PESCARA – “Il fenomeno del doping va combattuto e ci mancherebbe, ma occorre una riforma complessiva del sistema giudicante, a tutela di atleti vittime di clamorosi errori anche intenzionali e dolosi, non riescono ad ottenere un’effettiva giustizia, trovandosi però carriere rovinate o duramente compromesse”.
Ad affrontare nell’intervista ad Abruzzoweb forte della sua esperienza nelle aule giudiziarie, la spinosa questione del doping nello sport è l’avvocato Tommaso Marchese, che a Pescara ha un affermato studio legale attivo dal 1985, esperto di diritto amministrativo, nell’assistenza alle imprese, alle Pubbliche Amministrazioni ed ai privati. Per due mandati è stato anche componente della commissione del ministero della Salute per la vigilanza e controllo sul doping.
Marchese si è appena meritato la ribalta nazionale per aver difeso con successo dall’accusa di diffamazione Alessandro Donati, per le accuse lanciate ad un sistema definito “corrotto” nel suo libro “I signori del doping”, in cui si racconta la disavventura dell’atleta Alex Schwazer, campione della marcia da Donati allenato, prima squalificato per doping, poi assolto perché si è scoperto che le provette erano state manomesse.
La sentenza è arrivata a inizio ottobre, al Tribunale di Trento, che ha dato torto alla querela intentata dal medico Giuseppe Fischetto, medico della Fidal ed ex membro della commissione antidoping della Federazione mondiale di atletica. Il giudice Rocco Valeggia ha stabilito che i contenuti del libro incriminati rientrano nel “legittimo esercizio del diritto di critica letteraria”.
Ma ancor prima Marchese ha assistito Pep Guardiola, oggi allenatore del Manchester United e prima ancora del Barcellona, che da calciatore approdò al Brescia di Roberto Baggio, squalificato nel 2001 perché trovato positivo al nandrolone, e che è stato poi anche lui assolto visto che le analisi sono risultate errate, ma solo nel 2009. Sulla vicenda Marchese ci ha scritto anche un libro, dal titolo “Il doping nell’ordinamento generale e sportivo”.
“Ovviamente va premesso che il fenomeno del doping va combattuto senza se e senza ma. Detto questo sul fronte dell’esperienza professionale da avvocato – spiega Marchese -, nella difesa di atleti di alto livello, ma non solo, che sono stati accusati di aver fatto uso di di sostanze dopanti, quello che ho potuto rilevare è che chi inizialmente è stato condannato anche pesantemente dalla giustizia sportiva, poi non riesce ad ottenere un’effettiva tutela delle proprie posizioni davanti ai giudici ordinari, anche quando la giustizia sportiva dà la netta sensazione di essersi sbagliata”.
Il caso appunto che ha riguardato Pep Guardiola.
“Guardiola – racconta Marchese – venne sottoposto a due controlli a distanza ravvicinatissima appena arrivato in Italia e gli venne riscontrata una micro-positività al nandrolone, che già di per sé poneva dei dubbi perché una micro-positività non aiuta di certo ad elevare le performance in campo. Già da subito l’ipotesi poteva essere quella di un controllo fatto male, non sappiamo se volutamente o colposamente. Di fatto lui fu squalificato per qualche mese, ma non volle fermarsi lì, andò avanti e tra l’altro dovette andare avanti, perché in Italia la condotta di doping è reato e quindi ha subìto un procedimento penale. Condannato in primo grado è stato poi assolto con formula piena in appello, perché abbiamo scoperto, con l’aiuto anche di larga parte della comunità scientifica e il ricorso a consulenti olandesi, che effettivamente il controllo era stato effettuato non tenendo conto di particolarità fisiologiche dell’atleta, e non ci fu nessuna assunzione esterna di quella sostanza, prodotta invece dal suo organismo”.
