L’AQUILA – “Non è mai successo né con il governo Berlusconi né con il governo Monti che i miei interlocutori non rispondessero al telefono. Ho chiamato più volte ministri e dirigenti di questo Governo, ma nessuno mi ha risposto e questo è umiliante, non per Cialente, ma per il suo ruolo di sindaco”.

Così il primo cittadino dimissionario dell’Aquila, Massimo Cialente, nel corso della conferenza stampa questo pomeriggio in cui ha annunciato le dimissioni, in seguito all’inchiesta sulle tangenti legate agli appalti post-sisma, riferendosi alle difficoltà della città legate alla carenza di fondi per la ricostruzione post terremoto.

Tra le cause che lo hanno portato a riflettere e a decidere di lasciare l’incarico, Cialente ha ricordato anche le vicende relative alla rimozione dagli incarichi del provveditore interregionale alle Opere pubbliche Lazio-Sardegna-Abruzzo Donato Carlea e del direttore generale per i Beni culturali Fabrizio Magani, per i quali, ha spiegato, aveva chiesto la permanenza.

“È molto difficile costruire una squadra – ha continuato – anche questi per me sono stati segnali di un clima che cambia”.

Un clima “cambiato”, tutto ciò “non è possibile per un avviso di garanzia al mio vice”, ha spiegato Cialente, che ha rotto gli indugi anticipando l’annuncio delle dimissioni, dopo che ieri aveva detto: “mi prendo due giorni e poi deciderò”. Sono stati alcuni articoli di stampa che riferivano, ha precisato, della “truffa della cognata del sindaco, un caso questo che finisce su Canale 5 e sul Tg1, come un altro durissimo articolo sul Fatto Quotidiano legato all’inchiesta. Allora – ha dichiarato – mi sono chiesto che cosa è cambiato”.

“Ringrazio la magistratura, in modo non formale, perché voglia fare piena luce sui fatti emersi nell’inchiesta. Ben venga il loro lavoro, ho massima fiducia nel fatto che verrà fuori la responsabilità di chi ha sbagliato e anche che chi è indagato possa dimostrare l’estraneità”.

“Non rimango neppure se me lo dovessero chiedere Renzi e Letta, non si è mai visto un generale che guida il suo esercito con un cavallo zoppo”, ha risposto poi Cialente all’unica domanda fatta dai giornalisti a fine incontro. Il riferimento di Cialente è all’incontro di martedì prossimo previsto con il segretario nazionale del Pd, Matteo Renzi e di mercoledì con il presidente del Consiglio, Enrico Letta.

Quindi Cialente ha proseguito: “Ho retto finché ho potuto, sparisco per un po’, anche perché credo che domani arriveranno altre portate di sterco. Non posso andare da Letta a spiegare che cosa succede all’Aquila. Non posso andare da Letta a dovermi giustificare sulle accuse che hanno fatto alla mia famiglia sui lavori di casa mia, sarei un sindaco senza credibilità. Con quale forza il sindaco rappresenta la credibilità, nonostante in 1.500 giorni mi sia massacrato e nonostante lasci una città più ricca”.

“Mi dispiace di aver dovuto dimettermi. Lascio chiedendo scusa, non quelle che mi chiede il rettore dell’Università dell’Aquila, Paola Inverardi, nonostante lei abbia partecipato alla riunione a Roma senza sindaco, ma chiedo scusa agli ultimi e a chi soffre. Lascio con grande rammarico, però anche con una nota di ottimismo, che è quella che la città si interroghi se esistono zone d’ombra. Arriverà un nuovo sindaco che spero ci metta la stessa mia passione, il mio stesso amore, il mio stesso coraggio e che abbia la stessa pietas nei confronti degli ultimi. Non ho mai avuto un avviso di garanzia, anzi, ne ho avuto uno per una fogna abusiva. Credo sia cambiato qualcosa e non per un fatto accidentale. E’ cambiato un clima e non alimentato dalle opposizioni, ma è scattato qualcosa alimentato dal lavoro prezioso della magistratura”.

Tra i segnali negativi che gli hanno fatto capire che era cambiato “il clima nei confronti dell’Aquila”, Cialente ha citato la mancata firma da parte del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, del decreto nel quale, insieme ai fondi per le missioni all’estero e gli esodati, dovevano esserci i fondi 2013 per la ricostruzione della città dopo il terremoto del 2009.

“Uscito dall’incontro in cui avevamo definito tutto – ha riferito – mi hanno telefonato dicendomi che il presidente non avrebbe firmato perché di lì a qualche giorno si sarebbero riunite le Camere per la nomina del nuovo presidente. Dopo sono arrivate le larghe intese e la vicenda dell’Imu e L’Aquila è uscita dall’agenda di governo. A quel punto ho pensato che togliere le bandiere e riconsegnare il tricolore al presidente Napolitano aveva dato molto fastidio, ma aveva consentito comunque lo sblocco di un miliardo e 200 milioni”. Nella primavera 2013 Cialente aveva riconsegnato la fascia tricolore a Napolitano e fatto togliere la bandiera italiana da ogni sede comunale per protestare contro il mancato arrivo dei fondi promessi dal Governo per la ricostruzione.

“Quando tra qualche anno si saprà la verità, avremo dimostrato di essere stati all’altezza. Ringrazio gli assessori, anche Riga, il vice sindaco, che ha mostrato grande correttezza, in questo senso è una notizia in Italia, essendosi dimesso per un avviso di garanzia”.

“Ringrazio tutti i miei collaboratori e tutti coloro che hanno sofferto con me in questi anni – ha continuato Cialente – chiedo alla città se ciascuno di noi si è comportato bene nel fare i lavori a casa, nello scegliere i progettisti o nello scegliere l’impresa per la ricostruzione e chiedo ai giovani di fare davvero i giovani e non usare metodi diversi”.

Poi parole di elogio per l’ex ministro per la Coesione Territoriale Fabrizio Barca, inviato del governo Monti per la ricostruzione, “Governo che – ha aggiunto Cialente – non ha messo soldi, ma ha sbloccato i 2 miliardi di euro per la ricostruzione, ha decretato la fine del commissariamento Chiodi e favorito un discorso strategico sull’Aquila, tra cui il cronoprogramma che chiedo alla città di tenersi stretto”.