L’AQUILA – Le condizioni per ottenere i finanziamenti del Piano di sviluppo rurale (Psr) per il primo insediamento, unite ai limiti europei fissati per il risarcimento dei danni provocati dalla fauna selvatica, rischiano di diventare una trappola per tanti giovani abruzzesi tornati eroicamente a fare agricoltura.
Una trappola ben più efficace e micidiale dei recinti predisposti per catturare qualche cinghiale, senza risolvere il problema del loro soprannumero, con buona pace della retorica convegnistica e da campagna elettorale sull’imperativo categorico di ripopolare i paesi, puntando sui giovani, rivitalizzare l’economia locale, valorizzare gli straordinari prodotti tipici, biologici e naturali che il modo ci invidia e via declamando.
Un caso emblematico è quello raccontato ad Abruzzoweb da Giuseppe Turavani, agricoltore di Goriano Valli, frazione di Tione degli Abruzzi (L’Aquila), antico borgo nel Parco regionale Sirente Velino.
Grazie a 30 mila euro di finanziamenti del Psr 2007-2013, assieme alla moglie tedesca Saskia Steigleder è riuscito a mettere su quasi da zero, investendo anche soldi propri, l’azienda agricola “Abruzzo mio” in un paese in via di spopolamento, e che oggi produce legumi e cereali biologici, zafferano e tartufi, ma offre anche esperienze di trekking con gli asini nel cuore del Parco, che richiamano centinaia di turisti in particolare dal nord Europa, grazie ad un’azione di marketing autofinanziato, e ad un sito, che a differenza di tanti siti turistici istituzionali è addirittura ben tradotto in tedesco.
Il problema è però che buona parte se non tutto il raccolto di Giuseppe e Saskia, ogni anno viene devastato dalle indisturbate scorribande di cervi e cinghiali, che nel Parco sono oramai in drammatico soprannumero e completamente fuori controllo, in mancanza di predatori naturali.
Per Bruxelles però il cinghiale non è una specie di interesse europeo, protetto dalla direttiva Habitat. Spetta agli Stati membri garantire che le popolazioni siano gestite in modo da evitare o ridurre al minimo gli impatti negativi sui terreni agricoli. Come dire: arrangiatevi. Ma in un Parco regionale non si può cacciare, nè procedere ad abbattimenti selettivi efficaci. E comunque non si possono superare i 15 mila euro di risarcimento danni in tre anni, perché oltre questa soglia detta “de minimis”, si prefigurerebbe un aiuto di Stato, che come noto per la Ue è come imprecare in chiesa. Ma i danni sono per Giuseppe ben superiori, anche di 20 mila euro l’anno, come quantificato dai tecnici del Parco, che hanno fatto i sopralluoghi e le verifiche.
Il secondo paradosso, questa volta tutto italiano, è che Giuseppe, e tanti giovani agricoltori come lui che hanno ottenuto i fondi del Psr, per dieci anni sarà costretto a coltivare comunque i terreni dichiarati, oltre venti ettari, altrimenti sarà costretto a restituire i 30 mila euro di finanziamento.
“Io sono arrivato a coltivare 40 ettari di terreno – spiega Giuseppe – recintarli tutti è impossibile, servirebbero barriere di due metri, altrimenti il cervo scavalca, gli appezzamenti come sempre avviene in territori montani, sono parcellizzati, distanti uno dall’altro, attraversati da strade interpoderali. E non ho soldi, perché servirebbero decine di migliaia di euro di investimento, tenuto anche conto dell’impatto paesaggistico devastante, per di più in un Parco”.
“Ogni anno – prosegue Giuseppe – subisco danni ben superiori a 5 mila l’anno che mi riconoscono. E dunque visto che non posso non coltivare, ogni anno devo investire anche 10 mila euro in carburante, sementi e manodopera, per raccogliere poco o nulla. Non so fino a quando riuscirò ad andare avanti in questo modo”.
Sono tanti i giovani agricoltori abruzzesi, in buona parte pentiti, che chiedono interventi, modifiche legislative, prima che siano costretti a ritrovarsi non solo disoccupati, ma anche indebitati fino al collo.
Un rischio che grava anche sul nuovo programma di aiuti per i primi insediamenti dei giovani previsti dal Psr 2014-2020.
L’obbligo di coltivare i terreni è infatti sceso da 10 a 5 anni, il contributo è salito a massimo a 60 mila euro, ma deve essere interamente reinvestito in azienda. Non rimane dunque nulla in tasca, per tamponare le emergenze, come i mancati incassi per i danni da fauna selvatica.
Governo e Regioni, nonostante le crescenti proteste di agricoltori e associazioni di categoria, ancora non compiono mosse significative per far rivedere la regola del “de minimis”.
In Abruzzo a muoversi è stato solo il Parco Nazionale Gran Sasso Monti della Laga, che ad agosto 2015 ha inviato una comunicazione a Bruxelles, annunciando l’intenzione di voler procedere a risarcimenti integrali, che vanno considerati appunto risarcimenti di danni provocati da una fauna selvatica, che in Italia è di proprietà statale, e non si tratta dunque di aiuti di Stato. Si è ancora in attesa di una risposta dalla burocrazia politica europea, ma la sensazione è che se si otterrà il risultato auspicato, esso arriverà a babbo morto, o meglio ad aziende chiuse.
Un malessere crescente, che non riguarda solo i giovani agricoltori, che non trovano risposte nemmeno nelle campagne di abbattimenti selettivi della fauna selvatica in soprannumero limitati e inefficaci, in particolare nelle aree protette dove non si può sparare e sono consentite solo le catture con recinti.
In questo caso, altra chicca, l’agricoltore che prende in gestione la gabbia di cattura deve pagare allo Stato l’animale catturato, come detto di proprietà statale, e anche a prezzi non certo scontati. Però l’agricoltore non ha diritto al rimborso dei danni provocati dal cinghiale prima di essere catturato, quasi sempre ben superiori ai 15 mila euro nel triennio.
“Mi chiedo cosa stiano facendo di concreto il Parco, la Regione il governo per aiutarci – prosegue Giuseppe – se lo sapevo non avrei mai fatto domanda per il Psr, perché almeno ora potevo chiudere anche subito i settori non produttivi della mia azienda, invece di continuare a perdere soldi per seminare quello che non posso raccogliere, concentrandomi solo sull’attività agrituristica, il trekking con gli asini, e su limitate produzioni di zafferano altre colture ‘recintabili’, che invece ci stanno dando soddisfazioni”.
Giuseppe dunque non puo che affidarsi alle virtù di una qualità tipica delle montagne d’Abruzzo, ovvero la proverbiale cocciutaggine. Anche perchè come ha scritto Vladimir Majakovskij, “la terra con cui hai condiviso il freddo, mai più potrai fare a meno di amarla”.
“Sono rimasto a vivere nel mio paese – conclude Giuseppe – ho messo su famiglia, ho due bellissimi figli, che amano queste montagne e queste campagne. Ma se va avanti così che futuro gli posso dare? So solo che devo tenere duro, non voglio emigrare anche io, come hanno fatto tanti miei paesani e coetanei”. Filippo Tronca