Un caso importantissimo, sottolinea Marchese, “perché per la prima volta nel mondo dello sport si è arrivati ad una sentenza di un giudice ordinario che ha ribaltato un pronunciamento sportivo”.
E veniamo dunque al caso Alex Schwazer, riassunto nei passi salienti dallo stesso avvocato Marchese.
“Schwazer va innanzitutto ricordato è un grandissimo fenomeno della marcia, con due medaglie d’oro conquistate a soli 23 anni, un caso unico nella storia delle Olimpiadi. E questo fu forse foriero di qualche guaio, in termini di rivalità e invidia. Nel 2012 a Londra fece effettivamente ricorso al doping, venne messo sotto processo assieme anche ai medici della federazione sportiva italiana, con l’accusa di favoreggiamento.
Divenne in seguito suo allenatore Sandro Donati che lo sottopose ad una serie di allenamenti e soprattutto di verifiche della sua condizione e quindi controlli che venivano effettuati settimanalmente. Scontata la squalifica Schwazer era pronto a tornare in pista alle Olimpiadi di Rio de Janeiro.
Qui il colpo di scena: “nel gennaio 2016 alle prime luci dell’alba subì un controllo a casa sua, che condivideva con la fidanzata di allora Carolina Costa la famosa pattinatrice. La provetta seguì però un percorso molto strano e fu consegnata con ritardo al laboratorio e diede un primo esito negativo. Dopo qualche settimana la stessa provetta fu nuovamente sottoposta a verifica laboratoristica e fu riscontrata invece una positività”.
Il Tribunale arbitrale internazionale dello sport, organismo giudiziario con sede a Losanna, in Svizzera, convocò dunque Alex Schwazer a Rio de Janeiro dove stavano per cominciare le olimpiadi e arrivò la condanna, terribile, ad otto anni di squalifica.
Avvenne poi che “il giudice Walter Pelino della Procura di Bolzano sulla vicenda ha avviato una serie di indagini con incidenti probatori, fece sequestrare la provetta e si rese conto che all’esito delle analisi commissionate al Ros, era stata manomessa, e che quindi Alex è stato oggetto di fatto di un complotto ordito ai suoi danni”.
Tutto questo è stato raccontato nel libro “I Signori del Doping” dallo stesso allenatore Donati, ed è qui che è entrato in scena l’avvocato Marchese, che lo ha difeso con successo dalla denuncia di diffamazione.
“Siamo in attesa delle motivazioni, ma si può intanto affermare che il giudice ha verificato che affermazioni contenute nel libro, tra l’altro bellissimo, sono assimilabili al legittimo esercizio del diritto di critica letteraria, anche se sono stati evocati, a proposito, alcuni personaggi molto noti nell’ambito sportivo, e un mondo che Donati non ha esitato a definire ‘corrotto’, capace di utilizzare il potere della squalifica quindi di mettere fuori gioco un atleta per consumare vendette o chissà cosa altro”.
Morale della favola, o meglio dell’algido diritto e della cronaca processuale: “la legittimazione dell’organismo mondiale antidoping deriva dalla convenzione internazionale di Strasburgo, e io credo che sarebbe ora di creare un organismo giustiziale incardinato sulla stessa convenzione, che possa sottoporre a verifica le decisioni dei giudici sportivi, perché attualmente la decisione del tribunale arbitrale dello sport internazionale è soggetta soltanto a impugnazione davanti al Tribunale cantonale svizzero”.
E sarebbe ora ”di introdurre una riforma anche in Italia, dove l’Agenzia nazionale antidoping è dentro al Coni, e non ad appannaggio del governo o del ministero della Salute. Fin quando le cose rimarranno così sarà difficile prospettare l’idea di un organismo di giustizia davvero terzo, perché con i propri organismi il Coni è parte del sistema sportivo, troppo condizionabile, naturalmente allineato al Comitato olimpico internazionale all’Agenzia mondiale antidoping, appartiene cioè allo stesso consesso”.





