L’AQUILA – Il 9 Maggio 1978 veniva assassinato Giuseppe Impastato. Sono passati 35 anni da quel giorno.

Giorno in cui l’Italia era girata a guardare da un’altra parte, senza sapere cosa stava succedendo a Cinisi, un paesino nella provincia di Palermo: il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in via Caetani aveva monopolizzato l’attenzione pubblica.

Peppino Impastato è stato ucciso perché lottava contro la mafia, contro Don Tano, Gaetano Badalamenti, il boss che controllava il paese, con la sua piccola radio Aut, prendendo in giro Mafiopoli (Cinisi) e tutte le persone che facevano finta di niente, nonostante tutti sapessero che “nulla si muove se Tano non lo sa”.

Ma in questo giorno, Peppino, lo vogliono ricordare in tanti, il 9 maggio è la “Giornata dedicata alle vttime del terrorismo”.

Oggi lo ricorda la sua Cinisi, con una manifestazione, “La nostra manifestazione, a cui parteciperanno oltre 100 Comuni – racconta il presidente di Casa Memoria Impastato, Giovanni Impastato – è importante perché aiuta a mantenere vivo il ricordo di Peppino. Anche per questo ci stiamo battendo perché non vada definitivamente in rovina il casolare dove venne ucciso mio fratello, infatti stiamo raccogliendo le firme per una petizione popolare che chiede alla Regione Siciliana di espropriare la struttura”.

E lo ricorda anche la presidente della Camera, Laura Boldrini. “Sono tanti 35 anni. Una vita, ormai, dal giorno in cui Peppino Impastato venne ucciso. Consola però notare come, anno dopo anno, la sua figura sia diventata sempre più punto di riferimento per le nuove generazioni in cerca di riscatto”, inizia cosi il messaggio di saluto e vicinanza inviato a sempre a Giovanni, fratello di Peppino.

“Lo è soprattutto – sostiene Boldrini – per coloro che, vivendo in territori difficili, a lui si ispirano per isolare mentalità e comportamenti mafiosi. Perché è stata questa la forza rivoluzionaria di Peppino Impastato: mettere all’angolo Cosa Nostra con un’arma di certo inedita per l’epoca, l’ironia. Meglio sarebbe dire la derisione. Ridicolizzare i rituali di cosa nostra e i suoi uomini oggi è una strategia contro la mafia. Allora era un atto eroico. Peppino lo sapeva, sapeva di andare incontro a morte certa. Ma questo non lo ha fermato. Così come non si sono mai fermati, nella loro ricerca di verità e giustizia, i familiari e gli amici. La mamma, la signora Felicia che è ancora nel cuore di tutta Italia e il fratello Giovanni. Certo, i boss che ordinarono la morte di Peppino non avevano messo in conto che, 35 anni dopo, lui sarebbe stato ancora un simbolo”.