L’AQUILA – ll sindaco di Celano di Fratelli d’Italia, Settimio Santilli, l’ex parlamentare ed ex consigliere regionale di Fi e Pdl, e l’ex-vicesindaco Filippo Piccone, si rivolgono in Cassazione per ottenere la revoca del divieto di dimora nel comune marsicano, confermato dal Tribunale del riesame.
A presentare il ricorso è stato l’avvocato Antonio Milo che difende entrambi.
Piccone e Santilli sono indagati nella clamorosa inchiesta della Procura di Avezzano su presunti appalti pilotati, e un sistema capillare di clientelismo, che vedeva come dominus l’ex parlamentare. Inchiesta sfociata in 51 indagati e otto arresti, tra cui quella di Piccone, in carcere a Vasto, e di Santilli, ai domiciliari, misure per entrambi poi commutata in divieto di dimora, Il sindaco sebbene sospeso dalla prefettura, è ancora in carica, con le opposizioni che denunciano la paralisi dell’ente. Piccone invece si è dimesso.
L’avvocato Milo ritiene nel ricorso “del tutto sproporzionate e ingiuste” le misure.
Ma per il riesame il divieto di dimora è necessario per il sindaco “a contenere il rischio di reiterazione di reati della stessa specie perché impone l’allontanamento dell’indagato dal contesto amministrativo e sociale in cui sono maturati tutti i reati contestati”.
E sempre il riesame nel respingere la richiesta di revoca delle misure cautelari a carico di un altro indagato ha parlato di “Un clima omertoso e incline ad assecondare pienamente i desideri di Piccone, da cui è scaturita una spirale di reati contro la pubblica amministrazione che si sono succeduti con ritmo incalzante nei pochi mesi di monitoraggio senza soluzione di continuità e senza un’effettiva dissociazione da parte di nessuno degli indagati”.
E ancora: “pur se nel Comune di Celano era diffusa la prassi di falsificare le delibere e le determinazioni, i ripetuti accessi dei Carabinieri nel 2018 sembrano aver assicurato le fonti di prova necessarie, insieme alle intercettazioni, a sostenere le accuse”. “Quello tenuto a Celano, è un modello che si è perpetuato nel tempo, ben oltre lo spettro temporale fotografato dalle indagini, frutto di una gestione dell’amministrazione personalistica e accentratrice, facente capo direttamente a Filippo Piccone”.
Ma per Milo proprio perché per i magistrati Piccone era il dominus del presunto sistema corruttivo, e ora si è dimesso da ogni carica, cade il rischio, che possa commettere di nuovo gli stessi reati, tenuto conto che “i reati contestati risalgono a tre anni fa”.





