L’AQUILA – “I fanghi cominciano a diventare pericolosi, facciamo i banditi”.
Così parlava, il capo del settore Ecologia del Consorzio di bonifica Centro di Chieti, in una delle intercettazioni dell’inchiesta “Panta rei” coordinata dalla direzione distrettuale antimafia dell’Aquila e svolta dal Corpo forestale dei comandi provinciali di Chieti e Pescara, con quella che il comandante regionale del Cfs, Ciro Lungo, ha definito “la piena consapevolezza di chi operava in modo irregolare” da parte degli indagati.
Uno dei dati più inquietanti venuti alla luce da quest’indagine è che, per un tempo inquantificabile, il Consorzio ha scaricato arsenico nel fiume Pescara superando di 12 volte i limiti imposti dall’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) del ministero, come si legge nell’ordinanza di custodia cautelare del giudice per le indagini preliminari Giuseppe Romano Gargarella.
I 4 arrestati ai domiciliari nell’ambito dell’indagine sono Roberto Roberti, presidente del Consorzio, Tommaso Valerio, responsabile tecnico dell’impianto, Andrea De Luca, capo settore Ecologia e ambiente dell’impianto e protagonista di quella intercettazione, e Stefano Storto, amministratore del laboratorio di analisi “Dace Dr. Storto”.
Altri 5 indagati sono denunciati a piede libero. Si tratta di Nicola Levorato, amministratore della società Depuracque Srl, Angelo De Cesaris, amministratore della società Angelo De Cesaris Srl, Corrado Sorgentone, autista della stessa società, Fabrizio Mennilli, titolare di una ditta individuale del settore idraulico, e Giustino Angeloni, ingegnere consulente del Consorzio.
Il Consorzio di Bonifica è un ente di diritto pubblico istituito ai sensi dell’articolo 59 del Regio Decreto numero 215 del 13 febbraio 1933, che quando funziona dovrebbe operare nei settori della gestione e della valorizzazione del patrimonio idrico, della difesa idraulica, del risanamento delle acque, e, soprattutto, nel campo della tutela dell’ambiente.
Il Consorzio di bonifica “Centro”, in particolare, è stato costituito con una delibera della Giunta regionale d’Abruzzo numero 801 del 7 aprile 1997.
I dettagli dell’inchiesta sono stati spiegati in un incontro con la stampa presso il Palazzo di Giustizia del capoluogo, alla presenza del sostituto procuratore della direzionale nazionale antimafia (Dna), Antonio Laudati.
Per decisione del giudice, il Consorzio ora è stato sequestrato e affidato a un amministratore giudiziario, Andrea Colantonio, a causa del gran numero di attività illecite che si è accertato si svolgessero all’interno che ora dovranno essere corrette per ripristinare la piena e legale funzionalità.
Per questo motivo tra le ipotesi di reato, come spiegato dai sostituti procuratori antimafia David Mancini e Antonietta Picardi, è stata contestata quella di “organizzazione finalizzata al traffico illecito di rifiuti”.
Tra gli illeciti scoperti, lo sversamento di liquami nel fiume Pescara fino a tre volte in più dei livelli consentiti, lo smaltimento di fanghi in impianti a Fermo e Ferrara e, al contrario, la ricezione di rifiuti liquidi da Pisa in violazione alle autorizzazioni.
“Dalla Toscana viene fino qua a portare quella roba perché nessuno la vuole, con l’arsenico a 50”, si legge in un’altra intercettazione.
Segnalata anche la scarsa manutenzione che portava, come spiegato dalla Picardi, a “odori nauseabondi provenienti dalla struttura che sono stati denunciati dai cittadini”.
Il sostituto procuratore antimafia dell’Aquila David Mancini ha rimarcato che “nel Consorzio di bonifica la depurazione di rifiuti liquidi e reflui veniva svolta con modalità sistematicamente illecite: falsificazione di codici di ingresso, ricezione di quantitativi incompatibili rispetto alla capacità, sversamento nel fiume Pescara”.
E questa, secondo il magistrato, è “una delle risposte, ahimè tristemente banali, sui motivi dell’inquinamento del mare e del mancato rispetto dell’ambiente che ci circonda”.
Mancini ha voluto sottolineare “l’importanza del ruolo della Forestale, che vive un periodo travagliato e di cambiamenti, ma è fondamentale e non è da sottovalutare, queste capacità verranno messe a frutto anche negli anni a venire”.
L’altro sostituto della Dda aquilana Antonietta Picardi ha annunciato che “parte dell’inchiesta dovrà essere sviluppata ancora. Le prime indagini risalgono al 2009 – ha affermato – è stata un’attività lunga con intercettazioni telefoniche e ambientali e studio di documentazioni da computer acquisite con i sequestri”.
A spiegare che cosa accadrà ora all’impianto sequestrato è stata la comandante provinciale di Chieti del Cfs, Livia Mattei.
“La principale attività correttiva dopo il sequestro è l’affidamento all’amministratore giudiziario, ci sarà un super partes che correggerà i comportamenti emersi – ha detto – Le scelte che determinavano inquinamenti e traffici erano in capo ai decisori e ai governatori del sistema”.
“Il Consorzio è un impianto di bonifica, è autorizzato a prendere rifiuti liquidi non pericolosi – ha concluso – Ferme le annose carenze strutturali che davvero saltano agli occhi, ci si doveva mettere mano e non si è fatto”.
