L’AQUILA – È entrato sulle note di un adagio di Mozart il feretro di Vittorio Antonellini, fondatore insieme a Nino Carloni dell’Istituzione sinfonica abruzzese, morto ieri all’Aquila all’età di 79 anni per una complicazione dovuta al precario stato di salute.
Ad accoglierlo nella basilica di San Bernardino, in una vigilia di Natale molto triste, gli amici e i colleghi di una vita, con però pochi giovani e non solo che evidentemente ignorano l’importanza di Antonellini, uno dei personaggi più importanti della cultura aquilana e abruzzese della storia moderna di una città cui era legatissimo, tanto da aver scelto di essere sepolto nel cimitero monumentale e non a Torino, lui stesso era originario del Piemonte, o a Roma, dove invece risposano i familiari.
Il feretro di Antonellini era da ieri sul palco del ridotto del Teatro comunale, dove era stata allestita la camera ardente, a due passi dalla basilica.
Questa mattina il maestro, che non aveva figli, è stato accompagnato a San Bernardino da un corteo funebre con alla testa la sua compagna, aquilana, Adriana.
Per l’occasione, in basilica si sono riuniti la Corale 99, la Corale Gran Sasso, la Schola Cantorum di San Sisto, il Coro delle Voci bianche della “Barattelli”, la Sinfonica d’Abruzzo e i Solisti aquilani.
Presenti, tra gli altri, il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, la senatrice aquilana, Stefania Pezzopane, il presidente dell’Istituzione Sinfonica Abruzzese, Antonio Centi, il maestro aquilano Luciano Di Giandomenico, oltre ovviamente a diversi rappresentanti del Teatro stabile d’Abruzzo.
Molti i ricordi e gli aneddoti riportati da chi ha conosciuto e apprezzato Antonellini, che aveva casa in piazza San Pietro all’Aquila ma che era a Torino dalla madre la notte del sisma del 6 aprile 2009.
L’abitazione del maestro aveva subito danni tremendi e c’è chi racconta che tra le macerie c’erano sparsi molti fogli con la sua musica.
“Avrebbe potuto lasciare la città e trasferirsi altrove – dice Antonio Centi – ma l’amore per L’Aquila ha prevalso e non ha avuto alcun dubbio nel decidere di rimanere. Anzi, l’opzione abbandono non gli è proprio passata per la testa, a dimostrazione del legame fortissimo con una città in cui è arrivato da Roma negli anni ’60 per segnarne un pezzo consistente della storia culturale. Non lo dimenticheremo mai”. (r.s.)




