L’AQUILA – “Pur nel massimo rispetto delle sentenze di Appello e Cassazione, dallo studio delle motivazioni delle sentenze di grado superiore, non ho ravvisato motivi per poter cambiare idea nel senso che rimango fermamente convinto delle argomentazioni che ho sostenuto”.

Così il giudice Marco Billi, autore della sentenza di primo grado del 2012 nel processo alla commissione Grandi rischi, l’organo scientifico di palazzo Chigi processato per aver rassicurato gli aquilani prima del terremoto del 6 aprile 2009, a margine della presentazione svolta oggi nel capoluogo abruzzese del suo libro sul tema, intitolato “La causalità psichica nei reati colposi – Il caso del processo alla commissione grandi rischi”.

Una sentenza che è stata ribaltata in Appello e resa definitiva dalla Corte di Cassazione.

“Ribadisco la necessità di prendere atto che la realtà processuale è diversa da quella affermata nella sentenza di primo grado”, ha infatti evidenziato il magistrato, senza cercare facile consenso anche quando ha fatto notare che “la Cassazione ha definitivamente stabilito che quella del 31 marzo 2009 non fu una riunione Cgr, quei soggetti che si riunirono in quel contesto non erano tenuti al rispetto degli obblighi previsti normativamente. Nella sentenza di primo grado c’è una valutazione diversa – ha ricordato – ognuno può rimanere fermo sulle proprie convinzioni, per i cittadini aquilani è stata diversa, fu vissuta come una riunione dei massimi esperti”.

All’incontro presso l’auditorium Ance, moderato dal giornalista di Repubblica Emilio Orlando, hanno preso parte anche la senatrice Stefania Pezzopane, l’avvocato Fabio Alessandroni, legale di parte civile nel processo come altri seduti tra il pubblico, il giornalista Stefano Cianciotta, autore con Alessandroni di un altro volume sul processo Cgr, e altri cronisti della stampa nazionale che hanno seguito il caso.

Tra il pubblico anche uno dei pubblici ministeri del primo grado, Fabio Picuti, e tantissimi protagonisti del processo: gli avvocati Attilio Cecchini, Angelo Colagrande, Wania Della Vigna, Francesco Valentini, Maria Teresa Di Rocco, Stefano Rossi, Amedeo Ciuffetelli; le parti civili Vincenzo Vittorini, Maurizio Cora, Antonietta Centofanti. C’era anche l’ex comandante provinciale aquilano della Guardia di finanza, Giovanni Castrignanò.

La scelta di tenere all’Aquila la prima presentazione del volume è stata definita dall’autore “non casuale, si è creato un legame con questa comunità nella trattazione di questo fascicolo: ricambio l’affetto che mi state dimostrando con la vostra presenza”.

Il libro è una pubblicazione tecnica che afferma un principio innovativo scaturito dal processo ai 7 esperti, questo invece confermato in via definitiva dagli “ermellini”.

“Il principio confermato da Appello e Cassazione è che, anche in tema di reati di matrice colposa, è individuabile un nesso di causalità di tipo psicologico tra il comportamento posto in essere dall’autorità pubblica e le scelte volitive adottate dalla popolazione”, ha spiegato Billi, rimarcando che si tratta di “un principio innovativo perché legami di carattere psichico, fino a oggi, nell’ambito giurisprudenziale erano riconosciuti fondamentalmente nell’ambito dei reati a matrice dolosa o nel concorso di persone nel reato”.

In materia di comunicazione, anche rispetto alle critiche recenti rivolte alla nuova Commissione, contestata, all’opposto, per aver troppo allarmato su un rischio di forti terremoti e “rischio Vajont” dalla diga di Campotosto dopo le scosse in serie del 18 gennaio, rifacendosi alla Suprema Corte il giudice Billi ha ribadito che “l’equilibrio, la trasparenza, la correttezza scientifica, la considerazione della tipologia del soggetto che riceve la comunicazione sono tutti parametri che devono ispirare chi promana un messaggio pubblico”.

“Su questo principio giuridico è incentrato il libro mentre il dibattito di oggi si è esteso anche ad aspetti di carattere più ampio sulle modalità di comunicazione del rischio – ha continuato – La Grandi rischi, per definizione, dovrebbe rivolgersi all’organo di Protezione civile che, con le competenze più tecniche e politiche, ha la capacità di rivolgersi a 360 gradi direttamente alla popolazione, considerando, oltre alle componenti tecniche, molti altri aspetti, quello sociale, organizzativo, e con più pertinenza”.

Sul suo legame attuale con il capoluogo, il giudice ha anche precisato che “vivo a Roma e lavoro a Sulmona, all’Aquila sono applicato. Anche Sulmona è a rischio sotto il profilo sismico e non è facile proteggersi dal terremoto – ha fatto notare – Nessuno di noi, vivendo anche saltuariamente in città così esposte, può sentirsi al sicuro, quindi la percezione del rischio deve rimanere comunque alta e l’allarme sempre attivo”.

Durante la fase di dibattito Vittorini ha protestato come già fatto in passato contro il comportamento dei media nazionali nel seguire la delicata vicenda giudiziaria, ribattezzata frettolosamente “processo alla scienza” anche se tale non era.

“Non possono esistere due verità, l’unica verità è la morte di 309 persone. Non accetto l’esito, non perché le sentenze non mi hanno dato ragione, ma perché lo Stato ha avuto un corto circuito in ogni livello istituzionale, che ha toppato”.

Una tesi contestata dal magistrato: “In questo caso lo Stato ha funzionato – ha ribadito – Non esiste solo il processo Grandi rischi, noi addetti ai lavori viviamo una quotidianità frustrante in cui non funziona nulla: i processi non si celebrano, non si riesce a fare giustizia. Qui per una volta ci siamo
riusciti”.

“Era un processo con tante parti civili, è durato un anno e non si è mai saltata un’udienza ogni mercoledì, tranne una per neve, con un livello di professionalità elevatissimo. Ha funzionato tutto, poi le sentenze vanno rispettate. Le parti civili non possono trovare ristoro o essere placate dalla vicenda processuale, per me non è questa la strada”, ha concluso.