PESCARA – “C’è bisogno di un cambiamento radicale delle politiche europee, l’austerità si è rivelata un fallimento. E occorre anche imprimere una svolta nelle politiche regionali, perché in Abruzzo i dati sull’occupazione sono preoccupanti, e sono ancora aperte molte crisi aziendali, la crisi non è affatto superata”.

Sono alcuni dei punti fermi di Sandro Del Fattore, neo segretario della Cgil abruzzese, in carica da fine novembre 2015, successore di Gianni Di Cesare. Ad eleggerlo non è stato il congresso, ma l’assemblea generale costituita dal direttivo regionale, allargato ad altri iscritti, per un totale di un centinaio di delegati. Una particolarità che però dipende dalle regole statuarie della Cgil: il congresso si fa ogni 4 anni, il prossimo è previsto nel marzo 2018. L’ultimo si è celebrato nel marzo 2014 e ha confermato Di Cesare, che però ha raggiunto nel novembre 2015 il limite massimo, fissato sempre per statuto, degli otto anni alla carica di segretario. Da qui il cambio al vertice ad opera dell’assemblea generale.

Romano di 61 anni, Del Fattore è anche segretario generale della Cgil molisana e fa parte dei vertici nazionali. Tra le sue rilevanti esperienze, quella di assessore al Comune di Roma, con l’amministrazione guidata da Francesco Rutelli, dove si è occupato dei temi del lavoro e delle attività produttive.

Un curriculum di tutto rispetto, che ha fatto propendere la scelta dell’assemblea nella sua persona, anche perché al suo interno la Cgil non ha trovato una convergenza su un candidato abruzzese che accontentasse tutte le anime del sindacato.

Certo è che i suoi impegni sono molteplici, e su più fronti, tra l’Abruzzo, il Molise e Roma. Anche per questa ragione Abruzzoweb ha faticato non poco per ottenere da lui un’intervista. Nei suoi primi mesi al vertice del sindacato, come ha confermato a questo giornale Umberto Trasatti, segretario provinciale Cgil L’Aquila, “Del Fattore ha dovuto dare assoluta priorità ai rapporti con l’organizzazione interna, e a importanti scadenze come ad esempio il lancio della legge di iniziativa popolare sulla Carta dei diritti dei lavoratori, tralasciando i rapporti con la stampa e la comunicazione”.

Prima di tutto, Sandro Del Fattore, quale scenario ha trovato in Abruzzo in termini di disoccupazione e di crisi industriali, temi che saranno il suo pane quotidiano? 

La realtà della Regione si presenta ancora molto difficile. In Abruzzo lo scorso anno gli occupati sono cresciuti soltanto di 3 mila unità. Da notare che la regione tra il 2008 – anno di inizio della crisi – e il 2015 ha perso 32.000 posti di lavoro. La provincia che ha perso di più in termini assoluti è Pescara, 15.000 occupati, seguono L’Aquila, 9.000, Teramo, 7.000, e Chieti, con 1.000 posti di lavoro persi.

Il tasso di disoccupazione più elevato si registra nella provincia dell’Aquila (15 per cento), a seguire vengono Pescara (13 per cento), Chieti (11,9 per cento) e Teramo (11,5 per cento).

Da segnalare inoltre che l’occupazione abruzzese non va meglio neppure nel confronto con altre regioni meridionali ad eccezione della Calabria (meno 8.000) e del Molise che ha guadagnato nel 2015 solo 1.000 occupati.

Il tasso di disoccupazione giovanile, dei giovani tra i 15 e i 24 anni, è pari al 48,1 per cento.

La cassa integrazione totale, nel periodo gennaio-febbraio 2016 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, registra una riduzione da 4.441.012 a 2.475.026 ore, e tuttavia ben il 72,9 per cento è costituito da cassa integrazione straordinaria, un dato che segnala la presenza di una crisi di tante aziende rilevanti e costituisce una vera emergenza.

Sono numeri che dimostrano che la regione Abruzzo non è uscita ancora dal tunnel della crisi. Per questo è necessario che la Regione compia scelte capaci di rilanciare uno sviluppo di qualità, fondato sulla ricerca, l’innovazione di prodotto, la formazione, altrimenti continua l’esodo all’estero di giovani laureati.

