L’AQUILA – “I problemi del Gran Sasso vanno risolti una volta per tutte facendoli emergere e prendendo atto dei limiti oggettivi del sito a partire dal rischio sismico e dalla presenza di faglie attive e dalla presenza di un patrimonio di acqua; invece ci sono settori degli apparati degli enti che continuano ad operare per mettere la polvere sotto al tappeto. Figurarsi cercare di derogare alle norme poste a tutela della salute dei cittadini. Ora basta”
Così le associazioni ambientaliste abruzzesi del coordinamento Mobilitazione per l’Acqua del Gran Sasso, che oggi in conferenza stampa ha presentato le osservazioni sulla proposta di Piano di emergenza esterno dei Laboratori nazionali di fisica nucleare (Infn) per la gestione degli incidenti rilevanti, e commentato altri due documenti, una importante nota dell’Arta alla Procura della Repubblica di Teramo e una lettera dell’Infn alla Regione Abruzzo.
La vicenda si inquadra in quella più complessiva della messa in sicurezza dell’acquifero del Gran Sasso, che coinvolge anche Strada dei parchi, che gestisce l’autostrada A24, e dunque il tratto del tunnel sotto la montanga, e unica via di acesso ai Laboratori, che sono un vanto italiano nel mondo. I vertici di Infn, Strada dei Parchi e Ruzzo reti, che gestisce il ciclo idrico nel versante teramano, sono sotto inchiesta per sversamenti di sostanze pericolose che si sono registrate un paio di anni fa.
Così, valicato l’ostacolo del rischio chiusura del traforo del Gran Sasso, dove si viaggia ancora a 60 chilometri orari, si è in attesa della nomina di un commissario governativo, la messa a disposizione 124,5 milioni di euro in tre anni, in base a quanto previsto nella bozza di emendamento del relatore al decreto Sblocca cantieri sul commissario straordinario per il Gran Sasso. La discussione dell’emendamento è previsto per domani in Senato.
Gli ambientalisti però ora prendono di mira Infn, rimasto ai margini dello scontro, incentrato su Strada dei Parchi che aveva minacciato la chiusura del tunnel.
Citando innanzitutto un documento dell’Agenzia regionale tutela ambientale (Arta), agli atti del processo in corso.
“Nella relazione i tecnici, oltre ad evidenziare la presenza di una faglia posta a solo 1 chilometro dai laboratori e che può produrre terremoti fino a magnitudo 7 e dislocazione di metri, con formazione di “gradini” fino a 6-7 chilometri di distanza, come divulgato alcune settimane fa dall’Ansa, – spiegano in conferenza stampa – mette in luce potenziali problemi per le volte dei laboratori che sarebbero state costruite senza le centine aggiunte nelle volte dei tunnel autostradali”.
Scrive infatti l’Arta che “sulle camere dei laboratori di fisica nucleare, su richiesta dello stesso Infn, non furono realizzate opere strutturali di sostegno, simili a quelle realizzate nelle gallerie autostradali, in quanto queste avrebbero creato problematiche agli esperimenti previsti nei laboratori. Furono realizzati solamente delle chiodature d’acciaio ed un rivestimento interno formato da una rete elettrosaldata su cui è stato proiettato con delle pompe, del cemento a spruzzo. Questa situazione merita ad avviso degli scriventi un doveroso approfondimento in merito alla valutazione del rischio ambientale in quanto le camere dei laboratori, oltre ad essere priva della suddetta struttura di rinforzo, hanno una luce di scavo molto superiore a quelle delle gallerie autostradali (24 metri luce utile interna sala C). Inoltre, a differenza delle gallerie, nei laboratori vi è la costante presenza di materiali pericolosi”.
Dopo aver illustrato lo stato delle conoscenze su queste volte, aggiungono che secondo loro, vista anche la presenza di quella faglia, queste “debbano essere oggetto di verifica sismica”.
“Ci chiediamo – commenta dunque la Mobilitazione -: è stata fatta questa verifica sismica, visto che nel documento della Prefettura non è fatto cenno di questa criticità e che in altre regioni in impianti a rischio di incidente rilevante il CTR locale non solo ha svolto la verifica ma, dopo aver trovato problemi, ha imposto anche l’immediato adeguamento?”
La Mobilitazione esamina dunque la proposta di Piano di emergenza esterno da mettere in campo in caso di incidente rilevante con gli esperimenti Borexino e LVD e le loro sostanze pericolose (rispettivamente, 1.292 tonnellate di trimetilbenzene e 1.000 tonnellate di acqua ragia).
