CHIETI – È toccato ai carabinieri, testimoni dell’accusa, ricostruire in Aula oggi davanti al Tribunale di Chieti cosa accadde la notte del 21 marzo del 2014 quando una telefonata anonima partita da una cabina segnalò la presenza a Francavilla al Mare (Chieti), di un ordigno piazzato accanto al cancello d’ingresso dello stabile in cui ha un’abitazione Raffaele Bonanni, all’epoca segretario nazionale della Cisl.
Per quel fatto furono arrestati e oggi sono sotto processo Davide Nunziato, 33 anni, di Francavilla al Mare, al quale è contestato anche il procurato allarme con l’aggravante dell’eversione dell’ordine democratico, e Donato Colasante, 22 anni di Guardiagrele (Chieti).
Entrambi, secondo l’accusa formulata dalla Procura distrettuale dell’Aquila che ha coordinato l’ inchiesta, avrebbero, con finalità di eversione, minacciato l’allora massimo esponente della Cisl, abruzzese, originario di Bomba (Chieti).
Davanti all’abitazione di Bonanni, che quella sera non era a Francavilla, lasciarono una busta di plastica piena di bulloni di ferro avvolti con carta stagnola da cui fuoriusciva filo elettrico.
Scattato l’allarme, quella notte sul posto fu fatta intervenire la Squadra Antisabotaggio dei carabinieri.
“Abbiamo effettuato un primo sopralluogo a distanza, visivo, poi si è proceduto all’apertura del pacco. Era un sacchetto di plastica bianca, un groviglio di carta argentata – ha detto in aula il maresciallo capo Michele Aquino, artificiere dell’Arma – nel pacco c’erano un contenitore cilindrico, un filo e dei bulloni. Non era un ordigno esplosivo, era una simulazione di ordigno”.
“Nella busta non c’era polvere pirica”, ha detto dal canto suo il maresciallo Davide Di Sciullo della stazione di Francavilla che arrivò per primo sul posto dopo che era scattato l’allarme. E che ha ricordato come l’abitazione di Bonanni fosse “uno degli obiettivi sensibili da controllare”.
Alla individuazione di Nunziato quale autore della telefonata che annunciava la presenza della bomba, si arrivò inizialmente grazie ad un’intuizione.
In particolare, la telefonata giunta al 112 quella notte, e registrata, fu fatta ascoltare ad un appuntato, Cristian Paoloemilio, che negli anni precedenti aveva indagato proprio su Nunziato per questioni di armi.
E che in quella voce riconobbe proprio Nunziato.
Ma gli accertamenti andarono avanti e presso il Ris di Roma venne eseguita una comparazione fra due voci sia attraverso l’analisi linguistica che attraverso quella strumentale.
“La probabilità che si trattasse della stessa voce era 144 volte maggiore rispetto all’ipotesi contraria”, ha concluso il luogotenente Cesare Simone.
Entrambi gli imputati oggi non erano in aula: il processo è stato aggiornato al 20 gennaio del 2016 per ascoltare altri testimoni dell’accusa e della difesa e per la discussione.
Nunziato è ancora in carcere perché accusato anche di detenzione di armi ovvero due pistole e un fucile, Colasante è agli arresti domiciliari.