La Cgil è impegnata a raccogliere firme e ad illustrare il progetto di legge popolare sulla Carta dei diritti universali del lavoro. Qual è per voi l’importanza di questo provvedimento?

Nel corso di questi ultimi 20 anni il mondo delle imprese ha scelto di competere nell’economia globalizzata rendendo più precario il lavoro, abbassando l’asticella dei diritti, negando spesso le stesse libertà sindacali. Tutto ciò non solo ha svalorizzato il lavoro ma ha anche diminuito il valore di prodotti e reso più fragile l’economia nel suo complesso perché ha ridotto la capacità di innovazione. La Carta dei diritti universali è importante perché pone un grande tema all’attenzione di tutti: il valore sociale del lavoro. Il nuovo Statuto dei lavoratori e delle lavoratrici riconosce diritti universali e inalienabili senza più alcuna distinzione tra lavoratori subordinati, precari, autonomi. È quindi una grande iniziativa tesa a riunificare il mondo del lavoro.

Il nostro Paese, come più volte viene ribadito da esponenti del Governo, sta davvero uscendo dalla crisi?

La crisi ha colpito tutte le economie europee, anche quelle tradizionalmente considerate più forti e ha determinato una divisione ancora più marcata tra i diversi paesi europei. I tassi di crescita dell’Europa sono molto contenuti e concentrati prevalentemente nei paesi del Centro e del Nord Europa. I paesi mediterranei, tra cui l’Italia, sono quelli che si trovano in maggiore difficoltà.

I problemi strutturali dell’economia italiana sono la scarsa capacità di innovazione, scarsi investimenti nella ricerca, forte presenza di piccole imprese con scarsa vocazione ad innovare, assenza di adeguate politiche industriali e di sviluppo da parte dei diversi governi che si sono succeduti, politiche di austerità che hanno ridotto la domanda interna, svalorizzazione del lavoro. Problemi che erano già tutti presenti prima della crisi e la crisi stessa li ha ulteriormente aggravati. Non è un caso se fonti come il Fondo monetario internazionale affermano che all’Italia ci vorranno dai 15 ai 20 prima di tornare ai livelli precedenti la crisi che, tra l’altro, non erano entusiasmanti. D’altra parte le previsioni di crescita sono tutt’oggi di qualche decimale. Il percorso per uscire dalla crisi è ancora lungo.

Nello specifico si riuscirà a dare seguito concreto alla vertenza delle aree interne chiesta a gran voce in particolare dalla Cgil dell’Aquila?

Il tema delle aree interne è uno dei punti su cui bisogna avviare il confronto con le istituzioni regionali. Si tratta, infatti, di mettere in campo tutti quegli strumenti in grado di contrastare lo spopolamento delle aree interne, la chiusura di importanti servizi, la perdita di attività produttive e commerciali con la conseguente perdita di posti di lavoro. E’ questione per noi centrale.

Cosa apprezza delle politiche della regione Abruzzo, e delle misure sul fronte occupazionale cos’è che non la convince?

C’è a nostro avviso l’esigenza di imprimere una svolta nelle politiche regionali. I dati sull’occupazione sono preoccupanti, sono ancora aperte molte crisi aziendali con il conseguente rischio di perdita di posti di lavoro. Per questo parliamo di svolta nelle politiche regionali: dare risposte concrete alle crisi aziendali, impostare nuove politiche di sviluppo concentrate su ricerca, innovazione, valorizzazione del patrimonio ambientale e del territorio. Politiche di sviluppo, insomma, capaci di migliorare la qualità della vita della regione e al tempo stesso capaci di offrire nuove opportunità di lavoro. È per questa svolta che noi ci batteremo anche perché non avvertiamo ancora questa consapevolezza nelle istituzioni regionali.

Cosa ne pensa del progetto Garanzia giovani?