“Il documento è stato redatto dalla Prefettura di L’Aquila – viene spiegato – sulla base del documento fondamentale in un impianto sottoposto alla normativa Seveso sugli incidenti: il Rapporto di Sicurezza. Dopo 12 anni di inadempienze gravissime, quest’ultimo documento è stato approvato a novembre 2018 dal Ctr regionale. Peccato che finora non sia stato reso pubblico perché, a leggere la proposta di Piano di Sicurezza che ne è discesa, paiono emergere questioni di gravità inaudita che presto confluiranno in un nostro ennesimo esposto (comunque le osservazioni al Piano sono state già inviate alle procure per conoscenza). Infatti l’analisi del rischio di incidente si basa anche sul fatto che le sale dei laboratori sarebbero “impermeabili”. Sì, proprio così, praticamente tutto questo can can di Mit, Regione e via discorrendo sarebbe di fatto infondato. Peccato che la Prefettura di L’Aquila, cercando di mettere una pezza a colori, introduce nel documento i risultati delle perizie della Procura di Teramo che dicono esattamente il contrario”.
“Il risultato è tragicomico: nello stesso documento troviamo cose esattamente opposte su una delle questioni centrali per valutare l’effetto degli incidenti.
Se non ci credete inseriamo due estratti dalla proposta di Piano di Emergenza della Prefettura che evidenziano in maniera plastica lo stato di confusione, a voler essere buoni, in cui versano gli enti preposti alla sicurezza”.
Per gli ambientalisti insomma rimane “la questione paradossale di dover fare un Piano di Emergenza per la presenza di sostanze che sono state stoccate irregolarmente vicino ai punti di captazione dell’acqua”
Per gli ambientalisti, resta il rischio potenziale di un grave incidente nei laboratori con conseguenze gravissime sull’acqua delle province di Teramo e sulla città di L’Aquila, a causa dell’inquinamento delle sorgenti della Vitella d’Oro e del Mortaio d’Angri a Farindola nonché del fiume Fino con coinvolgimento del Saline che ha la foce a Montesilvano!
“E’ tutto nero su bianco nel documento della Prefettura che stima in 700.000 le persone interessate per la sola questione acqua potabile. Basterebbe questo per zittire chi sostiene che il problema sta nel cambiare la legge e non allontanando quanto prima, queste sostanze. Peraltro, come abbiamo scritto nelle osservazioni, per noi ci sono pure lacune visto che si ignora il possibile impatto sulle sorgenti nella valle del Tirino (e quindi sarebbero da valutare gli effetti sui pozzi San Rocco a Bussi che riforniscono la val Pescara, Chieti compresa) e sulle sorgenti del Pescara, la cui acqua proviene anche dal Gran Sasso. Nonostante questi dati, in parte, come detto, inclusi nel documento, si restringe inspiegabilmente il campo dell’analisi della popolazione da informare alle frazioni di Isola del Gran Sasso e di Assergi. Tutto ciò quando la legge prevede di informare tutti i cittadini potenzialmente interessati con una comunicazione pro-attiva (con assemblee, manifesti, volantini ecc). Non abbiamo visto nulla di tutto ciò, nonostante una specifica richiesta inviata un anno fa”.
Per gli ambientalisti nella proposta di piano vengono anche “ignorati del tutto l’impatto sulla biodiversità del Parco e la presenza di diversi Siti di Interesse Comunitari e di una Zona di Protezione Speciale quando la normativa sugli incidenti rilevanti (direttiva Seveso) impone di valutare gli effetti degli incidenti sull’ambiente.
Infine gli ambientalisti definiscono “paradossale” la lettera che l’Infn ha inviato agli uffici della Regione Abruzzo che chiedeva lumi circa la tempistica dell’allontanamento delle sostanze.
“Da un lato l’istituto conferma che sta redigendo i piani per togliere le sostanze pericolose entro il 31 dicembre 2020, termine impropriamente indicato dalla regione che )non aveva nelle sue disponibilità di poter derogare all’articolo 94 del Testo Unico dell’Ambiente che dispone un immediato allontanamento, non aveva la possibilità di restringere il campo alle quantità di sostanze previste dalla Seveso visto che l’articolo 94 non pone soglie quantitative sotto le quali possono permanere materiali pericolosi vicino ai punti di captazione dell’acqua potabile”.
“Dall’altro il presidente Infn Ferroni, si scaglia con una filippica veramente fuori luogo, visto lo stato dell’arte descritto qui e in altre sedi, contro la regione lamentandosi di non meglio precisati problemi di attrattiva dei laboratori e per i loro finanziamenti. Ora, basterebbe ricordare a Ferroni che se si realizza un esperimento come Borexino si dovrebbe sapere già in partenza come si farà alla fine per smontarlo. Già questo la dice lunga sulla capacità di pianificazione degli esperimenti, con l’INFN che avrebbe dovuto studiare da tempo tutti i limiti legali, strutturali e di sito prima ancora di fare le proposte. Verrebbe da dire “Chi è causa del suo mal…”




