L’AQUILA – Il day after è attacco totale alla sentenza Grandi rischi.

Il mondo scientifico internazionale e quello dell’informazione sono infatti in subbuglio per la condanna della commissione scientifica a 6 anni di reclusione per omicidio colposo e lesioni personali colpose, con l’accusa di aver sottovalutato il rischio sismico e aver fornito false rassicurazioni agli aquilani alla vigilia del 6 aprile 2009 causando la morte accertata di almeno 29 di essi.

Strali che poco interessano, a sentenza emessa, la procura della Repubblica aquilana: “Per noi parlano gli atti, non abbiamo repliche”, si è limitato a dire il procuratore facente funzioni, Stefano Gallo.

Alle dichiarazioni degli insorti contro la maxi condanna ha fatto seguito un primo gesto concreto: si è dimesso l’attuale presidente della Cgr, il fisico Luciano Maiani. “Non vedo le condizioni per lavorare serenamente”, ha sbottato polemicamente.

Successivamente sono arrivate anche le dimissioni di altri vertici, il vice presidente Mauro Rosi e il presidente emerito, Giuseppe Zamberletti, che avrebbe dovuto partecipare alla riunione del 2009 all’Aquila ma fu assente per un problema personale.

Già nei primi, frenetici lanci d’agenzia di ieri, immediatamente successivi alla sentenza conclusiva del processo dell’anno, non erano mancate prese di posizione molto forte, ma all’indomani l’attacco è più netto e preciso.

Molti media, molti politici, addirittura molti scienziati ignorano o fingono d’ignorare il vero asse portante accusatorio: i sette non erano affatto accusati di non aver saputo prevedere il terremoto distruttivo delle 3.32, ma di non aver valutato correttamente la possibilità che potesse avvenire.

Nel corso delle 30 udienze del processo e anche nelle ultime repliche di ieri c’è stato scontro in punta di diritto su questo aspetto decisivo tra accusa e difese, chi era in aula almeno questo pensava fosse chiarito. Macché.

D’altronde in questi casi basta una parola, un aspetto, mal passato o mal tradotto e la frittata è fatta: in un solo lancio d’agenzia è stato sbagliato il nome dell’avvocato Petrelli, difensore di Franco Barberi, oggi ribattezzato da Francesco a Marcello praticamente sui media di tutto il mondo.

Hanno cominciato gli scienziati di un’organizzazione non governativa statunitense, che hanno parlato di una sentenza “assurda e pericolosa”, invocando addirittura l’intervento del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

La prima carica dello Stato ancora non si è espressa sull’argomento, ma intanto bisogna registrare la contrarietà alla sentenza da parte delle due cariche successive: il presidente del Senato, Renato Schifani, che ieri ha parlato di sentenza “strana e imbarazzante”, e quello della Camera, Gianfranco Fini, che oggi addirittura ha auspicato che “la sentenza venga corretta”.

Anche i giornali nazionali puntano forte sull’aspetto “profetico” che, però, non era nelle corde di questo processo.

Il Corriere della Sera titola prudente, “Sei anni agli scienziati per il terremoto” e cita “informazioni inesatte” (giusto), ma poi nel suo editoriale Sergio Rizzo scrive: “condannati a sei anni di prigione per non aver previsto il devastante terremoto d’Abruzzo” (sbagliato).

Anche la Repubblica è minuziosa nella cronaca ma devia nell’editoriale scritto dall’ex garante della privacy, Stefano Rodotà: “Processo alla previsione”, il titolo fuorviante. La Stampa taglia corto già nel titolo di prima pagina, “‘previsioni sbagliate’” titola proprio tra virgolette, alludendo a una frase che né il pm né tantomeno il giudice hanno mai pronunciato.

Più pesante ci va il Giornale, “Terremoto, giudici da pazzi: è tutta colpa dei sismologi” è il titolo di prima pagina, con l’articolo di Stefano Filippi che comincia così: “Puniti per non essere stati indovini” mentre il titolo interno richiama: “Non leggono il futuro: sismologi condannati”. Stessa antifona per Libero: “Terremoto, trovati i colpevoli, non avevano sfere di cristallo”. Questo stile, invece, era prevedibile.

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L’organo consultivo della presidenza del Consiglio è stato messo sotto accusa nella sua composizione del 2009 per aver compiuto analisi superficiali e aver dato false rassicurazioni agli aquilani prima del 6 aprile 2009, causando la morte di 29 persone.

Quattro le date miliari da ricordare da quando tutto è cominciato, da oltre due anni e mezzo fa: 3 giugno 2010, arrivano sette avvisi di garanzia ai componenti della Cgr; 10 dicembre 2010, esordio in aula per l’udienza preliminare, che si conclude con il rinvio a giudizio per tutti e sette; 20 settembre 2011, prima udienza dibattimentale; 22 ottobre 2011, la sentenza di primo grado.

Dopo alcune schermaglie sull’ammissione di prove come i due minuti del film Draquila di Sabina Guzzanti, alla fine proiettato in aula come pure altri servizi televisivi, nelle udienze davanti al giudice Marco Billi sono sfilati i quasi 300 testimoni tra quelli dell’accusa, chiamati dai pm Fabio Picuti e Roberta D’Avolio, e quelli di parte civile e delle difese.

Nelle deposizioni i familiari e amici di vittime del sisma hanno sottolineato che i loro congiunti, spaventati dalle scosse fino al 31 marzo di due anni fa, hanno poi cambiato atteggiamento dopo i tranquillizzanti messaggi diffusi dalla Grandi rischi dopo la riunione del 31 marzo 2009.

Una tesi rifiutata dalle difese, che annoveravano principi del foro come gli avvocati Alfredo Biondi, ex ministro della Giustizia, o Marcello Melandri, già impegnato in processi come Fastweb e Gea. Tra gli avvocati di parte civile anche Giulia Bongiorno che, però, non ha mai partecipato di persona.

I condannati in primo grado a sei anni di reclusione sono Franco Barberi, all’epoca presidente vicario della commissione Grandi Rischi, Bernardo De Bernardinis (l’unico che è stato sempre presente in aula in tutte le udienze), già vice capo del settore tecnico del dipartimento di Protezione civile, Enzo Boschi, all’epoca presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti, Gian Michele Calvi, direttore di Eucentre e responsabile del progetto C.a.s.e., Claudio Eva, ordinario di fisica all’Università di Genova e Mauro Dolce, direttore dell’ufficio rischio sismico di Protezione civile.

Tutti sono stati condannati per omicidio colposo e lesioni personali colpose. Il giudice Billi ha imposto un ritmo veloce al processo con un’udienza a settimana, che ha portato alla sentenza di primo grado dopo un anno e un mese dall’inizio della fase dibattimentale, un tempo da record.

<span style=’I PROTAGONISTI DEL PROCESSO GRANDI RISCHI
IL GIUDICE
Marco Billi
L’ACCUSA
Pubblico ministero Pubblico ministero
Fabio Picuti Roberta D’Avolio
LA DIFESA
Imputato Avvocato
Franco Barberi Francesco Petrelli
Bernardo De Bernardinis Filippo Dinacci
Enzo Boschi Marcello Melandri
Giulio Selvaggi Antonio Pallotta e Franco Coppi
Gian Michele Calvi Alessandra Stefano
Claudio Eva Alfredo Biondi
Mauro Dolce Filippo Dinacci
LE INTERVISTE
Sabina Guzzanti – Marcello Melandri – Fabio Alessandroni – Filippo Dinacci – Attilio Cecchini – Fabio Picuti – Gli altri protagonisti
I DOCUMENTI
Il verbale – Il castello accusatorio – La requisitoria