L’AQUILA – “Comune e Regione Abruzzo facciano la loro parte per liberare definitivamente la periferia nord dell’Aquila dalla pericolosa e squalificante presenza degli elettrodotti ad alta tensione”.
L’appello è dell’imprenditore Mario Manganaro, in prima linea da anni nella battaglia condotta da residenti e proprietari di case e terreni, contro i due elettrodotti da 150 e 220 chilovolt, che attraversano il capoluogo d’Abruzzo dal quartiere di Pettino a quello del Torrione. Con i cavi che corrono a pochi metri dalle abitazioni e anche da scuole e altri luoghi pubblici.
Dopo anni di nulla di fatto, nonostante la possibilità di attingere dai fondi della ricostruzione destinabili alla riqualificazione urbana, a metà marzo, la Terna, società che gestisce la rete elettrica nazionale, e il Comune dell’Aquila hanno annunciato la presentazione di un progetto condiviso che consentirà di interrare almeno l’elettrodotto da 150 chilovolt, per una lunghezza di circa 4 chilometri. A finanziare l’intervento la stessa Terna. L’ufficialità è arrivata nel corso di un incontro tra il vice sindaco Guido Liris, il direttore affari istituzionali e autorizzazioni di Terna, Stefano Conti e il funzionario della società, Luca Ferreli. Per scongiurare pericoli di interferenza nell’operazione di interramento, sono stati chiamati in causa ance la Gran Sasso Acqua Spa e la 2i Rete gas Spa.
Non resta che fare il secondo decisivo passaggio: rimuovere anche l’elettrodotto da 220 chilovolt, ma qui occorre che il Comune e Regione finanzino l’intervento per intero, visto che la Terna ha già lasciato chiaramente intendere che non si farà carico anche di questo intervento. Il vicesindaco ha mesi fa ha espresso soddisfazione per l’intendimento della Terna di trasformare in realtà il primo progetto, per cui sono in corso le ultime richieste di autorizzazione. Non si hanno però notizie sul progetto più gravoso.
“L’interramento – spiega Manganaro – per quel che riguarda l’elettrodotto da 220 chilovolt avrebbe costi eccessivi, ma è possibile spostare i cavi più a nord, sulle linee già esistenti, a costi molto più contenuti. Serve però una progettualità, un iter da pianificare, di cui ancora non si hanno notizie”.
La legge stabilisce una distanza minima tra i cavi e le abitazioni, che anche a L’Aquila formalmente sono rispettate.
La suprema Corte di Cassazione in una storica sentenza ha riconosciuto però, a seguito di perizie scientifiche molto approfondite, che le attuali distanze non sono di per se sufficienti ad azzerare casi di patologie molto gravi, come tumori, che potrebbero essere provocate dall’inquinamento elettromagnetico.
C’è poi l’altro aspetto della vicenda: la rimozione delle linee consentirebbe una più generale riqualificazione urbana della periferia nord della città, liberando spazi e terreni per realizzare infrastrutture e servizi.
“Dove passa una linea da 220 volt c’è l’obbligo di rispettare una distanza di sicurezza di 30 metri. La permanenza entro questa fascia di rischio, per essere precisi, non può essere superiore alle 4 ore. Immaginiamo invece ettari liberati da questo vincolo, e la grande occasione di riqualificazione urbana che si potrebbe favorire, con aree verdi attrezzate, nuovi e innovativi servizi, e tutto quello che magari con percorsi condivisi sarà ritenuto utile per elevare la qualità della vita dei cittadini”, spiega Manganaro.






