L’AQUILA – Un ufficio mobile della Questura dell’Aquila con un funzionario donna, una dottoressa, una psicologa dell’Aied (Associazione Italiana per l’Educazione Demografica) e un ufficiale di polizia giudiziaria: è stato questo il progetto, primo in Abruzzo e unico in Italia, proposto dal questore del capoluogo abruzzese, Vittorio Rizzi, per portare in ogni singola casa aquilana un messaggio per combattere la violenza contro le donne.
Il camper blu ha acceso i motori spronato dalla storia del bambù, che evidenzia quanto sia fondamentale la prevenzione: come conferma anche la biologia, il seme di bambù appena seminato rimane sotto terra e sembra morto. Solo dopo cinque anni, all’improvviso, spunta dal terreno e cresce alto 12 metri. Così è la prevenzione: spiegando alle donne e ‘seminando’ nei bambini quanto sia importante denunciare chi usa violenza, un domani si raccoglieranno i primi frutti.
Frutti arrivati in parte subito, con ben 30 denunce in 60 giorni.
Con l’entrata in vigore la legge “contro il femminicidio” sono stati stanziati fondi per la prevenzione che saranno elargiti a partire dal 2014. Ma all’Aquila il prefetto è partito d’anticipo, con il “Camper antiviolenza” primo in tutta Italia per viaggiare da Castel di Sangro a Montereale, tra L’Aquila e i progetti C.a.s.e. e Map, dove non ci sono centri a cui rivolgersi in caso di necessità, portando un messaggio di rispetto e aprendo uno spiraglio per debellare l’omertà casalinga.
A illustrare ad AbruzzoWeb l’iniziativa è il medico della Questura, Alessandra Masciovecchio, che insieme ad altri funzionari e personale competente è andata a bussare, letteralmente, alle porte delle case delle donne.
“Siamo partiti il 30 settembre da piazza Duomo, e ci siamo spostati ogni singolo giorno, con più di 30 tappe, fino al 25 novembre, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza di genere – spiega la Masciovecchio – In due mesi abbiamo incontrato circa 2.000 donne e raccolto oltre 30 denunce per violenza domestica”.
Si va dagli abusi sessuali, all’aggressione fisica, minacce, intimidazione, controllo, stalking, violenza psicologica, economica e assistita. Quest’ultima riguarda i minori e la loro tutela, molto spesso diventano vittime indirette di abusi e da grandi potrebbero diventare potenzialmente dei violenti. Denunciare significa, quindi, prevenire.
Non è facile tracciare un identikit dell’uomo violento, “quelli denunciati in questi due mesi sono individui normalissimi, senza importanti problemi economici, che non hanno particolari dipendenze o fanno uso di sostante alteranti, che fuori la famiglia sono ben integrati nella società – illustra la dottoressa – Nell’80 per cento dei casi sono uomini italiani tra i 30 e i 50 anni, gli stranieri sono una fetta molto piccola”.
“In alcun casi non c’è stata denuncia perché non l’abbiamo ritenuta la strada migliore. È successo in situazioni in cui l’uomo non è una persona equilibrata, fa uso di stupefacenti, di alcol o di psicofarmaci per cui l’intervento della polizia non sarebbe stato d’aiuto – continua – un ammonimento e la chiamata in questura avrebbe solo peggiorato la situazione e in questi pochi casi è stato fatto un lavoro di consulenza e la donna è stata aiutata dai servizi sociali o dal centro antiviolenza”.
Un’iniziativa, dunque, che ha portato molti buoni risultati.
“Non ce lo aspettavamo – commenta la Masciovecchio – e ne siamo orgogliosi! Siamo riusciti a trasmettere il nostro messaggio, abbiamo detto a tutte le donne che chi subisce violenza ha una via d’uscita, la Questura e la Prefettura possono aiutarle. Queste donne non dimenticheranno mai che la polizia ha bussato alla loro porta e gli ha detto che non sono sole”.
Insieme a questo messaggio, inoltre, sono state loro illustrate una serie di informazioni riguardanti la rete sociale territoriale, che consente di avere la possibilità di ricevere supporti interamente gratuiti, da quello psicologico a quello legale.
“In questi giorni, stiamo anche studiando insieme alla Asl, pronto soccorso e medico di base, insieme alla procura, al centro antiviolenza e al Comune dell’Aquila, un protocollo di intesa – prosegue – che prevede che quando una donna contatta uno di questi punti, ha un supporto di rete territoriale che non finisce lì dove si è rivolta ma si allarga a dove lei vuole o ha la necessità di andare e chiunque ci si avvicina ha gli stessi diritti”.
E per chi si dovesse chiedere se il sisma che ha colpito tutti gli aquilani abbia incrementato questo fenomeno, la risposta della dottoressa lascia alquanto stupiti.
“Il sisma non ha incrementato la violenza – spiega – Ha portato, però, un abbrutimento delle persone, isolate nelle loro C.a.s.e. senza la possibilità di vivere in comunità dopo gli impegni lavorativi, con una conseguente freddezza anche contro i familiari e una convivenza forzata che ha rovinato molti rapporti”.
“Molti uomini che sono stati convocati in questura, quando hanno saputo che c’era un interessamento della polizia verso alcune loro dinamiche domestiche, sono rimasti sorpresi come se non avessero coscienza di fare qualcosa di sbagliato – continua – Questo ci fa capire che è un fenomeno della nostra cultura e l’arresto in caso di violenza assistita è fondamentale per non far crescere altri individui potenzialmente violenti”.
Come funziona, allora, una denuncia in questura in caso di violenza domestica?
“La persona che viene in Questura a denunciare violenze domestiche non viene fatta attendere insieme a chi, magari, deve segnalare lo smarrimento di un portafoglio, ma è accompagnata direttamente all’ufficio di competenza dove c’è del personale preparato a riceverla – spiega – L’ambiente è molto riservato e ad ascoltarla ci sono solo le persone dedicate, nel totale rispetto della sua intimità”.
“Può denunciare chiunque – continua la Masciovecchio – sia la donna che subisce ma anche una madre che vede la figlia soffrire, un vicino di casa o un amico, e possono star tranquilli che l’uomo non saprà mai chi ha denunciato. Il nostro compito è tutelare la persona e prendere provvedimenti contro l’aggressore”.
“È importantissimo denunciare – conclude – anche per la tutela dei figli. E se la donna vuole allontanarsi da casa e cambiare lavoro, noi le daremo tutte le possibilità per farlo in totale sicurezza”.





