L’AQUILA – “È sempre più importante il nostro sistema capillare e reticolato sul territorio, presidiato da un’organizzazione ramificata che riesce a percepire i segnali, mette in circolazione le informazioni e gli elementi per bloccare questo tipo di dinamiche”.
Così il comandante della Legione Abruzzo dei carabinieri, il generale Michele Sirimarco, nel corso di un incontro con la stampa alla presenza del procuratore nazionale antimafia Franco Roberti ha voluto evidenziare il ruolo dell’arma nell’ambito dell’operazione “Isola felice” che ha sgominato un rinato clan ndranghetistico tra Abruzzo e Molise.
Il comandante provinciale dei carabinieri di Pescara, il colonnello Paolo Piccinelli, ha spiegato il nome dell’operazione con il fatto che il principale indagato, Felice Ferrazzo, “si era stabilito in quella riteneva fosse un’isola felice, e giustamente perché lo è. Pensava di ricostruire qui le sue abitudini – ha precisato – Il 75% del Pil della ndrangheta è costituito dal traffico di droga e voleva riallacciare rapporti con la casa madre e con altre consorterie criminali”.
Il comandante del nucleo investigativo, il maggiore Massimiliano Di Pietro, ha rimarcato anche “il ruolo importante delle donne del clan. I trasporti di droga avvenivano non solo sui mezzi, ma anche sulla persona, con ovuli ingeriti o inseriti in un cilindro metallico”.
“La cocaina spesso veniva importata in forma liquida, quindi entravano in gioco esperti che la riportavano allo stato di polvere – ha aggiunto – La droga poi veniva piazzata sul mercato attraverso una rete di italiani e stranieri che hanno invaso Pescara, Montesilvano, Vasto, San Salvo e la costa molisana”.
Secondo Di Pietro, “l’associazione era in grado di attuare forme di autoriciclaggio nel commercio di autoveicoli o attività di ristorazione in genere dove venivano reinvestiti i proventi. I pagamenti – ha concluso – avvenivano attraverso i circuiti money transfer che abbiamo monitorato”.






