PESCARA – È stato fissato al 14 marzo prossimo, davanti alla Corte d’assise d’appello dell’Aquila, il processo di secondo grado a carico di Davide Troilo, l’uomo condannato a 30 anni di reclusione per l’omicidio della ex fidanzata Jennifer Sterlecchini, uccisa a soli 26 anni dopo una lite il 2 dicembre 2016 con 17 coltellate.
Come riporta Il Centro, il delitto si consumò nella casa dove la vittima aveva vissuto con il fidanzato a Pescara, in via Acquatorbida e quel giorno vi era tornata con un’amica e la madre per ritirare i suoi effetti personali.
La ragazza stava facendo una serie di viaggi dalla casa alla macchina per caricare le sue cose che erano rimaste in casa, durante uno di questi viaggi, mentre la madre e l’amica si trovavano vicino all’auto, la porta di casa si chiuse all’improvviso dietro le spalle della vittima.
Sia la madre che l’amica non poterono fare nulla se non assistere impotenti alle grida di Jennifer rimasta dentro casa con il suo ex che l’accoltellava, quando gli investigatori riuscirono ad entrare trovarono la ragazza a terra in un lago di sangue.
Troilo è assistito dall’avvocato Giancarlo De Marco, in primo grado è stato giudicato con il rito abbreviato dal gup Nicola Colantonio e condannato a 30 anni, contestandogli anche la premeditazione e i futili motivi.
L’avvocato ha annunciato nel ricorso, la richiesta di una seconda perizia psichiatrica per il suo assistito.
Adesso la discussione in appello verterà proprio su questo determinante aspetto dell’aggravante dei futili motivi, la difesa cercherà infatti di farla cadere per riuscire a ottenere una consistente riduzione della pena.
Senza i futili motivi la pena base partirebbe da 30 anni e con la diminuente del rito abbreviato, la pena conclusiva dovrebbe assestarsi intorno ai 16 anni di reclusione.
Inoltre la difesa cercherà anche di strappare alla Corte il riconoscimento delle attenuanti generiche che potrebbero ulteriormente abbassare la pena finale.
Nell’appello l’avvocato De Marco aveva infatti evidenziato come il gup, in sentenza, individuò il movente nella mancata restituzione di un tablet, mentre nell’imputazione si contestava a Troilo di aver ucciso l’ex fidanzata per non aver sopportato la fine della storia.
l giudice nella sentenza di primo grado scrisse che la vittima, “venne aggredita in maniera subdola ed improvvisa”, colpita ripetutamente “con inaudita violenza”, senza avere avuto “neppure il tempo per provare a porre in essere un’azione concreta di difesa”.
E sempre il giudice definì Troilo “un soggetto assolutamente privo di autocontrollo, che è stato capace di porre in essere una condotta violenta, efferata, adducendo motivi futili e banali, in danno di una persona inerme e indifesa”.





