L’AQUILA – Una totale divergenza di vedute tra il pubblico ministero Stefano Gallo e l’avvocato Ferdinando Paone e il no da parte del giudice del tribunale dell’Aquila Giuseppe Grieco, alla richiesta dell’accusa di riascoltare le angoscianti telefonate al 118 fatte il 29 febbraio 2012 in alta montagna, poco prima che finisse in tragedia l’escursione che vide protagonisti Massimiliano Giusti, che perse la vita a 37 anni dopo un volo di 300 metri in un crepaccio, e il suo amico Paolo Scimia, 38 anni oggi, sopravvissuto a un’improvvisa bufera e poi finito sotto processo per omicidio con l’accusa di aver abbandonato l’amico.
Così il quotidiano Il Centro riporta la penultima udienza del processo, conclusa con il pm che ha chiesto la condanna a 1 anno di reclusione per Scimia.
La requisitoria poggia sulla tesi che Scimia tra i due fosse di sicuro il più esperto e dunque avesse il ruolo di guida.
Per Gallo “Scimia ha di fatto assunto la posizione di garanzia verso la vittima. I profili di colpa ci sono. Un comportamento diligente avrebbe evitato il dramma. L’obbligo di tutelare la vittima è scolpito in capo a Scimia. Questi, da solo, è stato capace di trovare ben due rifugi nella tormenta. Vuol dire che, se si fosse impegnato, il suo amico si sarebbe salvato. Aveva l’obbligo giuridico di non lasciare il compagno da solo”.
La difesa, rappresentata anche da Lanfranco Massimi, ha evidenziato “i fattori esterni e imprevedibili della montagna”.
L’avvocato Paone ha anche escluso che il suo assistito fosse un alpinista esperto tanto quanto lo ha dipinto il pm al punto che uno dei testimoni, a suo dire tra i più attendibili, ha affermato che si trattava solo di due appassionati di montagna e che si equivalessero quanto a capacità.
Come riporta Il Messaggero, per gli avvocati di parte civile Roberto Madama e Beatrice Rizzo “chi era davanti (Scimia) ha accelerato, si è girato non ha visto Giusti e se n’è andato via”.
Il processo è stato aggiornato al prossimo 13 dicembre, quando il giudice emetterà la sentenza.





