L’AQUILA – Sono tante le lettere dell’alfabeto che Emergency ha voluto dedicare ieri sera a L’Aquila, nel corso del primo appuntamento dell’incontro nazionale nel capoluogo abruzzese, nella gigantesca tensostruttura allestita per l’occasione.
A come armi, B come bellezza, C come costituzione, D come diritti. E poi M come Medicina, P come pace, U come uguaglianza, P come volontari. Un impegno che ha coinvolto in 18 anni quasi 5 milioni di persone, vittime protagoniste di dolorosi e angoscianti scenari di guerra.
Ma tra le lettere pescate nell’alfabeto dei diritti e delle priorità, una lettera è tornata più volta nella mente. La stessa, ma con significati, sfumature diverse. Erre. Erre come riscatto, rischio di rassegnazione, ma anche erre come rivoluzione: “le lettere le sceglierei tutte per L’Aquila ma penso sia la R la più indicata – ha dichiato il vignettista Vauro Senesi – e che fa pensare a ‘rivoluzione’, l’esatto contrario di rassegnazione. Bisognerebbe ribellarsi a questo stato di immobilità, che vede oggi L’Aquila come tre anni fa. Nulla sembra essere cambiato. Io vedo solo tubi, gabbie, impalcature”.
“Esiste – ha proseguito – un conflitto tra le parole e lo sguardo. Forse ci stiamo assuefacendo all’emergenza, che oggi più che mai è emergenza democratica”.
Anche Gino Strada, fondatore storico di Emergency, ha voluto usare la stessa lettera, ma stavolta con un maggiore slancio di ottimismo: “la erre mi fa pensare a ricostruzione, a ricchezza umana. Mi sembra di capire che ci sia questa voglia a L’Aquila, per questo abbiamo fatto la scelta di venire nuovamente qui in questa città. Ci sono intelligenze giovani che non vanno disperse e anche grazie a loro ci saranno buone speranze per ripartire”.
Ma la scelta di una lettera alla fine non ha cambiato il senso di un comune sentire. “Erre? Io per la verità preferirei la elle – ha commentato la presidente di Emergency Cecilia Strada – e penserei alla parola lezione, quella che L’Aquila potrebbe dare all’Italia se solo il nostro paese avesse la voglia di ascoltarla”.
Ieri sera, di fronte a un pubblico numeroso ed entusiasta, hanno preso parte al primo incontro-dibattito altri ospiti amici di Emergency, come il Procuratore della Repubblica Gian Carlo Caselli, Don Pino De Masi e il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente. La serata è stata condotta dal giornalista di Rainews24 Corradino Mineo.
CASELLI: “L’ITALIA DIMENTICA FACILMENTE LE TRAGEDIE”
È stato il procuratore Giancarlo Caselli l’ospite d’onore della prima serata aquilana dell’associazione Emergency.
Il 73enne magistrato piemontese, nato ad Alessandria, che nel corso della sua lunga carriera si è occupato e continua a occuparsi di temi drammatici come terrorismo e mafia, ha concesso ieri un’intervista ad AbruzzoWeb appena arrivato nel capoluogo abruzzese, dove era già stato in passato per alcune conferenze, a poche ore dalla prima di Emergency in piazza Duomo.
Un Caselli al solito sdegnato per quanto accade in Italia, esempio di bellezza e vergogna, il Paese di chi ride di notte, al telefono, per un affarone regalato da una città distrutta del terremoto, il Paese delle mafie dal portafogli sempre gonfio, ma anche il Paese che si scopre insofferente nei confronti di un’Unione Europea, vista come una cattiva madre che tratta male alcuni figli e ne idolatra altri.
“Siamo di fronte a un rischio concreto, che il sistema industriale salti per aria e con esso il sistema lavoro”. Sono queste le parole del segretario nazionale della Fiom- Cgil Maurizio Landini, pochi minuti prima di salire sul palco allestito per Emergency in piazza Duomo.
“Senza un intervento collettivo pubbblico – ha spiegato il sindacalista – che rimetta al centro gli interessi e le scelte strategiche di un paese per creare lavoro, per ridistribuire ricchezza il rischio è che possano prevalere non gli interessi del paese ma delle imprese. La Fiat per esempio, al di là degli annunci, non sta facendo investimenti. Tutto questo avviene nel silenzio della politica dei governi”.
Inascoltati sembrerebbero gli appelli del sindacato Fiom-Cgil al governo Monti, che “non considero tecnico ma politico – ha rimarcato Landini – e lo dimostra da scelte ben precise, ha operato di fatto degli tagli per rispondere alla Banca centrale europea. Non vedo l’ora che questo governo vada via – ha precisato – il sindacalista – e che i partiti tornino a discutere seriamente dei problemi che la gente ha e non tagliare lo stato sociale.
L’Aquila potrebbe rappresentare in tal senso un palco importante per lanciare questo allarme, un punto di partenza con cui fare i conti”.
“Continuo a sostenere Emergency anche per questo – ha concluso – perché si batte per cancellare la guerra vista come concezione di rapporti. E per rimettere al centro la persona, la democrazia. Questo messaggio ci invita seriamente a pensare più all’uomo, alle ragioni di interesse collettivo”.
CIALENTE: ”CITTÀ IN GINOCCHIO PER COLPA DI INCAPACITÀ”
“Siamo in una sorta di imbuto, chiusi in un cilindro buio, ci alziamo e andiamo a dormire con lo stesso pensiero. Ci hanno tolto il diritto alla speranza di rialzarci in piedi”.
È questa la denuncia arrivata dal sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente.
“Siamo stati fermi 18 mesi per burocrazia, incapacità e confusione – ha aggiunto – è fondamentale ripartire e dare speranza. Oggi sono circa 30 mila i cittadini ancora fuori dalle loro case e che non sanno quando potranno rientrare. Una condizione drammatica”.
Cialente ha lanciato un messaggio al governo con l’invito ad accelerare i tempi del “passaggio normativo per il quale queste settimane sono decisive”.
“Oggi non si può più mettere un chiodo, è tutto fermo – ha detto ancora – la comunità prova rabbia, rassegnazione, frustrazione, bisogna fare presto. Noi ci attacchiamo a tutto per ripartire”.
“Siamo cornuti e mazziati – ha sottolineato il primo cittadino – Ci siamo sentiti dire che gli emiliani sono bravi e gli aquilani sanno solo piangersi addosso”.
“L’Aquila è una città alla fame – ha proseguito il sindaco – nonostante ci siano fondi, in particolare per l’edilizia, da sempre un volano, la povertà colpisce cittadini che stavano bene e non sono abituati a questa condizione. La responsabilità è da ricercare negli errori commessi facendo cose finalizzate a controllare gli affari della ricostruzione”.






