L’AQUILA – “La nostra comunità, a dieci anni dal sisma che l’ha colpita nel 2009 è chiamata a una maturità di fede che ci porti a condividere il pane con i sofferenti. Nel vangelo di oggi, Gesù invita i suoi discepoli e tutti noi: ‘voi stessi date loro da mangiare’. Da sofferenti che hanno vissuto l’esperienza della solidarietà e dell’amore, siamo ora chiamati a non essere sordi di fronte al grido disperato di chi è solo, abbandonato, profugo e perseguitato”.
E’ uno dei passaggi salienti dell’omelia di don Daniele Pinton, durante la messa di oggi alle chiesa Chiesa di Santa Maria del Suffragio, da tutti conosciuta come chiesa delle Anime sante, in piazza Duomo a L’Aquila andata in diretta oggi su Rete4.
Forte l’invito all’accoglienza da parte di Don Pinton, un messaggio che si inserisce nelle polemiche relative alle politiche dell’immigrazione portate avanti in primis dalla Lega di Matteo Salvini.
“Oggi più che mai, siamo chiamati a rispondere positivamente a questo invito del Signore, vivendo e condividendo l’amore che rende feconda l’Eucaristia che celebriamo. Siamo quindi chiamati, come cristiani, ad aprire la nostra vita all’accoglienza degli ultimi e come Cristo a provare compassione di coloro che hanno fame divenendo noi stessi Sue mani che spezzano il pane per sfamare e donare pace”.
Celebriamo oggi la solennità del Corpus Domini. Anche oggi siamo invitati a meditare sul grande e immenso amore di Dio, sul suo mistero che si rivela a noi e che nel pane e nel vino si fa dono di vita, d’immortalità. Infatti, nell’Eucaristia il Signore dona tutto se stesso, nel suo corpo e nel suo sangue. La prima lettura (Gn 14, 18-20) ricorda la più antica figura del sacerdozio: Melchisedek, re di Salem e sacerdote «del Dio Altissimo» che, in ringraziamento a Dio per la vittoria ottenuta da Abramo, offre un sacrificio di «pane e vino», simbolo dell’Eucaristia. Melchisedek è detto «sacerdote in eterno» perché di lui non si conosce né il principio né la fine.
A maggior ragione tale titolo conviene a Cristo il cui sacerdozio non ha origine umana, ma divina, e quindi è eterno nel senso più assoluto. A lui la Chiesa applica il versetto che oggi si ripete nel salmo responsoriale: «Tu sei sacerdote in eterno, Cristo Signore». L’apostolo Paolo ricalca il realismo usato da Gesù nella promessa dell’Eucaristia.
Paolo richiama ciò che ha appreso dal Signore quando ha istituito il «suo banchetto», nella notte in cui veniva tradito; l’apostolo aveva trasmesso fedelmente questo fatto alla comunità di Corinto. La Cena viene celebrata nella luce della risurrezione e nella prospettiva del ritorno del Signore. Perciò è insieme «memoriale» della morte del Signore e «promessa» di partecipazione alla gloriosa risurrezione nel suo ritorno glorioso (cf Gv 6,39.40.44.51.54.58). È l’«annuncio» più concreto del Cristo, una «evangelizzazione» in atto: «Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga» (seconda lettura). L’Eucaristia-convito è l’argomento trattato dal Vangelo di oggi, nell’immagine della moltiplicazione dei pani (Lc 9, 11b-17). Qui non c’è soltanto il lontano simbolismo del pane e del vino offerti da Melchisedek, ma c’è l’azione di Gesù preludio evidente della Cena eu- caristica.
Gesù prende i pani, eleva gli occhi al cielo, li benedice, li spezza e li distribuisce; gesti tutti che ripeterà nel cenacolo quando tramuterà il pane nel suo corpo. L’Eucaristia è il convito offerto a tutti gli uomini per saziare la loro fame di Dio, di vita eterna. Nella Chiesa di oggi, in un tempo caratterizzato da dinamicità e rinnovamento, spesso accade che le comunità cristiane smarriscano il senso profondo del celebrare, in ragione di una mancata comprensione del rapporto che intercorre tra ciò che celebriamo, professiamo nella fede e viviamo nella vita (lex orandi, lex credendi e lex vivendi).
L’Eucaristia, a più di cinquant’anni dalla Sacrosanctum Concilium, deve essere realmente compresa come culmen et fons della vita della Chiesa, nella convinzione che da lì tutto parte e lì converge. Il Cristo nell’Eucaristia dona se stesso: si fa presenza, comunione e condivisione. Nell’Eucaristia, la Chiesa riconosce la sorgente e il fine, il punto di partenza e la pienezza del vissuto cristiano. La qualità eucaristica dell’esistenza cristiana si mostra nella capacità di vivere la fraterna solidarietà. L’autentico impegno sociale nasce, infatti, da comunità eucaristiche mature, che hanno assimilato il senso cristiano della vita trasmesso dal sacramento dell’eucaristia. A partire da questa dimensione strettamente ecclesiale, l’Eucaristia permea il tessuto sociale, a motivo del rapporto che vincola reciprocamente la Chiesa all’Eucaristia e l’Eucaristia alla Chiesa.
L’Evangelista Luca ci dice che Gesù, dopo aver parlato del Regno di Dio alle folle e guarito i sofferenti, per non rimandare digiuna tanta gente, moltiplicò cinque pani e due pesci (vangelo). Questo miracolo della prima moltiplicazione dei pani, viene indicato come «segno» dell’Eucaristia. Visto in questa prospettiva eucaristica, lo sfamare una folla affamata può richiamare ai cristiani anche il comando di Gesù: «Fate questo in memoria di me».
La preoccupazione per la fame che tormenta tanta parte degli uomini e l’interessamento per alleviarla divengono elementi della celebrazione eucaristica. Già le prime comunità cristiane — sollecitate dagli apostoli (cf 1 Cor 16,1-4; 2 Cor 8—9; Rm 15,25-28) — usavano fare le «raccolte» di beni e di denaro per i poveri, durante la celebrazione dell’Eucaristia. La Chiesa nella società contemporanee, insegna e pratica l’etica del perdono e dell’accoglienza, perché l’Eucaristia è anche «memoria» nelle sofferenze dei vinti della storia e delle vittime della violenza.
La vita dell’uomo di ogni tempo e di ogni dove, spesso si presenta come un deserto colmo di difficoltà e sofferenze e l’Eucaristia è cibo per tutti coloro che sono in cammino verso la santità. Non quindi “cibo per le anime perfette”, ma cibo per quanti sono in cammino verso la perfezione.
La nostra comunità, a dieci anni dal sisma che l’ha colpita nel 2009 è chiamata a una maturità di fede che ci porti a condividere il pane con i sofferenti. Nel vangelo di oggi, Gesù invita i suoi discepoli e tutti noi: «voi stessi date loro da mangiare». Da sofferenti che hanno vissuto l’esperienza della solidarietà e dell’amore, siamo ora chiamati a non essere sordi di fronte al grido disperato di chi è solo, abbandonato, profugo e perseguitato.
Oggi più che mai, siamo chiamati a rispondere positivamente a questo invito del Signore, vivendo e condividendo l’amore che rende feconda l’Eucaristia che celebriamo. Siamo quindi chiamati, come cristiani, ad aprire la nostra vita all’accoglienza degli ultimi e come Cristo a provare compassione di coloro che hanno fame divenendo noi stessi Sue mani che spezzano il pane per sfamare e donare pace.






