PESCARA – Un terzo degli italiani si è recato alle urne per il referendum sulle trivelle petrolifere in mare, facendo di fatto fallire la consultazione che, in base a quanto prevede la Costituzione, necessita di un’affluenza del 50 per cento più uno degli aventi diritto per essere valida.
Alla chiusura dei seggi, alle 23, l’affluenza in Italia è stata del 32 per cento, in Abruzzo di tre punti percentuale in più. La provincia di Chieti, trascinata dal dato dei comuni costieri particolarmente sensibili al tema delle piattaforme al largo della Costa dei Trabocchi, è stata quella con la maggior affluenza, il 40,2%. Ultima quella dell’Aquila, con un misero 31 per cento.
Affluenza lontana dal quorum anche nelle province di Teramo (35,3%) e Pescara (33,2).
L’affluenza alle urne delle ultime elezioni regionali del 2014 è stata del 61,5 per cento, pari a 745.865 elettori.
Nel quesito referendario si chiedeva: “Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c’è ancora gas o petrolio?”.
In caso di vittoria del Sì, sarebbe stato abrogato l’articolo 6 comma 17 del Codice dell’ambiente, dove si prevede che le trivellazioni continuino fino a quando il giacimento lo consente.
Prima che la Legge di stabilità modificasse la durata delle concessioni, la legge del 1991 prevedeva che le concessioni avessero una durata iniziale di trent’anni, prorogabile poi per dieci anni ancora e rinnovabile di cinque anni in cinque anni senza limiti di tempo comunque.
Con la vittoria del Sì le attuali piattaforme avrebbero dovuto cessare l’attività estrattiva alla scadenza della concessione anche se dovesse esserci sotto ancora gas e petrolio da estrarre. Le società avrebbero dovuto sigillare e mettere in sicurezza i pozzi, rimuovere le piattaforme, e bonificare il sito.
In Italia l’ultimo titolo scade nel 2034 (in Sicilia), in Abruzzo la scadenza definitiva dell’ultima concessione è prevista per luglio 2018.
Ora, resta in vigore la norma contenuta nella legge di stabilità, in base alla quale, entro le 12 miglia, “i titoli abilitativi già rilasciati sono fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”.
Le estrazioni in corso potranno continuare fino all’esaurimento del giacimento e le concessioni potranno essere rinnovate.
In principio i quesiti referendari proposti dalle Regioni erano sei. Poi ne è rimasto solo uno, visto che nel frattempo il governo ha sterilizzato gli altri con delle modifiche all’ultima legge di Stabilità.
Il quesito riguardava solo la durata delle trivellazioni già in atto entro le 12 miglia dalla costa (22,2 chilometri).
Il referendum non riguardava le attività petrolifere sulla terraferma, né quelle in mare che si trovano a una distanza superiore alle 12 miglia dalla costa.
Il referendum riguardava insomma 12 permessi di ricerca (la metà dei quali al momento sospesi) e 44 concessioni (tra produttive e non produttive) che si trovano già entro le 12 miglia: tra queste, una in Veneto, due in Emilia-Romagna, uno nelle Marche, sei in Abruzzo, tre in Puglia, cinque in Calabria, due in Basilicata e sette in Sicilia.
Tra le concessioni in Abruzzo che avrebbero dovuto interrompere anzitempo l’attività estrattiva, “Rospo Mare”, al largo della costa teatina, all’altezza di Vasto (Chieti), che scade a marzo 2018, l’unica che estrae petrolio, “Eleonora”, tra Pineto e Grottammare nelle Marche per l’estrazione di gas con scadenza a luglio 2018, “Squalo” al largo di Pineto, gas naturale, che scade a novembre 2018.
La piattaforma “Ombrina Mare”, che doveva essere realizzata al di sotto delle 12 miglia, al largo della costa dei Trabocchi, è stata bloccata sul nascere proprio dalla legge di stabilità 2016.