La misura ha consentito l’attivazione di 4.142 tirocini. In Abruzzo ogni tirocinio ha durata di 6 mesi e il rimborso mensile è di 600 euro. Da un primo monitoraggio sui tirocini conclusi emerge che 665 giovani sono stati assunti a tempo indeterminato. Ciò mette in evidenza un elemento: nonostante il fatto che le aziende che hanno deciso di assumere i tirocinanti abbiano usufruito dello sgravio contributivo e del bonus occupazionale, il numero di giovani che hanno avuto uno sbocco occupazionale stabile è molto limitato. Vi sono state inoltre altre criticità: la complessità delle procedure, le criticità vissute dai centri per l’impiego, ritardi nell’erogazione dei rimborsi spese. In realtà per combattere l’enorme disoccupazione giovanile occorre un grande piano per il lavoro nazionale  articolato nei territori.

Reddito minimo garantito, o di cittadinanza: la convince questa misura?

In questi anni si sono approfondite le disuguaglianze, si è’ diffusa la precarietà, è cresciuta la povertà assoluta e relativa. Lo strumento del reddito di inserimento o di inclusione può essere uno strumento valido per contrastare le disuguaglianze e le nuove forme di povertà e di esclusione. E’ importante però che, insieme a strumenti di contrasto all’inclusione e alla povertà, si avvii un vero, grande piano per il lavoro che dia una prospettiva di crescita e di sviluppo al paese nel suo complesso.

Ha detto l’ex Cgil Giorgio Cremaschi ad Abruzzoweb: “Oramai la Cgil è immodificabile. l lavoratori italiani sono in una condizione intollerabile, in termini di diritti si è tornati indietro di ottant’anni e non vedo voglia di reazione, né uno straccio di autocritica, anche se non amo questo termine. Anzi, il sindacato cerca solo di salvare se stesso, dopo una ritirata consensuale dal suo compito di difendere i diritti dei lavoratori”. Cosa risponde?

Non condivido le affermazioni di Cremaschi. In questi anni di pesante attacco ai diritti e alle condizioni di lavoro la Cgli è stata l’organizzazione di massa che con più coerenza e determinazione si è battuta e si batte con l’insieme del mondo del lavoro. Abbiamo ricercato il rapporto unitario con le altre organizzazioni sindacali ma quando questo non è stato possibile la Cgil non ha esitato a promuovere da sola grandi mobilitazioni e scioperi generali. E questo lo può constatare chiunque.

Ma c’è di più: anche oggi che molti considerano chiusa la partita dei diritti dopo l’approvazione del jobs act per la Cgil questa partita non è affatto chiusa. Siamo infatti nel pieno di una grande iniziativa sulla Carta dei diritti universali dei lavoratori e delle lavoratrici che ha l’obiettivo di riaprire una grande discussione in parlamento e nel paese sul valore sociale del lavoro e sui diritti. D’altra parte abbiamo appena svolto una consultazione con 41.705 assemblee nei posti di lavoro e che ha visto la partecipazione di quasi due milioni di lavoratori e lavoratrici. È stata una grande prova di partecipazione che dimostra anche il forte radicamento della Cgil nel mondo del lavoro.

Cosa pensa delle misure allo studio per aiutare anche le partite Iva, spesso false partite Iva, in realtà subordinati?

Va detto subito che alcune delle misure allo studio sono quelle richieste da molte associazioni e organizzazioni sindacali. Tra queste la deducibilità al 100 per cento delle spese per la formazione, l’indennità di maternità percepibile anche lavorando, i congedi parentali di 6 mesi fino a tre anni di vita del bambino, la nullità delle clausole che stabiliscono il pagamento oltre i 60 giorni pagamento. Pagamento dei contributi previdenziali in caso di malattia grave. Detto questo non si tiene conto che il mondo del lavoro autonomo è estremamente frammentato sia nella diversificazione delle prestazioni che nei livelli di reddito. Questo implica la necessità di provvedimenti in grado di cogliere le diverse specificità; non si può trattare allo stesso modo, ad esempio, un libero professionista che ha un reddito alto e chi invece non arriva a 20.000 euro annui.

