L’AQUILA – “Avrò fatto errori nella vicenda della lotta per il capoluogo, ma quella formulazione dello Statuto della Regione Abruzzo, approvata in quella notte tragica dei moti, nessuno l’ha più toccata, neanche dopo 45 anni: hanno ritenuto che fosse meglio non svegliare il can che dorme”.

È la sottolineatura di Claudio Petruccioli, 75 anni tra un mese, ex presidente della Rai e parlamentare ma soprattutto, tra il 1969 e il 1971, segretario regionale abruzzese del Partito comunista italiano: 45 anni fa, con i moti di piazza nelle due città sfidanti.

Una storia che cinque anni fa, in occasione del quarantennale, ha raccolto in un libro, L’Aquila 1971, anatomia di una sommossa.

Partito comunista che, rivendica, “senza alcun dubbio ha avuto il merito, anche se non esclusivo, di trovare una soluzione politica alla vicenda. Fui il primo a dire – ricorda Petruccioli – che non era possibile che ogni consigliere regionale votasse secondo la sua provenienza, ma il Pci doveva scegliere una posizione unitaria”.

“Decisivi furono anche il democristiano Giustino De Cecco, futuro presidente come Emilio Mattucci, e anche il comunista teramano Claudio Ferrucci, che dissero di sì alla mia proposta”, aggiunge.

Quel compromesso, titolo di capoluogo all’Aquila e posizionamento degli assessorati economici a Pescara, è stato alla base della rivolta, scontentando tutti, e ancora oggi porta a rivendicazioni campanilistiche. Eppure, ancora oggi dura.

Proprio sul numero di assessorati arriva l’autocritica. “Il criterio era qualitativo e non quantitativo – precisa Petruccioli – L’Aquila aveva Consiglio e Giunta e gli uffici di funzionamento, oltre agli assessorati collegati che garantivano e credo tuttora lo facciano anche una forte occupazione. Gli assessorati connessi all’attività economica andavano a Pescara: erano più numerosi ma, come infrastruttura organizzativa, anche più snelli”.

“Forse – ammette poi – fu un errore non capire che con quel 3-7 i pescaresi avrebbero preso in giro gli aquilani. Se ci si pensava meglio, un’alternativa poteva essere raggruppare gli assessorati economici per un rapporto migliore, 3-4”.

Gli ultimi comunisti aquilani ce l’hanno ancora con lui, l’accusa aver parteggiato per Pescara e cambiato le carte in tavola.

“Nessuno mi ha mai accusato apertamente – assicura – ma quando succedono queste cose bisogna trovare dei colpevoli”.

È stata anche la sua schiettezza, forse, a portare a queste accuse: lui che ha definito con due aggettivi L’Aquila “monumento” e Pescara “mutamento”, non si tirava indietro a far notare che un blocco di Pescara per una sommossa avrebbe isolato l’Italia, quello dell’Aquila solo L’Aquila.

“Era un dato di fatto di cui parlavo nelle riunioni, non per dire che ci frega dell’Aquila, ma a Pescara a bloccare la statale e la ferrovia Adriatica non ci voleva nulla – rileva – Ora non c’è più il passaggio a livello a cui mi riferisco, ma 100 persone piazzate lì avrebbero interrotto le comunicazioni Nord-Sud sia su ferrovia che su strada”.

Petruccioli non si entusiasma per la nuova legge regionale sull’Aquila capoluogo, promessa da un anno e mezzo da Luciano D’Alfonso prima e dopo la sua elezione a governatore: “Se è come quella per Roma Capitale sarà una legge di finanziamento, non istituzionale. Le sue leggi speciali L’Aquila già le ha, sono quelle per la ricostruzione”.

Già, la ricostruzione. Da poco sono finiti i lavori all sede storica del Pci, quella saccheggiata, a via Paganica: “Davvero? Quando venni all’Aquila dopo il terremoto era tutto chiuso, se è così ci farò un salto! – conclude – Resta una città che va aiutata, se qualcuno ha pensato di toglierle il titolo di capoluogo dopo il sisma, è davvero matto”.