L’AQUILA – “Questa mattina mi è stata restituita dalla Asl dell’Aquila la mia cagna di razza Dachsbrake, di nome Brena, sequestrata sabato sera dall’associazione Enpa, chiusa in una stanza con poche crocchette per terra senza una ciotola di acqua, come dimostra la foto”.

A raccontare la vicenda è Dino Rossi, allevatore di Ofena (L’Aquila).

“Ai veterinari hanno detto di averla chiusa per proteggerla da altri cani ma – spiega Rossi – da qui si vede che i delegati dell’Enpa non conoscono le razze dei cani. Questa razza, infatti, è docile con le persone ma aggressiva con gli altri cani. Brena, comprata 6 anni fa, vive in libertà in azienda allo scopo di allontanare i cinghiali dai campi limitrofi, a volte si allontana e dopo un po’ fa ritorno, è nella genetica di questa razza, molto territoriale e padronale”.

“Sabato scorso – racconta -, come sempre, stava dormendo nel fienile, ma dal pomeriggio inoltrato si sono perse le tracce, così ho iniziato a cercarla anche con il fuoristrada per le campagne circostanti ma niente da fare, di Brena neanche l’ombra”.

“Domenica mattina mi è arrivata una telefonata da un amico di Ofena che mi avvertiva di un post su profilo Facebook dell’associazione Enpa di Ofena con la foto di Brena. Prontamente ho commentato il post spiegando che il cane era mio. Invece la responsabile dell’Enpa di Ofena, residente a Torre dei Passeri, a ben 40 chilometri di distanza, ha contattato la Asl per far prelevare la prigioniera”.

“Codesta associazione – riferisce Rossi – secondo la Legge della Regione Abruzzo sul randagismo N° 21 art 14, avrebbe solo la facoltà di segnalare una volta accertato che il cane sia effettivamente randagio alle autorità competenti. Fino a lunedì mattina, inoltre, nessuno mi ha comunicato dove fosse finita Brena. Preoccupato, ho inoltrato la denuncia ai Carabinieri di Capestrano e solo la sera ho appurato tramite veterinari della Asl dell’Aquila che Brena era stata trasferita nel canile della Asl”.

“Ma non finisce qui – aggiunge – Intanto ad Ofena c’è il ritiro dei cani randagi con cucce sparse per il paese, posizionate dall’Enpa, dove vengono rifocillati quotidianamente, insomma come un albergo diffuso, diventando così un ritiro di tutti i cani dei comuni limitrofi, con il Comune costretto ad intervenire perché alcuni diventano pericolosi”.

“Ho pensato di avvisare anche l’Enpa Nazionale dell’accaduto al fine di far dirigere questa struttura da persone che conoscono le problematiche del territorio”, conclude Rossi.