L’AQUILA – È stato rinviato al 2017, in particolare all’11 gennaio prossimo, il processo in Corte d’Assise d’Appello all’Aquila, che si è aperto oggi, relativo alla mega discarica dei veleni di Bussi (Pescara) della Montedison.

Il presidente del collegio giudicante, Luigi Catelli, d’intesa con le parti, ha fissato un fitto calendario di udienze nel primo mese del nuovo anno: la sentenza è prevista il 31 gennaio.

La mattinata di oggi è stata dedicata alla relazione del collegio giudicante, letta dal secondo giudice togato, Armanda Servino.

Il processo è stato poi rinviato al prossimo 11 gennaio per le requisitorie dei pg Romolo Como e Domenico Castellani.

Il calendario prevede udienze il 16 per le parti civili, nei giorni 17, 19, 25, 26 e 30 per le difese, infine il 31 eventuali repliche, se nel giorno precedente non si fossero ultimate, e la Camera di Consiglio con la sentenza.

Il collegio si è riservato la data del 23 gennaio per un eventuale completamento della discussione delle parti che non abbiano potuto svolgere l’intervento.

LO SLITTAMENTO DISINNESCATO

A causa dell’istanza di uno dei difensori degli imputati, il processo ha rischiato di slittare all’estate prossima, ma alla fine si è deciso di proseguire.

Dopo una breve camera di Consiglio, infatti, il collegio presieduto dal giudice Luigi Catelli ha respinto l’istanza dell’avvocato Tullio Padovani, che assiste Guido Angiolini, amministratore delegato di Montedison dal 2001 al 2003, che in avvio della prima udienza aveva chiesto la sospensione del processo in attesa che si esprima la Corte costituzionale sulla legittimità di un intervento legislativo, la cosiddetta legge Cirielli, che ha ampliato i termini di prescrizione del reato di disastro colposo da 7 anni e 6 mesi a 15 anni.

Una previsione che la rende identica a quella per il disastro doloso, sempre di 15 anni, sulla cui costituzionalità la Consulta avrebbe dovuto pronunciarsi il prossimo 7 febbraio.

L’avvocato Padovani aveva chiesto al collegio giudicante di attendere la prossima udienza della corte costituzionale che, a suo dire, potrebbe svolgersi tra maggio e giugno dopo lo slittamento per le dimissioni di un giudice relatore.

La procura generale, rappresentata dall’avvocato generale Romolo Como, si era rimessa alla decisione del collegio evidenziando che, in caso di accoglimento dell’Istanza del difensore, sarebbe stato comunque sospeso il termine della prescrizione per i reati su cui si procede.

Il collegio alla fine ha stabilito di valutare sulla legittimità costituzionale assieme alla decisione, ovvero quando dovrà stilare la sentenza. Secondo le parti civili l’istanza era comunque irrilevante perché il reato di disastro colposo è già stato prescritto. Il disastro doloso rischia invece la prescrizione entro la primavera del 2017. Il reato di avvelenamento non si prescrive.

“Il processo prosegue e non poteva essere diversamente perché agli imputati viene contestato un fatto di volontà e di dolo, non una colpa, è questo è pacifico sul piano fattuale”, ha dichiarato l’avvocato Tommaso Navarra, che assiste la parte civile Wwf Italia e che è anche presidente del Parco del Gran Sasso e dei Monti della Laga.

LE REAZIONI

LEGALE WWF NAVARRA: “CENE E BANCHETTI? NON NE SO NULLA”

“A me interessa il processo, non so nullla e non ho partecipato a cene e banchetti”.

Così l’avvocato Tommaso Navarra, legale delle parti civili Wwf e Legambiente, al termine della prima udienza del processo relativo alla cosiddetta mega discarica dei veleni di Bussi (Pescara), facendo riferimento alle situazioni extra processuali che hanno turbato la vicenda.

“In riferimento alla parte giudiziaria, entro gennaio sapremo di che morte morirà questo processo – ha aggiunto – Si parla di fatto doloso e in questo senso è stato fissato un calendario fitto per arrivare alla verità”.

Il legale, che è presidente del Parco nazionale Gran Sasso Monti della Laga, ha concluso evidenziando che “a gennaio ci sarà la sentenza ed è un aspetto dirimente, ci sarà un accertamento di merito ma anche sulla natura del disastro”.

DAMIANI (ARTA), “FAREMO CONTROLLI SULLA DISCARICA”

L’Arta farà controlli per verificare lo stato dell’arte dell’inquinamento nella mega discarica dei veleni di Bussi (Pescara).

Lo ha detto il direttore tecnico dell’Agenzia regionale per la tutela ambientale, Giovanni Damiani, al termine della prima udienza.

“Dopo molte istanze stiamo stabilendo la data per il prelievo dei campioni sul sito di interesse nazionale che faremo sotto l’alta sorveglianza del Corpo Forestale dello Stato”, ha spiegato Damiani, il quale attacca il commissario governativo Adriano Goio, scomparso il 30 marzo scorso.

Damiani, ex assessore regionale all’Ambiente, spettatore interessato del processo, “sono qui a vedere come vanno le cose” ha spiegato, ha ricordato che “l’Arta e l’Ispra, come emerge dalla commissione Brazzi, non hanno mai potuto mettere piede all’interno della discarica, il commissario la considerava zona militare, invalicabile”.

Il direttore, che con il commissario ha avuto contenziosi giudiziari, ha anche spiegato che il sito di interesse nazionale (Sin) di Bussi “comprende tutti i siti tranne la cosiddetta Tremonti, a gestione commissariale. C’è da dire che la discarica è ancora sotto sequestro ed anche la magistratura finora aveva negato nuovi controlli”.

