L’AQUILA – Con una parziale riforma della sentenza di primo grado, la Corte d’Assise d’Appello dell’Aquila ha confermato oggi la pena dell’ergastolo per omicidio plurimo premeditato per Burhan Kapplani, il cinquantenne imprenditore albanese che, il 17 gennaio 2013, fuori da un supermercato nella periferia Est dell’Aquila a colpi di pistola freddò la ex moglie, Orietha Boshi, e il nuovo compagno di lei, Sheptim Hana, all’epoca rispettivamente di 36 e 39 anni.
Secondo quanto si è appreso, i giudici hanno diminuito la pena per effetto del rito abbreviato scelto in primo grado, e il condannato ha avuto uno sconto di pena ovvero la cancellazione dell’isolamento.
Entro il 30 settembre saranno depositate le motivazioni.
Disposto anche un risarcimento definitivo di 900 mila euro ai due figli ancora minorenni dell’uomo, mentre il più grande ha rinunciato a proseguire nell’azione del risarcimento del danno.
Per Kapplani, assistito dagli avvocati Tommaso Colella e Leonardo Casciere, è stato comunque già annunciato il ricorso in Corte di Cassazione.
“Aspettiamo le motivazioni perché ci sono numerosi aspetti tecnici da valutare, ma credo proprio che il ricorso ci sarà”, ha commentato ad AbruzzoWeb l’avvocato Colella.
Anche in Appello il verdetto ha sostanzialmente ricalcato l’impostazione dell’accusa, affidata in primo grado al pubblico ministero David Mancini e, in questo secondo atto, all’avvocato generale presso la procura generale della Repubblica, Romolo Como.
Secondo gli inquirenti, si trattò di una vera e propria esecuzione, programmata da tempo.
Padre di quattro figli, l’imputato non si era mai rassegnato alla disgregazione della famiglia e al fatto che la sua ex si sarebbe risposata di lì a qualche mese.
Quel giorno si presentò, così, armato, nel parcheggio del supermercato Md di Bazzano, dove si trovavano i suoi obiettivi. Esplose colpi mortali contro la ex coniuge, che morì subito.
La donna si trovava in auto con la propria madre, che rimase incolume. Il nuovo compagno tentò la fuga a piedi, ma venne ucciso da un proiettile dell’arma, una pistola di piccolo calibro 7.65, che lo centrò alla nuca.
La pistola, fu poi accertato, era stata rubata sin dal 2010 in una casa inagibile, a causa del terremoto del 6 aprile 2009, nel quartiere Torrione.
L’imputato, forse in un momento di confusione mentale, si allontanò lentamente a piedi ma fu subito catturato dai carabinieri.
Da allora è sempre rimasto in carcere nonostante le richieste di detenzione domiciliare che sono state sempre respinte dal giudice per le indagini preliminari e poi dal Tribunale del Riesame anche per via del pericolo di fuga nel suo Paese che i magistrati hanno sempre ritenuto verosimile.
In primo grado, esattamente un anno fa, il 10 luglio 2014, il carcere a vita era stato richiesto dall’accusa e sentenziato dalla Corte d’Assise presieduta dal giudice Giuseppe Grieco, a latere Italo Radoccia, oltre ai sei giudici laici.




