Di Vincenzo, suo figlio Giancarlo Di Vincenzo, architetto, i costruttori Giancarlo Di Persio e Mauro Pellegrini, titolari della Dipe, una delle ditte che aveva partecipato alla gara.

Una inchiesta che ha avuto un clamore nazionale, ma che si è conclusa in una bolla di sapone, con l’archiviazione per tutti gli inquisiti, nel settembre del 2018, da parte del giudice per le indagini preliminari, Mario Cervellino.