A tale proposito, l’ultimo è stato quello commissionato da Goio nel 2014, che ha fatto emergere una situazione allarmante.

Ma quello studio che non fa parte delle carte giudiziarie, non è stato validato dall’Arta, come annunciato dallo stesso Damiani, nella conferenza di servizi promossa dal ministero dell’Ambiente a Roma, lo scorso 30 novembre, alla presenza dei tantissimi attori di questa vicenda e della nuova incaricata, anche se senza potere commissariale, Laura D’Aprile, alto dirigente dello stesso ministero.

“Per legge l’Arta non poteva validare il piano di caratterizzazione promosso nel 2014 dal commissario Goio perché l’ente pubblico è stato incaricato di fare analisi su campioni reperiti da una società privata, di cui poteva servirsi il commissario, operazione di cui l’Arta non conosce alcun processo”, conclude Damiani.

PARTE CIVILE: “EDISON, SOLVAY E MINISTERO DECIDANO SULLA BONIFICA”

“L’augurio, come cittadino, è che il ministero dell’Ambiente, la Solvay ed Edison si siedano intorno a un tavolo per risolvere il problema della bonifica. E questo prima che si individuino i colpevoli”.

Così l’avvocato aquilano Pierluigi Tosone, legale della parte civile dell’associazione Mila Donna Ambiente, che fa parte del consorzio “Bussi ci riguarda” insieme a Italia Nostra e Mare Vivo.

“La vicenda è molto complessa, sono molte le aree da bonificare dentro e fuori il sito – prosegue il legale – l’area più complicata è la Tremonti. Bisogna collocare storicamente la vicenda: negli anni ’70 non c’erano normative, le fabbriche sotterravano i rifiuti, anche quelle a partecipazione pubblica. Lo Stato deve sentirsi responsabile di convocare un tavolo per bonificare”.

Per il legale, “la bonifica è un atto politico e di buon senso, il processo e la sentenza possono solo dare un impulso”.

L’avvocato cita “l’anomalia che ad Alessandria Solvay ed Edison sono sotto processo”.

IL PROCESSO

L’udienza di oggi, la prima del processo d’Appello, è cominciata alle ore 10.08 presso l’aula Magna “Antonio Villani” del palazzo di Giustizia dell’Aquila.

Il magistrato presidente del collegio, Luigi Catelli, ha ricordato che l’udienza sarà camerale quindi a porte chiuse e ha invitato i cronisti presenti a lasciare l’aula.

Il rinvio del procedimento all’Aquila è stato disposto lo scorso marzo dalla Cassazione che ha convertito in appello tutti i ricorsi presentati alla Suprema Corte. 

In Corte d’Appello a Chieti il 19 dicembre 2014, 19 imputati erano stati assolti dall’accusa di aver avvelenato le falde acquifere mentre il reato di disastro ambientale fu derubricato in colposo e quindi prescritto. 

L’esito di questa sentenza ha provocato alcune inchieste giornalistiche che hanno prodotto indagini da parte della procura della Repubblica di Campobasso nei confronti del giudice Camillo Romandini, presidente del Collegio in Assise, per presunte pressioni sui giudici popolari. 

A seguito dell’indagine il ministero della Giustizia ha aperto un provvedimento disciplinare nei confronti del giudice, mentre la procura della Corte di Cassazione sta riesaminando il caso.

L’INDAGINE

L’indagine della procura di Pescara sulla megadiscarica dei veleni prese il via nel 2007 con la scoperta da parte del Corpo Forestale dello Stato di circa 185 mila metri cubi di sostanze tossiche e pericolose in un’area di quattro ettari nei pressi del polo chimico di Bussi sul Tirino (Pescara). 

L’area, definita subito come la più grande discarica inquinata d’Europa, venne posta sotto sequestro.

Dagli anni ’60 agli anni ’90 sono state sversate e smaltite abusivamente tonnellate di sostanze pericolose, fra cui cloroformio, tetracloruro di carbonio, esacloroetano, tricloroetilene, triclorobenzeni e metalli pesanti. 

“Gli inquinamenti “storici”, in particolare quelli riguardanti le falde idriche (che non si vedono, ma che perdurano) devono rimanere un costo a carico della collettività oppure vale anche per essi il principio che chi li ha provocati li debba “pagare”?”, si chiede Cristina Gerardis, avvocato dello Stato e da quasi due anni direttore generale della Regione Abruzzo.

La Gerardis ha rappresentato la parte civile al processo in Assise a Chieti e che si è risolto con il proscioglimento o prescrizione dei 19 imputati. Oggi ha preso parte al processo di nuovo come avvocato dello Stato. 

“Auspico di potere ancora una volta, in questa fase di appello, mettere disposizione dello Stato e della Regione Abruzzo la conoscenza che ho acquisito negli anni della complessa vicenda del sito di Bussi – ha detto – Mi trovo ora, grazie all’esperienza di lavoro come direttore generale, anche nella condizione di una completa e diretta consapevolezza dell’importanza per il territorio di avere chiarezza sulle responsabilità, sulle reali condizioni di contaminazione dei terreni e soprattutto delle acque sotterranee, sull’esistenza di rischi per la salute umana, su chi debba addossarsi i costi della bonifica, che non può più essere rinviata”.

“Questo processo è paradigmatico della difficoltà di individuare, con l’incisività propria della responsabilità penale, gli autori di fatti e condotte anche molto risalenti nel tempo. Oltre alle discussioni in punto di stretto diritto, ineliminabili in un contesto giudiziario, mi aspetto che questa seconda fase di merito consenta di dare risposte consapevoli anche a questo interrogativo”, ha concluso.