PESCARA – Tutti i governi, quando vogliono accattivarsi le simpatie del popolo o aumentare il proprio prestigio nei confronti di altri Paesi, danno il massimo dell’appoggio all’organizzazione sportiva e cercano, attraverso le varie discipline, di conquistare credibilità.
Lo fanno soprattutto i governi totalitari, ma anche le democrazie cercano di guadagnare prestigio attraverso lo sport.
Ci sono università anglosassoni e americane che facilitano le iscrizioni, essendo quasi tutte a numero chiuso, ai giovani che hanno dimostrato talento sportivo.
Insomma, facile dire che lo sport è un metro di valutazione importante per i governi e per le società in genere che investono molto nelle strutture e nelle organizzazioni sportive.
In Italia, invece, parliamo molto di sport, a volte anche con un linguaggio non prettamente pertinente, ma poco è fatto perché le varie discipline possano svilupparsi al meglio.
Speriamo sempre nello stellone italico che faccia nascere il campione, come un fiore nel deserto, e vinca quelle medaglie che serviranno, poi, a far dire che il governo è valido.
E in questo atteggiamento fatalistico, l’attesa del campione senza che nulla si faccia per crearlo, si ritrovano anche coloro che sono i fruitori importanti dello sport, i tifosi.
Per la verità, in Italia in generale, e nel nostro Abruzzo in particolare, gl’interessi maggiori sono rivolti al calcio, molto meno al rugby (isola importante, ma non felice come negli anni passati, L’Aquila, dati i risultati piuttosto modesti attuali), scarsissimi per quanto attiene le altre discipline.
E, per quanto riguarda, i fruitori, i tifosi che pagano il biglietto, specie nel calcio, si nota un continuo imbarbarimento che allontana sempre di più la gente dagli stadi, che troppo spesso sono inadatti ad accogliere con un minimo di decenza gli stessi paganti, e fa aumentare i clienti dei vari network a pagamento.
Molti danno la colpa alla tessera del tifoso, e si comportano come quelli che danno la colpa al termometro della febbre misurata.
La tessera del tifoso è una risposta, non così efficace come avrebbe preteso il ministro Maroni, alla scostumatezza del tifoso del calcio che appare sempre di più lontano dal prototipo del tifoso del rugby.
Mentre quest’ultimo appare uno sport duro e violento, a tratti, per spettatori gentiluomini, il calcio si conferma sempre più un gioco a volte noioso, per spettatori che, invece di assistere alle fasi della gara, organizzano uno spettacolo a parte, sugli spalti, per se stessi, e danno vita a battaglie, non solo verbali, non più contro gli avversari, con i quali a volte si alleano, ma contro le forze dell’ordine, ree di rappresentare il potere odiato.
E così lo sport, invece di rappresentare la parte più sana della società, diventa lo specchio di un malessere generale che affonda le radici in un confuso senso dell’amore per la propria città e per la squadra di calcio che la rappresenta.






