L’AQUILA – Un ammonimento a evitare “l’insidioso e pervasivo pericolo di rimanere invischiati nel Natale consumistico ed estetizzante” che in realtà, è “un Non-Natale, anzi, per molti aspetti, un Anti-Natale”, e a scansare “la grande tentazione dell’uomo moderno”, ovvero “la pretesa di essere salvatore di se stesso” in un “titanismo arrogante”.

Questo il messaggio dell’arcivescovo metropolita dell’Aquila, monsignor Giuseppe Petrocchi, nell’omelia pronunciata nella messa di mezzanotte a Collemaggio, la prima dopo la riapertura “in questa splendida basilica, restituita non solo alla nostra città, ma alla Chiesa universale”.

“Ognuno di noi si porta dentro una frattura nell’anima, una ‘grande faglia’ spirituale, provocata dal peccato, che genera terremoti ‘interiori’ – ha anche detto il presule – che vanno dagli sciami sismici della scontentezza e della rabbia, alle scosse devastanti dell’egoismo e della violenza”.

L’INTERVENTO COMPLETO

Saluto tutti e ciascuno con il fraterno augurio di Buon Natale! Espressione che può apparire scontata: ma in realtà rappresenta un invito impegnativo! Sì, perché il Natale è un “fatto serio”.

Non è solo rievocazione di un evento successo nel passato, ma è riattualizzazione di un “incontro” con il Signore, che avviene “oggi”. Proprio così, il Natale, accade “qui” e “ora”: è “adesso” che Gesù bussa alla nostra porta e chiede di essere accolto. Non arriva per prelevare qualcosa da noi, ma per donarci la Sua Luce e la Sua Pienezza.

Nella nostra epoca occorre recuperare le ragioni profonde di questa stupenda festa: il mistero del Figlio di Dio che si è fatto uomo, perché, in Lui, anche noi avessimo la grazia di diventare figli di Dio.

È una notizia antica, eppure sempre nuova e sconvolgente: un gesto di Amore immenso, che va difeso dall’effetto raggelante del “già si sa”. Bisogna uscire dall’ “ovvio”: poiché non è facile fare Natale!

C’è l’insidioso e pervasivo pericolo di rimanere invischiati nel Natale consumistico ed estetizzante, che è la versione contraffatta e superficiale della festa cristiana. L’edizione del Natale da cui è stato sfrattato Gesù è, in realtà, un “Non-Natale”, anzi, per molti aspetti, un “Anti-Natale”. Per questo è legittimo chiederci: ma che Natale è il nostro?

Le letture che abbiamo ascoltato, lo sappiamo, non solo parlano “a noi”, ma parlano “di noi”. Per questo, possiamo riconoscerci nei personaggi che compaiono sulla scena di Betlemme.

Nel racconto fatto, dall’Evangelista Luca, abbiamo ascoltato, con tristezza: “Non c’era posto per loro nell’albergo” (Lc 2,7). Siamo perciò avvisati: anche noi possiamo correre il rischio di restare a porte chiuse davanti al Dio-che-viene.

Per spalancare l’uscio di casa occorre avere la mente e il cuore rischiarati dalla “grande luce” che, a Natale, si è accesa e brilla proprio “per noi!” Ma “perché” Dio è arrivato a tanto da farsi uomo? Gesù è venuto tra noi perché abbiamo bisogno di Lui: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna” ha scritto l’apostolo Giovanni (Gv 3,16).

La grande tentazione dell’uomo moderno è la pretesa di essere salvatore di se stesso. Sono molte le versioni di questo titanismo arrogante comparse nel corso della storia, ma il motivo ritornante è sempre lo stesso: l’orgoglioso tentativo di affrancarsi da soli da ogni forma di negativo e costruirsi il paradiso sulla terra, con le proprie mani.

Ma questa volontà di potenza è inevitabilmente destinata a fallire: sia sul piano personale che su quello collettivo.

Commenta Paolo VI: “L’uomo può organizzare la terra senza Dio, ma senza Dio egli non può alla fine che organizzarla contro l’uomo” (Populorum progressio, n. 42).

Senza Gesù non riusciamo a capirci fino in fondo. Lui, infatti, non è solo la via per arrivare a Dio: Egli è anche la strada che ci conduce a noi stessi e ci permette di raggiungere gli altri. Senza Gesù non possiamo approdare al centro di noi stessi e neppure fare verità sul prossimo.

Il Concilio insegna che “l’uomo rimane a se stesso un problema insoluto, confusamente percepito”; “in realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo. Cristo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione” (GS n. 22).

Abbiamo bisogno di Gesù: perché da soli non possiamo liberarci dal male che ci abita. Quel male che cova dentro di noi e avvelena la vita: nostra e di quelli che ci stanno accanto. Il male, infatti, è contagioso: infetta la nostra esistenza e contamina anche gli altri.

Di fronte allo scacco, che spesso dobbiamo registrare, risuona consolante la frase ascoltata dal profeta Isaia: “Tu hai spezzato il giogo che gli pesava e la sbarra sulle sue spalle, il bastone del suo aguzzino” (Is 9,1-3.5-6). Il Signore, se accolto, ci riscatta dalla patologia del male e ci dona una libertà integrale.

Diciamolo con franchezza: le radici dei problemi, che ci intrappolano, affondano negli strati profondi del nostro essere. Sono inutili i tentativi di fuggire da noi stessi e di inseguire gratificazioni fuori, quando la malattia si è già insediata nelle fibre della nostra anima.

