L’AQUILA – C’è forse un simbolo che più di ogni altro lega l’Abruzzo e il Giappone. Terre tra loro lontanissime. Eppure accomunate dal destino di essere ballerine, e devastate nel corso dei secoli da distruzioni sismiche e ricostruzioni. E’ la bambolina Okiagari-koboshi, che significa “piccolo monaco rotondetto”, che se viene colpito per farlo ribaltare, il suo peso lo riporta sempre in piedi.
Diventato il portafortuna della ricostruzione a seguito del devastante terremoto di Konsu, del 11 marzo 2011 al largo della costa orientale Giapponese, di magnitudo 9 e della durata di 6 minuti, e che ha provocato, soprattutto a causa dello tsunami conseguente, circa 28 mila morti, migliaia di feriti e danni incalcolabili al territorio e alle centrali nucleari nella prefettura di Fukushima, con conseguenti fuoriuscite di materiale radioattivo.
Le Okiagari-koboshi sono state esposte in varie fogge e colori in una mostra al palazzetto nei Nobili, in occasione nella due giorni “Japan 4 L’Aquila”, che ha inteso cementare, nel capoluogo d’Abruzzo, l’amicizia tra i due popoli. L’evento è stata l’occasione, ovvio, per riflettere anche sulle due ricostruzioni post-sismiche, che procedono parallele, in Abruzzo e in Giappone, che hanno approcci culturali e tecnici diversi.
Un modo anche per rinnovare di riconoscenza anche la solidarietà che i giapponesi hanno mostrato dopo il sisma del 6 aprile 2009, finanziando anche il palazzetto dello sport di Centi Colella dell’Aquila, e l’auditorium progettato dall’architetto Sigheru Ban affianco alla nuova sede del Conservatorio Alfredo Casella. Anche dall’Abruzzo sono state organizzate numersoe raccolte fondi, a seguito del sisma di Konsu.
Il momento più intenso della due giorni, nella ricostruita e splendente basilica di San Bernardino, è stata l’esibizione del coro En, diretto da Mami Odagiri, venuto da Tokyo per l’occasione. Assieme al coro folkloristico di Fara Filiorum Petri diretto da Francesco D’Urbano e al coro aquilano Armonie d’Argento, diretto da Gabriella Manilla. Davanti ad una platea di aquilani e giapponesi, questi ultimi arrivati per l’occasione dal loro paese, e anche da altre parti d’Italia. A rendere possibile questo fecondo gemellaggio in primis la corista Aya Asami, attiva da vari anni nella promozione della conoscenza dell’Abruzzo in Giappone e Andrea Tarquini, dell’associazione Insieme per i diritti degli anziani dell’Aquila, e ancora Claudio Caniglia e Odoardo Tomassi, membri, assieme ad Aya Asami dell’associazione “Giappone in Abruzzo dal Fuji al Gran Sasso”.
“Quello che colpisce, nell’area del sisma di Konsu, – spiega Claudio Caniglia – è l’estrema efficienza e velocità degli interventi. Ed anche le ingentissime risorse messe in campo dal governo, già all’indomani della catastrofe. Ma va fatta una distinzione fondamentale: in Giappone quasi tutto viene ricostruito ex novo, mentre qui da noi tutto è più lungo e complesso perché c’è la necessità di restaurare interi centri storici, antichi di secoli e vincolati”.
A tal proposito in un docufilm del regista Yoshikazu Kaneyama, si riferisce della ricostruzione di Sukagawa, cittadina travolta dall’acqua dopo la rottura della diga di Fujinuma, a sua volta danneggiata dalle terrificanti scosse. La massa di acqua fuoriuscita dalla diga ha spazzato via buona parte degli edifici cittadini.
La diga è già stata riparata nel 2017, e rimessa in funzione, come pure buona parte degli edifici privati, e pubblici, in particolare il grande palazzo comunale, con tanto di statua di Ultra man, popolarisimo eroe dei cartoni animati, monumento davvero insolito per un occidentale. Tutti gli edifici di una certa mole sono stati dotati di dissuasori sismici, come è la regola in Giappone.
Caniglia, invita però a riflettere in particolare sulla ricostruzione ex novo del tempio shintoista.
“Qui sarebbe impensabile buttare giù una chiesa fortemente danneggiata e ricostruirla assolutamente identica a come era prima. Sarebbe considerato un falso storico. In Giappone invece è una cosa normale, perché diversa è la cultura che sottende a questi interventi. Quello che conta in Giappone è il valore spirituale del tempio, e non tanto l’aspetto materiale, che comunque viene ricostruito con un rigido disciplinare. E lo stesso vale per le abitazioni. Si pensi che alla morte di un imperatore, le città venivano rase al suolo e ricostruite da capo. In Giappone insomma c’è una cultura dell’impermanenza. Quello che deve essere conservato di un luogo è prima di tutto il suo valore immateriale, intimo. E questo forse può esserci anche di insegnamento, a conferma di quanto è importante e bello l’incontro tra civiltà”.






