L’AQUILA – Sabato scorso a Lecce nei Marsi (L’Aquila) ha avuto il felice epilogo la storia dell’ostetrica Maria Pacifici, “Medaglia d’Oro al Valor Civile”, alla quale è stata intitolata una strada dopo quella già intitolata a Paganica nei pressi del distretto sanitario il 25 luglio dell’anno in corso.

La cerimonia è avvenuta alla presenza di un folto gruppo di cittadini e gli alunni con i loro insegnanti delle scuole.

Sono intervenuti il sindaco di Lecce nei Marsi Gianluca De Angelis, Maria Grazia Minisgallo presidente del Collegio provinciale delle Ostetriche, Giancarlo Silveri direttore generale ASL1, Raffaele Alloggia cultore di storia locale, Giovanbattista Pitoni presidente del Comitato celebrazioni per il centenario del terremoto nella Marsica, Alessandro Valletta professore universitario in Diritto dell’Immigrazione, nonché nipote di Maria Pacifici, Gian Clemente Berardini sindaco di Gioia dei Marsi e consigliere provinciale, l’onorevole Gianni Letta per impegni istituzionali non potendo partecipare ha inviato un messaggio al prof. Valletta.

IL MESSAGGIO DI GIANNI LETTA

Sono grato dell’invito del Professor Sandro Valletta per la Cerimonia che si svolge oggi a Lecce dopo quella, così commovente e significativa, tenutasi a Paganica nel mese di luglio. Purtroppo, non mi riesce di essere oggi con Voi a Lecce, come non mi fu possibile di venire a luglio a Paganica. Mi dispiace e me ne scuso con il Professor Valletta e con tutti Voi, accorsi così numerosi a ricordare e celebrare una Vostra illustre concittadina.

La coincidenza con il Congresso Nazionale della Dante Alighieri mi impone di essere oggi a Milano, per ricevere il Capo dello Stato che presienzerà in mattinata i lavori del Congresso. E a lui, quale Vice Presidente della Dante, dovrò rivolgere il saluto degli associati. Una ragione istituzionale che mi priva della gioia di partecipare, da marsicano, alla cerimonia in onore di una grande donna di questa bellissima Terra. Ma non voglio rinunciare ad essere almeno idealmente presente, qui, a Lecce dei Marsi, per inchinarmi anch’io dinnanzi alla memoria di una grande donna che somiglia nel profondo alle nostre Madri. 

E’ una bella iniziativa, un gesto buono e giusto dedicare una strada a Maria Pacifici, meglio – come dice il diploma dell’Onorificenza con Medaglia d’Oro assegnatale: alla “Signora Ostetrica” Maria Pacifici. Direi anzi, che questa strada a lei dedicata, dovrebbe recare un’altra indicazione: “mille volte madre”.  E noi qui siamo un po’ suoi figli, come i due gemelli che portò alla vita con sapienza e prese tra le braccia con trepidazione materna, per significare loro, anche se non capivano, che esiste un amore che squarcia il gelo e la paura, e ci fa andare avanti, ci fa credere nella positività della vita, nonostante i tanti piccoli e grandi terremoti che squassano l’esistenza del nostro popolo e di ciascuno di noi.

Mi sono commosso quando tardivamente, come tutti noi, grazie al cultore della storia di queste terre, Raffaele Alloggia, ho conosciuto anch’io la sua storia. 

In Maria Pacifici, nei suoi gesti semplici, nel suo dovere quotidiano che diventa eroico, vedo l’essenza del nostro popolo marsicano, la sua resistenza senza ostentazione e senza clamore, la capacità di vivere il dolore e persino il lutto come seme di vita nuova.

Il nostro compito è far conoscere specialmente alle giovani generazioni, non solo di queste terre, ma dell’intera Italia, la figura magnifica e profetica della “Signora Ostetrica” Maria. Se il centenario di quel tremendo terremoto, che abbiamo ricordato e celebrato lungo tutto questo 2015, fosse servito anche solo a riportare alla luce questa moneta d’oro, avrebbe assolto pienamente il suo compito, che non è consolatorio, ma di slancio coraggioso per affrontare le macerie del nostro tempo.

Io mi immagino, e invito tutti a farlo, quel 13 gennaio del 1915. Maria è vedova. Ha due figli a Paganica, a 90 chilometri da qui. La scossa a Lecce è terrificante. Il pensiero va a loro. Riesce a sapere che stanno bene, e decide di restare dove può essere utile. Ha seguito, con la consueta premura, una donna prossima ormai alla maternità, si è preparata ad assisterla per aiutarla a partorire in casa. Cerca di capire se stia bene. Le dicono che la casa è crollata, che lei e il marito sono rimasti sotto le macerie. Corre subito verso quel cumolo di macerie, si mette con gli altri a scavare e riescono a strappare quella madre alle rovine, ma non respira più. Ed ecco che, nella costernazione delle persone intorno, lei, con la sua collaudata professionalità, intravede una strada per rendere possibile l’impossibile. Dopo qualche minuto due vagiti pieni di vita dicono che l’ultima parola sulla tragedia non è la morte. 

Non c’è bisogno di spiegare che Maria Pacifici è un esempio. Basta raccontare la sua storia, e qualsiasi persona, per triste e sola che sia, sente un alito di vento puro sul volto, il soffio dell’amore e della vita.

Ecco perché la cerimonia di oggi, il gesto che qui si compie, ha una forza simbolica che dice una verità profonda e carica di una speranza oggettiva, reale, non sentimentale, ma concreta, al punto di essersi manifestata con un vagito, anzi con un doppio vagito. 

Questa strada è una strada fortunata, abitare in via Maria Pacifici, passare di lì, sarà come attraversare una scia di luce, come mettere su casa vicino a una sorgente di benedizioni.

Fortunata è Lecce nei Marsi che, nonostante i suoi 500 morti, il 24 per cento della popolazione di quel tempo, ha recuperato, grazie a Maria Pacifici, il sapore 

straordinario e indelebile della vita. La cifra vera di Lecce nei Marsi non è il lutto, ma proprio la vita nel momento in cui essa sgorga potente, più forte della morte, più potente del più potente terremoto.

Penso a quei due gemelli, che Maria avrebbe voluto adottare, e non fu possibile. Sono probabilmente defunti anche loro, anche se le nostre terre sono ricche di centenari. Ma ci saranno nipoti e pronipoti e chissà dove sono. Sarebbe bello per loro sapere che discendono da un gesto di semplice, ma grande eroismo. E che la loro ava, morta in quel terremoto, invece di conservare nell’aldilà memoria del terrore, ha portato con sé la memoria della vita. E l’ha donata generosamente a tutti noi.

Mi permetto di chiudere qui con un grazie a Maria Pacifici, alla “Signora Ostetrica” Maria Pacifici, e a tutte le Marie Pacifici, conosciute e sconosciute,  che hanno reso unico e prezioso il nostro magnifico popolo abruzzese, che tante sofferenze ha conosciuto e conosce, ma anche tanto amore di madri, facendone una terra virile proprio perché profondamente impregnata della testimonianza delicata e indomita delle sue donne.

E grazie a Voi tutti che avete voluto qui ricordarla con affetto, conservandone per sempre la Memoria e l’esempio, con la strada che porterà negli anni il Suo nome luminoso e la Sua storia eroica ed esemplare. Grazie!