L’AQUILA – Riprende domani, venerdì 17 presso il tribunale dell’Aquila, e perderà un imputato la cui posizione verrà stralciata per gravi problemi di salute, il processo nei confronti di quattro imputati accusati di concorso esterno in associazione mafiosa nell’ambito dei lavori di ricostruzione privata post-sisma dell’Aquila.
Il procedimento è nato dall’operazione di polizia “Lypas”, che il 19 dicembre 2011 aveva portato all’arresto dell’imprenditore aquilano Stefano Biasini, dei fratelli Antonino Vincenzo Valenti e Massimo Maria Valenti, nati a Reggio Calabria, ma residenti da tempo all’Aquila, e di Francesco Ielo, nato a Reggio Calabria e residente ad Albenga (Savona).
Massimo Maria Valenti che, da quanto appreso, ha subìto un’ischemia durante la sua detenzione cautelare in carcere, verrà dichiarato incapace di partecipare al dibattimento dopo la perizia del neurologo Davide Cerone, incaricato dal tribunale su richiesta del difensore, il legale aquilano Amedeo Ciuffetelli.
La perizia è stata depositata a fine settembre e domani il collegio dei giudici, composto da Ciro Riviezzo (presidente), Guendalina Buccella e Marfisa Luciani, dovrebbe limitarsi a ratificarla.
Secondo gli accertamenti delle indagini, Carmelo Gattuso, il commercialista del boss Santo Giovanni Caridi (entrambi arrestati in un’altra inchiesta), aveva acquistato il 50 per cento della società di costruzioni ‘Tesi Srl’, di proprietà dell’arrestato aquilano Stefano Biasini. Secondo le accuse della procura, Caridi avrebbe provato a inserirsi nella ricostruzione attraverso il contatto aquilano e con la mediazione degli altre tre arrestati.
Particolare interesse ci sarebbe stato da parte degli ndranghetisti ad agganciare anche il padre dell’aquilano, Lamberto Biasini, geometra e amministratore di condominio tra i più quotati in città, aggancio, però, mai andato a buon fine secondo le risultanze delle indagini.
Questo anche a dimostrare la considerazione di cui la categoria godeva e gode nell’orientare l’affidamento dei lavori.
L’operazione è stata condotta dalla direzione distrettuale antimafia, le indagini coordinate dall’allora procuratore Alfredo Rossini e dal sostituto Fabio Picuti.
A eseguire le attività i poliziotti del Servizio centrale operativo (Sco) della Questura del capoluogo e i finanzieri del Gico (Gruppo d’investigazione sulla criminalità organizzata) e del Servizio centrale di investigazione sulla criminalità (Scico) di Roma.
Gli inquirenti hanno anche sequestrato cinque immobili, otto automezzi, 25 rapporti bancari riconducibili agli indagati, per un valore di 1milione di euro, mentre “Lypas” è il nome di una delle ditte riconducibili all’organizzazione criminale.
Da quanto accertato, l’interesse delle cosche Caridi e Zindato-Borghetto si era concentrato sulla ristrutturazione delle case private colpite dal sisma, dato che gli interventi venivano e tuttora vengono realizzati senza gare di appalto pubbliche e senza certificazioni antimafia, peculiarità a cui si cercherà di porre rimedio con un correttivo normativo, probabilmente una nuova legge.
Un mercato ricco, silenzioso e discreto, come emerso anche di recente con le indagini della procura legate a infiltrazioni questa volta della camorra nell’operazione “Dirty job” che ha portato all’arresto di 7 imprenditori tra cui aquilani per estorsione e sfruttamento del lavoro con metodi mafiosi.
E c’è anche l’ultima inchiesta per corruzione nei confronti di un amministratore del capoluogo, la prima perché per la prima volta è stato considerato perseguibile come incaricato di pubblico servizio: un’interpretazione che potrebbe diventare legge nel nuovo testo che, però, ha rallentato non poco la sua trafila nelle aule parlamentari, tanto che alcuni singoli provvedimenti dovrebbero essere stralciati e inseriti nel decreto cosiddetto “Sblocca Italia”.
Secondo quanto ricostruito, i fratelli Valenti erano già attivi nel capoluogo abruzzese fin dal 2007. Prima del terremoto gli investimenti partiti da Reggio Calabria puntavano sul settore del commercio, della ristorazione e dello sfruttamento delle cave.
Poi, con il sisma delle 3.32, lo scenario è cambiato, aprendo quello che ancora oggi viene definito il più grande cantiere d’Europa. Per nascondere l’origine dei soldi, Caridi aveva iniziato a utilizzare l’imprenditore aquilano Stefano Biasini, grazie alla mediazione dei fratelli Valenti e di Francesco Ielo.
L’operazione sarebbe avvenuta attraverso l’acquisto di quota parte del capitale sociale di una società, Tesi Srl, interessata ai lavori post terremoto, utilizzando poi nei cantieri i lavoratori indicati dagli affiliati, usufruendo di imprese riconducibili alla cosca di ndrangheta originaria di Reggio Calabria.






