L’AQUILA – “Istituto nazionale di Fisica Nucleare, alla faccia dei numerosi comunicati dell’ultimo anno, già nel 2014 ammetteva candidamente di non essere a norma rispetto agli obblighi di distanza dei Laboratori dai punti di captazione dell’acqua potabile, usata da 700 mila persone”.
La denuncia della “clamorosa ammissione dell’Infn, rispetto alle captazioni dell’acqua potabile, contenuta nel verbale di una riunione coordinata dal vice presidente della Regione, Giovanni Lolli”, arriva dalla Mobilitazione per l’acqua del Gran Sasso, che annuncia un sit-in di protesta, sabato 23 giugno alle 10.30, a Pescara, davanti la sede della Regione in viale Bovio.
Sula vicenda intanto continuano a tacere i vertici dell’Infn, anche dopo l’ulimatum contenuto im una lettera del 7 giugno, inviato dallo stesso Lolli a Strada Parchi e ai Laboratori di fisica nucleare, in cui si intima che entro il prossimo 19 giugno vengano presentati i progetti di messa in sicurezza richiesti nell’ultima riunione del tavolo nel febbraio scorso”.
In caso contrario, Lolli ha sottolineato che le due società verranno “messe in mora e per questo scatterà un piano alternativo”.
Il prossimo 25 giugno all’Aquila è stata poi da Lolli convocata una riunione del tavolo istituto dalla Regione a tutela dell’acqua del Gran sasso e per garantire che non ci siano interferenze tra le falde acquifere della Montagna abruzzese che riforniscono i versanti aquilani e teramani e le attività di strada Parchi Spa, concessionaria delle autostrade A/24 e A/25 e dei laboratori di fisica nucleare del Gran Sasso, in particolare sugli esperimenti di questi ultimi.
Gli ambientalisti intanto reclamano “l’immediata approvazione delle aree di salvaguardia e l’allontanamento delle sostanze pericolose dai laboratori del Gran Sasso, usate in soli 2 esperimenti su circa 20”, come specificano in una nota.
Il verbale del tavolo tecnico “è datato 13 ottobre 2014 ed è rimasto per anni nei cassetti della Regione, fino all’accesso agli atti”, richiesto proprio dagli attivisti della Mobilitazione per l’acqua, “ben due anni prima dell’incidente con il diclorometano dell’agosto 2016”.
Il rappresentante dell’Infn a verbale sosteneva, secondo quanto riportato dall’associazione ambientalista, che “l’esecuzione di eventuali lavori di impermeabilizzazione non consentirebbero di essere a norma ai sensi del D.lgs.152/2006, in quanto non vi è una distanza sufficiente tra le attività del laboratorio rispetto al punto di prelievo delle acque per il consumo umano”.
“La distanza è, cioè, inferiore ai 200 metri previsti dall’articolo 94 del Testo Unico dell’Ambiente D.lgs.152/2006, in attesa della perimetrazione sito-specifica delle aree di salvaguardia che le regioni avrebbero dovuto fare fin dal 2006 – aggiungono gli ambientalisti – Ricordiamo che in questa fascia è vietato dal 1988 lo stoccaggio di sostanze chimiche pericolose o di sostanze radioattive e dal 1999 è previsto anche l’allontanamento obbligatorio per quelle preesistenti. Nei laboratori del Gran Sasso sono state introdotte irregolarmente mille tonnellate di acqua ragia nel 1992 per l’esperimento Lvd e 1.292 tonnellate di trimetilbenzene nel 2002 per l’esperimento Borexino”.
“Nel 2014 i laboratori ammettevano quindi un fatto così grave ed è letteralmente incredibile che fino a pochi mesi fa la regione, da noi fortemente contestata, si limitava al mantra di proporre proprio quell’impermeabilizzazione che comunque non risolverebbe le violazioni di legge esistenti. Sarebbe da stendere un velo pietoso sulle successive dichiarazioni messe a verbale dall’ingegner Caputi, allora dirigente della Regione, se non aprissero un ulteriore squarcio sull’atteggiamento tenuto negli anni dalle istituzioni in questo scandalo – scrivono ancora nella nota gli attivisti – Infatti Caputi sostiene che, poiché tanto i laboratori sono letteralmente immersi nell’acquifero che è molto più vasto, non assume rilevanza la distanza dal punto di prelievo. Un modo di ragionare assurdo, visto che è l’esatto contrario”.
“La legge prescrive alle Regioni di delimitare le aree di salvaguardia sito-specifiche andando oltre i 200 metri proprio per imporre i divieti come quello relativo allo stoccaggio di sostanze pericolose o l’obbligo di allontanamento di quelle già stoccate su zone anche più vaste se necessario dal punto di vista sanitario – spiegano ancora – Cioè un argomento che avrebbe dovuto far aumentare l’allarme, visto che un’eventuale contaminazione può coinvolgere l’intero acquifero, e imporre l’immediato rispetto delle leggi con l’allontanamento delle sostanze pericolose stoccate in maniera totalmente illegittima, fu usato al contrario, per non farle rispettare”.
“Solo nel luglio 2017, a 3 anni da queste dichiarazioni, l’Ersi ha approvato la proposta di perimetrazione delle aree di salvaguardia per l’acqua potabile. Ci ha messo tre mesi a trasmetterla alla regione che da ottobre 2017 la tiene nel cassetto e non l’approva. L’esistenza della proposta è emersa anche in questo caso solo grazie ad un accesso agli atti della Mobilitazione – sottolineano infine gli attivisti – Cosa dice la proposta? Quello che Caputi dimostrava di sapere già nel 2014 e che noi avevamo, per logica e senza conoscere queste carte, sostenuto da subito rispetto ai proclami inutili di Lolli.
Cioè, che nel Gran Sasso un limite di 200 metri è ridicolo in quanto un eventuale incidente potrebbe coinvolgere l’acquifero per chilometri togliendo l’acqua a 700 mila persone sia sul lato teramano che su quello aquilano e probabilmente pure su quello pescarese e che per questo va applicata la legge allontanando le sostanze pericolose che costituiscono il rischio principale per la risorsa acqua”.





