L’AQUILA – Processo Grandi Rischi, il giorno dopo.
In centro storico dell’Aquila, i pochi cittadini che è possibile incontrare a passeggio e a sbrigare faccende tra i cantieri e i palazzi puntellati, esprimono quasi tutti perplessità ed anche sdegno e rabbia per la sentenza della Corte di Appello che ha ribaltato ieri la sentenza del primo grado, assolvendo gli scienziati e membri della commissione Grandi Rischi Franco Barberi, Enzo Boschi, Giulio Selvaggi, Gian Michele Calvi, Mauro Dolce e Claudio Eva, condannando il solo Bernardo De Bernardinis, ex vice capo della Protezione civile.
Per alcune delle persone interpellate – mentre sui social network non si ferma l’indignazione generale in mezzo a pochi commenti “favorevoli” alla sentenza – l di là dei rilievi penali, i membri della Commissione appena assolti, hanno avuto comunque la responsabilità di esprimere autorevoli giudizi rassicuranti, che poi hanno fatto si che sia stato sottovalutato il rischio imminente del terremoto.
E viene fuori che la sfiducia nella magistratura è decisamente generalizzata.
È una furia Gabriella Salvatore, che alloggia al progetto C.a.s.e. di Roio, dopo che la sua casa nel quartiere di Villa Gioia è stata distrutta dal sisma. La Salvatore viene davanti la telecamera trattenuta a stento dal marito e tuona: “Una cosa vergognosa, i ragazzi della Casa dello studente sono morti perché sono stati rassicurati, forse ci dobbiamo rassegnare, saranno gli angeli che stanno in cielo a fare giustizia”.
Sulle panchine di una semi deserta piazza Duomo Bruno Tobia, casa in centro inagibile, ora vive in una casetta di legno che si è costruito da solo, esprime anche lui un giudizio molto duro.
“È una schifezza – commenta – la legge non è uguale per tutti. Io la sera stessa in televisione ho sentito dire che non c’era pericolo, perché era un normale sciame sismico. Il 5 aprile, dopo la scossa delle ore 23, sono uscito di casa con mia moglie, ma poi dopo un ora sono rientrato, perché ho pensato che se lo dicevano loro che non c’era pericolo, era vero. Ci siamo salvati con mia moglie per il rotto della cuffia. Dovevano dirci di stare attenti, che il pericolo c’era eccome”.
Seduto affianco a lui c’è Walter Coccia Colaiuta, parente di Simone, fidanzato della senatrice aquilana del Partito democratico Stefania Pezzopane.
“La condanna del solo De Bernardinis mi convince poco, la Protezione civile c’entra poco – il suo pensiero – quelli della Commissione Grandi Rischi sono degli esperti, la responsabilità se la sono assunta loro quando hanno detto che non c’era pericolo, che dovevamo stare tranquilli. Il processo era basato su questo. Ora risulta che non ci sono colpevoli, però quegli scienziati sono comunque degli incompetenti, secondo me devono fare un altro mestiere”.
Per la signora Maria Melas, originaria di Latina, è una sentenza che “ha lasciato tutti a bocca aperta, dovevano essere condannati tutti, dovevano pagare per i loro gravissimi errori”.
E lo stesso sostiene Giovanna Parisse, secondo cui la sentenza della Corte d’Appello “ha ignorato le responsabilità che erano emerse nel corso del processo. E questo mi allarma”.
Francesco “Chicco” Nurzia, titolare della storico bar in piazza Duomo, non vuole entrare nel merito della sentenza e sottolinea che in qualche modo anche gli aquilani hanno sottovalutato il pericolo.
“Non conosco la materia processuale, dico però che la gente non si aspettava questa sentenza, era sicura di una condanna. Io non so a chi dare ragione. Una cosa è certa, i terremoti sono imprevedibili, non riescono a prevederli neanche in Giappone, figuriamoci qui da noi. Va detto anche che gli aquilani si sono rassicurati da soli, si diceva che tanto anche in caso di forte scossa la città avrebbe retto, perché era antisismica. E poi invece si è visto quanto lo era”.
Poco distante, Peppe Colaneri, titolare di una storica cartoleria con negozio di dischi, esprime giudizi molto duri.
“Ci siamo rimasti molto male, ma già si paventava questo risultato finale. I grandi processi, come quello per la morte di Stefano Cucchi, finiscono sempre senza colpevoli. I terremoti non sono prevedibili, questo nessuno lo mette in discussione, ma nessuno nei giorni precedenti il sisma ci ha detto nulla, ci ha spiegato cosa fare. Siamo stati come le pecore dentro un ovile”.
Abbiamo preso sottogamba la situazione – aggiunge poi Colaneri – sulle scosse che avvertivamo ci scherzavamo sopra, ma questo è accaduto soprattutto perché c’è stato anche chi ci diceva che tutte quelle scosse erano un rilascio graduale di energia, che annullavano tutta quella quella forza che poi invece si è sprigionata”.
Infine, il ricordo delle ore che hanno preceduto il terremoto e delle rassicurazioni anche da lui ricevute. E la mal sopita rabbia per quello che no si è fatto, per quello che non si è detto. O si è detto di troppo.
“La domenica sera stavo tornando a casa ed alcune persone della Protezione civile ci hanno detto di stare tranquilli, di non avere paura. Dovevano darci la possibilità di giudicare, di decidere da soli cosa fare, se rimanere in casa o uscire fuori dopo le ultime forti scosse”. Filippo Tronca




