L’AQUILA – Non sarà senza ostacoli il percorso di Guido Bertolaso e Daniela Stati per arrivare all’archiviazione delle loro posizioni nell’inchiesta Grandi rischi-bis, parallela al processo che si è concluso con la condanna di sette imputati esperti di terremoti e protezione civile per aver sottovalutato il rischio sismico e rassicurato gli aquilani dopo la riunione della commissione organo consultivo della presidenza del Consiglio il 31 marzo 2009, a cinque giorni dal tragico sisma del 6 aprile.
Nei giorni scorsi, infatti, per volontà del partito della Rifondazione comunista, è arrivata la prima opposizione alla richiesta di archiviazione dei sostituti procuratori della Repubblica dell’Aquila Fabio Picuti e Roberta D’Avolio nei confronti dell’ex capo dipartimento e dell’allora assessore regionale alla Protezione civile, nonostante fossero stati chiamati in causa da una telefonata intercettata in cui Bertolaso parlava della riunione come di una “operazione mediatica” fatta “perché vogliamo rassicurare la gente”.
Per conto del consigliere capogruppo Enrico Perilli e del segretario regionale del partito Marco Fars, infatti, gli avvocati Alessandro Rosa e Francesco Rosettini hanno deposito istanza al giudice per le indagini preliminari Giuseppe Romano Gargarella.
I legali chiedono l’imputazione coatta per i due indagati, insomma che il giudice obblighi il pm a esercitare l’azione penale, oppure un approfondimento delle indagini dopo la nuova intervista di uno dei condannati del primo filone, Enzo Boschi, rilasciata alla trasmissione Presadiretta.
Ma non è finita. “Mi sento di dover contrastare l’inerzia della procura in merito alle responsabilità di personaggi con grande potere che devono, secondo il mio parere, rispondere per la morte degli aquilani il 6 aprile 2009”, scrive Pier Paolo Visione, commercialista aquilano che ha avuto alcuni lutti nel sisma, in un articolo sul sito Inabruzzo.com.
“Non si archivia senza fare le indagini in modo serio con eventuali confronti all’americana. Non si esclude a priori l’ipotesi del dolo eventuale per paura di mettere in discussione l’impalcatura di un’altra verità processuale ormai in porto – attacca – Non si archivia con l’evidenza delle intercettazioni in cui si ammettono circostanze che nulla hanno a che vedere con la colpa ma che sono riconducibili perfettamente al dolo eventuale”.
Ecco perché, annuncia, “presenterò opposizione cercando di argomentare le motivazioni nelle sedi opportune e nei termini di legge”.
Un’istanza condivisa da un altro aquilano la cui esistenza è stata distrutta dal sisma di quasi quattro anni fa, il chirurgo Vincenzo Vittorini, consigliere comunale dell’Aquila che vogliamo.
“La battaglia di Pier Paolo è anche la mia battaglia. Questa nostra battaglia la condurremo senza se e senza ma, costi quel che costi, perchè ricostruire una città, parlando di economia, sociale, cultura e quant’altro, senza aver prima ripristinato la legalità è inutile”, scrive sulla sua bacheca di Facebook.
“Ci sono persone con responsabilità enormi per la morte di tanti aquilani in giro per il mondo. Vincit omnia veritas (la verità trionfa su tutto, ndr)”, conclude. Alberto Orsini
L’organo consultivo della presidenza del Consiglio è stato condannato nella sua composizione del 2009 per aver compiuto analisi superficiali e aver dato false rassicurazioni agli aquilani prima del 6 aprile 2009, causando la morte di 29 persone.
Cinque le date miliari da ricordare da quando tutto è cominciato e si è sviluppato in oltre due anni e mezzo: 3 giugno 2010, arrivano sette avvisi di garanzia ai componenti della Cgr; 10 dicembre 2010, esordio in aula per l’udienza preliminare, che si conclude con il rinvio a giudizio per tutti e sette; 20 settembre 2011, prima udienza dibattimentale; 22 ottobre 2012, la sentenza di primo grado; 18 gennaio 2013, il deposito delle motivazioni.
Nelle udienze davanti al giudice Marco Billi sono sfilati quasi 300 testimoni tra quelli dell’accusa, chiamati dai pm Fabio Picuti e Roberta D’Avolio, e quelli di parte civile e delle difese. Nelle deposizioni i familiari e amici di vittime del sisma hanno sottolineato che i loro congiunti, spaventati dalle scosse fino al 31 marzo di due anni fa, hanno poi cambiato atteggiamento dopo i tranquillizzanti messaggi diffusi dalla Grandi rischi dopo la riunione del 31 marzo 2009.
Una tesi rifiutata dalle difese, che annoveravano principi del foro come gli avvocati Alfredo Biondi, ex ministro della Giustizia, o Marcello Melandri, già impegnato in processi come Fastweb e Gea. Tra gli avvocati di parte civile più noti anche Giulia Bongiorno che, però, non ha mai partecipato di persona.
I condannati in primo grado a sei anni di reclusione sono Franco Barberi, all’epoca presidente vicario della commissione Grandi rischi, Bernardo De Bernardinis (l’unico che è stato sempre presente in aula in tutte le udienze), già vice capo del settore tecnico del dipartimento di Protezione civile, Enzo Boschi, all’epoca presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti, Gian Michele Calvi, direttore di Eucentre e responsabile del progetto C.a.s.e., Claudio Eva, ordinario di fisica all’Università di Genova e Mauro Dolce, direttore dell’ufficio rischio sismico di Protezione civile.
Tutti sono stati condannati per omicidio colposo e lesioni personali colpose. Il giudice Billi ha imposto un ritmo veloce al processo con un’udienza a settimana, che ha portato alla sentenza di primo grado dopo un anno e un mese dall’inizio della fase dibattimentale, un tempo da record.
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I PROTAGONISTI DEL PROCESSO GRANDI RISCHI
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