L’AQUILA – Cinque anni fa esatti cominciava il processo alla commissione Grandi rischi, l’organo di scienziati consulenti della presidenza del Consiglio che fu condannato in primo grado, e poi assolto in Appello e Cassazione, per aver rassicurato gli aquilani sull’assenza di rischio sismico nella riunione del 31 marzo 2009, a soli 5 giorni dalla scossa del 6 aprile che avrebbe devastato la città.
Un procedimento giudiziario lungo e complicato, etichettato in via frettolosa “processo alla scienza” sui media nazionali e anche esteri che si sono interessati alla vicenda, che si è concluso con la condanna definitiva del solo Bernardo De Bernardinis, vice capo della Protezione civile all’epoca dei fatti.
De Bernardinis è stato condannato a 2 anni di carcere principalmente per aver risposto di sì in modo improvvido alla domanda di un cronista, Gianfranco Colacito, che gli chiedeva se si potesse bere sereni un bicchiere di vino.
Condannato in primo grado a 6 anni con le accuse di omicidio colposo e lesioni, la pena è stata attenuata in Corte d’Appello, che ha invece assolto i 6 esperti riconosciuti colpevoli in primo grado, e confermata dal giudizio di legittimità.
De Bernardinis che, oggi, figura nel Comitato nazionale operativo della Protezione civile come rappresentante dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) dal 24 aprile 2014, e si sta occupando della gestione dell’emergenza ad Amatrice tra gli strali di alcune associazioni, come Possibile, assieme a un altro indagato della Cgr, Mauro Dolce, lui invece assolto.
Il primo lustro dall’inizio di un processo passato alla storia scocca per caso di sorte proprio nel giorno in cui in aula riprende il procedimento “satellite” che vede come unico imputato l’ex capo dipartimento della Protezione civile, Guido Bertolaso, con le accuse di omicidio colposo plurimo e lesioni.
Bertolaso è finito imputato con l’accusa di essere il “mandante” di un una “operazione mediatica perché vogliamo rassicurare la gente” attraverso la convocazione della Cgr, come affermato platealmente in una telefonata con l’allora assessore regionale Daniela Stati, pure lei indagata ma uscita archiviata.
Quella di oggi sarà un’udienza decisiva, dal momento che per questo filone, come per tutti quelli della maxi inchiesta aperta dopo il sisma dalla procura della Repubblica, si avvicina l’estinzione di tutti i possibili reati per prescrizione, prevista il 6 ottobre prossimo, 7 anni e 6 mesi dopo la scossa delle 3.32, secondo i termini di legge.
Con il sipario a un passo, perciò, il processo a Bertolaso accelererà solo se il suo avvocato, Filippo Dinacci, nell’ultima udienza assente e sostituito da un altro legale, formalizzerà la volontà di rinunciare alla prescrizione da parte del suo assistito.
Cosa che Bertolaso ha già promesso in interviste e dichiarazioni pubbliche, precisando, però, che lo avrebbe fatto solo al momento opportuno, quando consentito dalla legge, ovvero, secondo lui, il 7 ottobre.
Mentre il processo principale è stato celebrato a tappe forzate specialmente in primo grado per l’impegno del giudice Marco Billi, quello “satellite” ha avuto una genesi molto tormentata e non a caso si trova ancora alle prime battute dell’udienza dibattimentale che, peraltro, rischia di concludersi anzitempo.
Gli avvocati di parte civile Angelo Colagrande e Stefano Parretta hanno portato alla svolta, in quanto autori del complicato ricorso che ha portato la procura generale della Repubblica presso la Corte d’Appello ad avocare a sé questo procedimento e Bertolaso a finire sotto processo dopo ben due richieste di archiviazione della procura ordinaria.