Bisogna inoltre sottolineare che restano esclusi gli agenti e rappresentanti di commercio che in Italia sono oltre 300.000 nonché i lavoratori praticanti degli studi professionali e resta ancora aperta la questione dei minimi salariali, quella del sostegno al reddito per i periodi di crisi, i diritti sindacali, le norme anti-discriminatori, l’accesso al welfare contrattuale. Bisogna inoltre ribadire che il Jobs act e la riforma Madia sul lavoro pubblico, intervengono anch’essi sul mondo del lavoro contribuendo così a frammentarlo e dividerlo. Va sottolineato inoltre che quello che si va delineando è un sistema che esalta sempre più i contratti individuali e che è declinato da atti ministeriali del governo al di fuori di qualsiasi confronto con le parti sociali.

La Carta dei diritti universali proposta dalla Cgil, invece, fonda la sua forza proprio nella volontà di unificare il mondo del lavoro dipendente nel privato, nel pubblico, nel lavoro autonomo. La sua grande leva per l’unificazione del mondo del lavoro risiede nel riconoscimento di diritti universali e in una contrattazione inclusiva che costituiscono garanzia di universalità e di uguaglianza.

Le piace questa Europa del rigore e dell’austerity a trazione tedesca?

C’è bisogno di un cambiamento radicale delle politiche europee. L’austerità si è rivelata un fallimento. Avrebbe dovuto fermare il debito pubblico rispetto al Pil dei paesi europei e invece lo ha fatto crescere, per una ragione molto semplice: ha impedito gli investimenti, in particolare quelli pubblici, ha reso impossibile o assai contenuta la crescita economica e, per questa via, non contribuisce a far crescere il Pil. C’è bisogno di politiche di sviluppo su scala europea altrimenti cresceranno disuguaglianze, divisioni fra i diversi paesi, che invece dovrebbero contribuire all’unità europea, nuove quanto pericolose forme di populismo.

I dipendenti pubblici sono una categoria privilegiata? Condivide lo sdegno nei confronti dei furbetti e degli assenteisti salito in questi giorni all’onore delle cronache?

Non si possono confondere i furbetti e gli assenteisti con le condizioni dei lavoratori del pubblico impiego. Il sindacato e la Cgil, in particolare, non hanno mai concesso nulla per favorire condizioni di privilegio e giustificare fenomeni di assenteismo. La verità è che dal 2010 ai lavoratori pubblici viene negato il rinnovo dei contratti con evidenti ripercussioni negative sugli stipendi; inoltre da anni è bloccato il turn over, fatto, questo che costringe al lavoro lavoratori anziani e impedisce l’ingresso di tanti giovani che potrebbero invece contribuire a innovare la struttura pubblica. Blocco dei contratti, blocco del turn over, ma sono lavoratori che contribuiscono a mandare avanti ospedali, scuole, uffici pubblici.

Sarà un segretario regionale a tempo?

Tra i compiti del nuovo segretario generale ce ne sono due di particolare importanza: in primo luogo dare impulso all’iniziativa della Cgil a partire dalla campagna sulla Carta dei diritti e sui temi dello sviluppo regionale; in secondo predisporre il terreno affinché il prossimo congresso della Cgil possa decidere l’eventuale accorpamento tra la Cgil Abruzzo e la Cgil Molise. In questo percorso dovrà emergere un nuovo gruppo dirigente che sarà formalmente deciso al prossimo congresso.

Pur non essendo stato eletto dal congresso si sente espressione della base della Cgil?

Lo Statuto della Cgil prevede che dopo 8 anni corrispondenti a due mandati le cariche esecutive, a partire dai segretari generali delle categorie, delle camere del lavoro, dei regionali, vadano rinnovate a prescindere dai tempi di svolgimento del congresso. È stato il caso della Cgil Abruzzo dove il segretario generale aveva concluso i due mandati previsti dallo Statuto. In conseguenza di ciò la Cgil nazionale, dopo un confronto con le Camere del lavoro e le categorie, ha avanzato la proposta per il nuovo segretario generale.

Vi è stata quindi una fase di ascolto e successivamente la consultazione dei componenti dell’assemblea generale composta, è bene ricordarlo, da una maggioranza di compagne e compagni espressione dei posti di lavoro e delle leghe dello Spi. A conclusione di questo percorso si è svolta l’assemblea generale che ha portato all’elezione del nuovo segretario generale così come previsto dallo Statuto e dalle regole della Cgil.