L’AQUILA – Un breve racconto ucronico, cioè che descrive una realtà alternativa a quella di oggi, per evidenziare le lacune della classe dirigente aquilana di centrosinistra sulla vicenda della riorganizzazione sanitaria che rischia in modo sempre più concreto di “declassare” l’ospedale San Salvatore, con seri rischi anche per il futuro della facoltà universitaria di Medicina.

A scriverlo l’ex direttore generale della Asl, Giancarlo Silveri, che ha lasciato l’incarico a fine 2015, e che ipotizza gli scenari che sarebbero accaduti qualora lo scippo all’ospedale aquilano fosse avvenuto con il centrodestra al comando: rivolte, fasce tricolore, parlamentari incatenati…

Ma è solo un sogno, appunto. Di vero c’è “soltanto il decreto, emanato dal presidente della Regione che stabilisce i livelli degli ospedali, con le sue possibili conseguenze. D’altro canto, riflettendoci – dice Silveri – diversa programmazione poteva forse essere fatta se L’Aquila avesse avuto una classe dirigente vera, evidentemente non è così. Gli aquilani, almeno quelli del 1970 non ci sono più”.

Non stupisce l’acre critica di Silveri, visto che fin dall’inizio del suo mandato è stato più volte sotto il tiro incrociato del sindaco, Massimo Cialente (con il quale sono fioccate le querele), della senatrice Stefania Pezzopane e di altri esponenti del centrosinistra che ora contesta.

Anche Luciano D’Alfonso, appena insediato come presidente della Regione, aveva assicurato che avrebbe “tesaurizzato la sua professionalità” in altri modi e non sarebbe finito “a passeggiare ai giardinetti pubblici” ma poi le cose sono andate diversamente: l’astio forse nasce anche da questo.

LA NOTA COMPLETA

Tirava una brutta aria all’Aquila, sembrava di essere tornati al 1970 quando la città in rivolta reclamava il legittimo riconoscimento del ruolo del Capoluogo di Regione insidiato seriamente da Pescara.

Questa volta si trattava dell’ospedale e della facoltà di medicina dell’Università. La Regione retta da una coalizione di centrodestra, aveva stabilito, con decreto del presidente/commissario per la sanità, la istituzione di un solo presidio ospedaliero di 2° livello anziché di due, come la legge avrebbe consentito e aveva deciso che fosse quello di Pescara/Chieti.

L’ospedale aquilano sarebbe stato classificato di 1° livello e così anche quello di Avezzano tanto per parlare del solo territorio provinciale.

La questione non era da poco visto che gli ospedali di 1°livello potevano avere solo determinate discipline mediche mentre quello di 2° livello le doveva avere tutte ed era deputato, in base alla legge nazionale, a provvedere anche alla promozione, sviluppo di metodi, strumenti e programmi da diffondere poi nelle strutture di rango inferiore.

Questo significava che le innovazioni, specie di macchinari, attrezzature e strumenti sarebbero state in primo luogo destinate a Pescara/Chieti e poi, risorse economiche permettendo, agli altri.

Considerata la rapidità delle innovazioni in medicina, specie per strumenti e macchinari, era facile immaginare quanta mobilità passiva si sarebbe determinata nel brevissimo periodo dato che la gente, si sa, è giustamente portata a servirsi delle strutture sanitarie meglio dotate e quindi, pur dovendo subire il disagio di un viaggio sulla costa, avrebbe sicuramente tralasciato, salvo per le cose più banali, di rivolgersi all’Aquila.

Mobilità passiva significava che la Asl locale avrebbe pagato a quella di Pescara, tutte le prestazioni assistenziali effettuate ai cittadini residenti nella provincia aquilana, determinando, fra l’altro, un arricchimento di quella e un suo “impoverire” che lo avrebbe poi, sempre di più reso impossibile avere risorse economiche per ammodernamenti di strutture e mezzi diagnostici.

Ovviamente tutto questo avrebbe avuto seri risvolti negativi anche per la facoltà di medicina dell’Università dell’Aquila mentre avrebbe consentito un rilancio robusto per quella di Chieti.

Gli esponenti delle istituzioni cittadine stavano organizzando vere e proprie barricate. Il sindaco aveva spedito, questa volta, la sciarpa tricolore non al presidente della Repubblica, ma al presidente della Corte Europea per i diritti dell’Uomo e, non volendo incomodare ulteriormente il presidente della Regione, aveva iniziato lo sciopero della sete (e si sa quanto è brutto stare senza bere).

La senatrice Pezzopane (che voleva strapparsi i capelli ma poi ha desistito perché il suo boy non era d’accordo) aveva tralasciato di parlare dei gravi problemi della squadra di calcio del Lanciano e si era incatenata durante la trasmissione televisiva delle Iene mentre Lolli, deputato al Parlamento, si era incatenato davanti al palazzo di Montecitorio disperato per non poter fare nulla di più.

Il pro rettore dell’Università dell’Aquila (medico) si era arruolato nelle file della sinistra e aveva iniziato lo sciopero della fame (e si sa quanto è orribile stare senza mangiare) mentre la rettrice inveiva contro la Regione artefice dello scempio determinato dalla scelta fatta.

Il presidente del Consiglio comunale aveva convocato il Consiglio comunale in seduta a oltranza presso l’ospedale, all’esterno o all’interno a seconda del tempo, e i consiglieri comunali, specie quelli della maggioranza, si davano il cambio per assicurare il numero legale 24 ore su 24.

Anche nella Marsica l’idea di dover ricorrere a Pescara o a Chieti per urgenze di 2° livello quando L’Aquila sarebbe stata molto più a portata di mano, il sindaco, affiancato dal presidente del Consiglio regionale, stava convocando gli stati generali della sinistra e minacciava una vera e propria rivoluzione.

Proprio su questo scenario mi sono svegliato, era stato un sogno.

La Regione non è governata dal centrodestra ma dal centro sinistra, Lolli non è deputato al Parlamento ma vice presidente della Regione, nessun esponente della sinistra, salvo tanta “fuffa”, aveva fatto nulla di quanto apparso nel sogno.

Insomma, di quello che avevo sognato era vero soltanto il decreto, emanato dal presidente della Regione che stabilisce i livelli degli ospedali, con le sue possibili conseguenze.

D’altro canto, riflettendoci, diversa programmazione poteva forse essere fatta se L’Aquila avesse avuto una classe dirigente vera, evidentemente non è così. Gli aquilani, almeno quelli del 1970 non ci sono più.