L’avevano capito bene anche i saggi dell’antichità. Scriveva Seneca all’amico Lucilio, che cercava, senza risultati, di evadere dal proprio malessere viaggiando. Il cambiamento di “luogo non contribuisce molto se l’animo non si aiuta da sé. Infatti Socrate, a un tale che si lamentava perché dai viaggi non aveva ricavato vantaggio alcuno, rispose: ‘Te lo sei meritato, perché tu viaggiavi in compagnia di te stesso’. Che serve infatti passare il mare e cambiar paese? Se vuoi liberarti da quello che ti tormenta, non occorre che tu sia altrove, ma che sia un altro” (dalle Lettere a Lucilio).

Sì, ogni vero cambiamento deve partire da sé; perciò il primo cantiere, che inaugura autentiche trasformazioni, deve essere impiantato dentro noi stessi.

Ognuno di noi si porta dentro una frattura nell’anima, una “grande faglia” spirituale, provocata dal peccato, che genera terremoti “interiori”, che vanno dagli sciami sismici della scontentezza e della rabbia, alle scosse devastanti dell’egoismo e della violenza.

“L’uomo si trova in se stesso diviso. – asserisce il Concilio – Per questo tutta la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre. Anzi l’uomo si trova incapace di superare efficacemente da se medesimo gli assalti del male, così che ognuno si sente come incatenato. Ma il Signore stesso è venuto a liberare l’uomo e a dargli forza… Nella luce di questa rivelazione trovano insieme la loro ragione ultima sia la sublime vocazione e sia la profonda miseria, che gli uomini sperimentano” (GS n.13).

Dobbiamo ammetterlo: siamo, nobili, e allo steso tempo, miserabili! Capaci di grandi slanci e di pietose bassezze. Per questo “abbiamo bisogno di Gesù”.

Abbiamo bisogno di Gesù, per compiere il bene che il Padre celeste vuole. Solo innestati in Lui, che è l’Amore, diventiamo capaci di amare. Il Dio che viene, nel mistero del Natale, è anche un Dio che ci chiede di metterci in cammino.

È l’invito dell’angelo ai pastori: “Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia” (Lc 2,12). E per “trovare” bisogna spostarsi. Il segreto per fare-Natale sta nell’andare là dove Gesù si fa trovare.

Perciò, fratello carissimo, non aspettare le grandi occasioni. Cerca il Signore dove Egli ti dà appuntamento. Va’ dove Egli ti aspetta: non lontano da te, nella comunità ecclesiale che ti sta accanto. Può essere povera, come quell’umile capanna di Betlemme, ma è lì che abita davvero il Signore.

Non rimandare a dopo, muoviti subito, accogli anche tu l’annuncio dell’angelo. Comincia adesso. Per te stasera risuona il messaggio gioioso pronunciato dal coro degli angeli:
“Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama” (Lc 2,14).

Ma quali sono gli effetti di questo incontro con il Signore? L’apostolo Paolo li tratteggia nella lettera a Tito: “È apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo” (Tt 2,11-12).

Il Signore, se vogliamo – compie in noi il miracolo di farci nuovi: Lui ha il potere di far fiorire anche il deserto.

Ma quando si approda a questa libertà, quando si è sanati dentro, quando si impara a vivere camminando con il Signore, allora la nostra esistenza è abitata dalla pace e la vita diventa un cantico di lode. Vibrano nel cuore le parole proclamate nel testo del profeta: “Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia” (Is 9,2).

Stanotte, in questa splendida basilica, restituita non solo alla nostra Città, ma alla Chiesa universale, sono sicuro che, al canto degli angeli, che innalzano l’Hallelujia, si uniscono le voci di tutti gli aquilani che, nel corso dei secoli, hanno incontrato Dio in questo tempio.

Pure coloro che sono stati cristiani prima di noi, fanno parte di questa assemblea liturgica. Non li vediamo, ma sono davvero qui con noi. Proprio perché hanno fatto il loro ingresso nell’eternità e sono entrati nella comunione dei santi, possono “rendersi presenti”, con il Signore, in ogni epoca della storia: per questo sono nostri contemporanei e nostri coinquilini.

In particolare, ricordiamo, in questa notte santa, tutti i martiri del terremoto del 2009 e di quelli successivi, che hanno colpito il Centro Italia.

Nell’Anno Mariano, che la nostra Diocesi sta celebrando, affidiamoci all’umile Vergine-Madre di Betlemme, facendo nostre le parole di Papa Francesco: “Maria è colei che sa trasformare una grotta per animali nella casa di Gesù, con alcune povere fasce e una montagna di tenerezza. Lei è la piccola serva del Padre che trasalisce di gioia nella lode. (…) È la missionaria che si avvicina a noi per accompagnarci nella vita, aprendo i cuori alla fede con il suo affetto materno. Come una vera madre, cammina con noi, combatte con noi, ed effonde incessantemente la vicinanza dell’amore di Dio” (EG, n. 286).

Il mio augurio è che ciascuno di voi, mettendosi alla scuola di Maria, possa scoprire il “volto amico” di Dio in quell’umile fanciullo, che è nato perché ogni uomo possa assaporare la gioia vera, che non conosce tramonto: quella che il mondo non sa dare.

È con questo desiderio nell’anima che vi abbraccio tutti insieme, e uno a uno, nel Signore che è venuto, che viene e che verrà. Amen!

+ Giuseppe Petrocchi
Arcivescovo