L’AQUILA – “Gli avvocati difensori della commissione Grandi rischi parlano ancora di una mia falsa testimonianza? Ribadisco la mia tranquillità”.
Sempre sereno come lo era lo scorso marzo il rettore dell’Università dell’Aquila, Ferdinando Di Orio, chiamato nuovamente in causa da alcune difese del processo all’organo scientifico della presidenza del Consiglio e teoricamente a rischio di un nuovo procedimento giudiziario.
Di Orio è già indagato per abuso d’ufficio nell’inchiesta sugli affitti gonfiati del capannone ex Optimes dov’è stata ricollocata la facoltà di Ingegneria dopo il sisma, mentre di recente è stato assolto in un processo per smaltimento illecito di rifiuti pericolosi.
Il procedimento principale della Grandi rischi si è concluso con una condanna a sei anni di reclusione per omicidio colposo e lesioni colpose per i sette imputati.
Ora sono in corso le udienze della “realtà parallela”, il filone collegato delle parti civili per i quali la procura della Repubblica aveva chiesto l’archiviazione, richiesta cui le stesse parti si sono opposte.
Secondo alcuni avvocati di parte civile che assistono famiglie di studenti, tratto in inganno dalla commissione Di Orio ha rassicurato: “Credo sia giusto tornare alla normale attività, alla tranquillità: credo siano avvenimenti che la scienza controlla, fino a un certo punto, ma li controlla”, aveva detto il rettore.
Le difese rispondono che le rassicurazioni sono arrivate prima della riunione e che il rettore nella sua testimonianza al processo ha dichiarato il contrario, evocando la sua falsa testimonianza.
“Non ricordo quando ho fatto l’intervista – spiega Di Orio ad AbruzzoWeb – erano ore talmente concitate! La questione comunque per me non è quella”.
“In quelle dichiarazioni – spiega – esprimevo convincimento che nulla aveva a che vedere con la Cgr: parlavo solo di tranquillità sul piano emotivo”.
Il rettore ricorda che “quando la commissione tranquillizza lo fa dall’alto di un’autorità che io invece non posseggo, il mio era un generico appello che in quel momento mi sembrava doveroso”.
E la frase contestata “Siamo scienziati”, sempre nell’intervista contestata? “Loro dovevano dire le cose – ribadisce – io mi occupo di scienza e dicevo solo che i terremoti non sono prevedibili”.
L’organo consultivo della presidenza del Consiglio è stato messo sotto accusa nella sua composizione del 2009 per aver compiuto analisi superficiali e aver dato false rassicurazioni agli aquilani prima del 6 aprile 2009, causando la morte di 29 persone.
Quattro le date miliari da ricordare da quando tutto è cominciato, da oltre due anni e mezzo fa: 3 giugno 2010, arrivano sette avvisi di garanzia ai componenti della Cgr; 10 dicembre 2010, esordio in aula per l’udienza preliminare, che si conclude con il rinvio a giudizio per tutti e sette; 20 settembre 2011, prima udienza dibattimentale; 22 ottobre 2011, la sentenza di primo grado.
Dopo alcune schermaglie sull’ammissione di prove come i due minuti del film Draquila di Sabina Guzzanti, alla fine proiettato in aula come pure altri servizi televisivi, nelle udienze davanti al giudice Marco Billi sono sfilati i quasi 300 testimoni tra quelli dell’accusa, chiamati dai pm Fabio Picuti e Roberta D’Avolio, e quelli di parte civile e delle difese.
Nelle deposizioni i familiari e amici di vittime del sisma hanno sottolineato che i loro congiunti, spaventati dalle scosse fino al 31 marzo di due anni fa, hanno poi cambiato atteggiamento dopo i tranquillizzanti messaggi diffusi dalla Grandi rischi dopo la riunione del 31 marzo 2009.
Una tesi rifiutata dalle difese, che annoveravano principi del foro come gli avvocati Alfredo Biondi, ex ministro della Giustizia, o Marcello Melandri, già impegnato in processi come Fastweb e Gea. Tra gli avvocati di parte civile anche Giulia Bongiorno che, però, non ha mai partecipato di persona.
I condannati in primo grado a sei anni di reclusione sono Franco Barberi, all’epoca presidente vicario della commissione Grandi Rischi, Bernardo De Bernardinis (l’unico che è stato sempre presente in aula in tutte le udienze), già vice capo del settore tecnico del dipartimento di Protezione civile, Enzo Boschi, all’epoca presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti, Gian Michele Calvi, direttore di Eucentre e responsabile del progetto C.a.s.e., Claudio Eva, ordinario di fisica all’Università di Genova e Mauro Dolce, direttore dell’ufficio rischio sismico di Protezione civile.
Tutti sono stati condannati per omicidio colposo e lesioni personali colpose. Il giudice Billi ha imposto un ritmo veloce al processo con un’udienza a settimana, che ha portato alla sentenza di primo grado dopo un anno e un mese dall’inizio della fase dibattimentale, un tempo da record.
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<span style='I PROTAGONISTI DEL PROCESSO GRANDI RISCHI
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