L’AQUILA – Dal segretario dell’Arcigay “Massimo Consoli” L’Aquila, Leonardo Dongiovanni, riceviamo e pubblichiamo.

In merito all’articolo denominato “Che flop le unioni civili” di Elisa Marulli, ci troviamo a dover far notare come, malgrado il numero degli iscritti ritenuto da voi “esiguo”, il cosiddetto “registro delle unioni civili” sia stato istituito principalmente come un simbolo di civiltà e di apertura, in attesa di una legge nazionale, che possa finalmente sopperire a tutte quelle mancanze che solo il legislatore potrebbe colmare.

Questo non ha nulla a che vedere con i grandi numeri che, solo chi non conosce le movenze della comunità gay di una città di provincia e chi ne ignora le sofferenze, avrebbe potuto aspettarsi. I diritti delle minoranze non sono una questione di numeri!

Non era scontato infatti al tempo, che in una città come L’Aquila si parlasse di omosessualità e ricordiamo che i candidati delle elezioni amministrative del 2012, che sottoscrissero con Arcigay l’impegno a realizzare il registro, furono “solamente” Appello per L’Aquila, il Pd e (con una certa diffidenza iniziale che spiega molto bene le recenti prese di posizione della senatrice Blundo) il Movimento 5 stelle.

È anche grazie a questa apertura se oggi le persone omosessuali di questa città si sentono più coinvolte nelle battaglie che le riguardano, meno sole nel fronteggiare l’omofobia: il registro delle unioni civili è stato di fatto, al di là di ogni speculazione, una presa di posizione netta da parte della città di L’Aquila a favore dell’estensione dei diritti, pertanto non potremmo condividere  per nessun motivo al mondo la logica disfattista che ha mosso il vostro articolo.

Saremmo degli sciocchi inoltre se non pensassimo che i risultati di oggi, siano anche figli delle “sperimentazioni” di ieri, senza le quali, non saremmo potuti entrare per il secondo anno consecutivo nelle scuole superiori per parlare di bullismo omofobico, riempire la Villa comunale per la “Giornata internazionale contro l’omofobia”, baciarci “in massa” di fronte alla Basilica di Collemaggio per chiedere gli stessi diritti delle coppie eterosessuali.

C’è anche un aspetto storico che ci teniamo a sottolineare: L’Aquila è stata a tutti gli effetti il primo capoluogo di provincia in Abruzzo a istituire il registro delle unioni civili, in anni molto “sterili” per la comunità Lgbt italiana, poiché, essendo passati al vaglio di un “governo tecnico”, nazionalmente non c’era alcuna speranza di ottenere un riconoscimento giuridico da parte di quella maggioranza parlamentare lì.

E del resto fu proprio all’Aquila che, nel 2008, alla presenza del presidente onorario di Arcigay, Franco Grillini, la presidente del circolo locale Carla Liberatore “scatenò” i sentimenti più disparati dei cittadini e del prelato, per aver organizzato proprio qui i primi matrimoni simbolici in tutta Italia.

I tempi fortunatamente sono cambiati e la storia ci ha dato ragione, visto che il ddl sulle unioni civili presentato dalla senatrice Cirinnà sta compiendo il suo iter in Senato e siamo certi, questa volta non falliremo.

Per queste considerazioni reputiamo quindi inappropriato (per quanto legittimo), l’aver attaccato giornalisticamente il frutto di una battaglia per noi vitale e identitaria, che rappresenta esattamente ciò che deve rappresentare.

Reputiamo inoltre fazioso, l’averlo fatto senza chiedere il punto di vista di chi in questa città rappresenta il movimento Lgbt nazionale, che avrebbe potuto certamente dirimere molti vostri dubbi.

AbruzzoWeb ospita volentieri, come d’altronde più volte fatto in passato, l’intervento del segretario Dongiovanni. Va però rilevato come quest’ultimo compia un errore di interpretazione additando l’articolo di aver “attaccato giornalisticamente” il registro delle unioni civili.

Questo giornale, fedele alle regole della professione giornalistica, non si è limitato a pubblicare i trionfalistici comunicati stampa che annunciavano la nascita, ma ha seguito l’evolversi della situazione, e lo ha fatto non in base alle “movenze della comunità gay di una città di provincia” ma in base alle cifre.

E se è vero che “I diritti delle minoranze non sono una questione di numeri” è altrettanto vero che i numeri non sono dalla parte del nuovo strumento e, cosa ancor più singolare, ad averlo utilizzato, almeno secondo l’amministrazione comunale, sono state solo coppie eterosessuali.

Quest’ultimo aspetto merita un approfondimento. Il registro delle unioni civili non nasce a esclusivo uso e consumo delle coppie omosessuali ma è uno strumento di tutti, capace di coprire una gamma inimmaginabile di situazioni e disparità.

Ghettizzarlo come esclusiva del movimento Lgbt, impossibile da valutare con cognizione di causa per chi non ne fa parte, è una auto-discriminazione che non fa bene né al movimento Lgbt né tantomeno, a chi non vi appartiene.