ARSENICO NEL FIUME, IMPORT-EXPORT RIFIUTI E TRUFFE
Non solo i 4 arresti ai domiciliari per lo sversamento di liquami nel fiume Pescara, che ha portato all’inquinamento del mare, e il traffico illecito di rifiuti, ma anche altre misure cautelari come l’interdizione all’esercizio di attività imprenditoriale nei confronti di 2 indagati, Angelo De Cesaris e Fabrizio Mennilli, oltre al sequestro preventivo agli indagati della somma di 308 mila euro indebitamente percepiti.
A disporle nella sua ordinanza di 160 pagine il giudice per le indagini preliminari dell’Aquila Giuseppe Romano Gargarella come da richiesta dei sostituti procuratori della direzione distrettuale antimafia Antonietta Picardi e David Mancini.
Altra misura cautelare è il sequestro preventivo dell’impianto di depurazione con affidamento all’amministratore giudiziario Andrea Colantonio che dovrà normalizzare la situazione viziata da anni di illegalità.
Come spiegato dal Corpo forestale che ha svolto le indagini, l’impianto è costituito da due sezioni: il depuratore di reflui civili, scarichi industriali di aziende esterne (Depuracque s.r.l.) e reflui in uscita dall’impianto di pretrattamento da un lato e l’impianto di pretrattamento di rifiuti liquidi conferiti da terzi “su gomma” dall’altro.
Per quanto concerne il reato di traffico illecito di rifiuti, gli inquirenti hanno riscontrato la miscelazione dei fanghi e lo smaltimento con codici del Cer (Catalogo europeo dei rifiuti) non fedeli alle caratteristiche.
Inoltre, c’è stato il conferimento illegittimo di fanghi alle discariche di Torre San Patrizio (Fermo) e Bandissolo Argenta (Ferrara).
Tra ottobre e novembre 2015 sono stati documentati 37 viaggi di rifiuti di percolato di discarica (per complessive 1.090,45 tonnellate) contenenti alti valori di arsenico accettati senza abbattimento del metallo pesante.
La Forestale ha scoperto anche una serie di chiusure strategiche della vasca dell’impianto di pre-trattamento, la falsificazione delle analisi in accordo con il laboratorio di fiducia per falsare i risultati e la miscelazione dei fanghi con il successivo sversamento di reflui nelle acque di scarico nel fiume Pescara, con ampio superamento dei limiti, oltre il triplo dei limiti consentiti.
Ancora, gli indagati hanno ricevuto percolato proveniente dalla Toscana e in particolare dalla discarica “Bulera” di Pisa. “Dalla Toscana, da lassù viene fino qua per portare quella roba! Perché nessuno la vuole con l’arsenico a cinquanta!”, ha esclamato in un’intercettazione un dipendente del Consorzio, non indagato.
Per quanto concerne l’inquinamento ambientale, si è scoperta la rottura della vasca di ossidazione dell’impianto, con conseguente perdita nel sottosuolo di fanghi e di reflui non depurati e ancora degrado, carenze di manutenzioni e strumentazioni non adeguate.
Gli illeciti guadagni del sodalizio criminale consistevano in costanti approvvigionamenti di rifiuti con caratteristiche chimico analitiche “pesanti”, con presenza di arsenico, azoto ammoniacale, altri metalli pesanti e fenoli; una truffa al Comune di Chieti con abbattimento dei costi di smaltimento attraverso l’illecita miscelazione dei fanghi; affidamenti diretti a società “amiche” di servizi e forniture; infine, una serie di truffe ad altri enti. (alb.or.)
“LA FORESTALE E’ IMPORTANTE, NON SOPPRESSA MA ACCORPATA”
“La Forestale svolge e ha svolto un compito importante per il controllo del territorio nel nostro ordinamento, ma fortunatamente non viene soppressa: viene assorbita dall’Arma dei Carabinieri e continuerà a svolgere le sue attività nell’ambito di un contesto un po’ più articolato”.
Così il sostituto procuratore della direzione nazionale antimafia (Dna) Antonio Laudati, a margine dell’incontro con la stampa.
Un ruolo evidenziato anche dai sostituti procuratori della direzione distrettuale antimafia abruzzese. “È giusto sottolineare l’importanza della Forestale, che vive un periodo travagliato e di cambiamenti – ha detto David Mancini – ma è fondamentale e non è da sottovalutare: queste capacità verranno messe a frutto anche negli anni a venire”.
La collega Antonietta Picardi ha fatto notare in avvio che “due comandi provinciali della Forestale, Chieti e Pescara, hanno lavorato a braccetto svolgendo l’inchiesta in sinergia”.
Secondo quanto diffuso, una squadra di 12 unità è rimasta costantemente impegnata nell’attività d’indagine, oltre 100 forestali sono stati impiegati nelle operazioni di campo e, in particolare, 27 uffici e abitazioni sono state perquisite con sequestro di notevole mole di documenti e supporti informatici, mesi di intercettazioni telefoniche e ambientali, appostamenti, pedinamenti, acquisizione atti presso gli Uffici della Regione Abruzzo e dell’Agenzia regionale per la tutela dell’ambiente (Arta).





