PALERMO – Sono passati trent’anni dalla morte di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Ma la speranza di tanti siciliani onesti continua a vivere nella sua memoria, allontanando una volta per tutte quel grido disperato trovato scritto su un pezzo di carta, appeso ad un muro di una strada di Palermo.

Era via Isidoro Carini, non un posto qualunque, che rievoca ancora le immagini di una strage che nessuno riuscirà a dimenticare. Nessuno, neanche quelli che non furono protagonisti o spettatori di quei ‘giorni’ di piombo e di terrore. La furia dei colpi di kalashnikov non risparmiò quell’uomo, mito-eroe con ‘poteri speciali’ ma con la sola arma del coraggio, quel prefetto di ferro che aveva lottato fino all’ultimo dei suoi giorni per liberare la sua patria da un nemico altro, quel fantasma che lui aveva reso visibile, non più sicuro e invulverabile.

Riviviamo quei sussulti, quei fragori di morte, ogni qual volta una corona di fiori viene deposta sul luogo del tragico delitto, in cui persero la vita anche la giovane moglie del generale Emanuela Setti Carraro e un uomo della scorta, Domenico Russo. Dalla Chiesa giunse a Palermo da una città lontana, a portare il nome dello Stato, a far conoscere il pugno della legge e della rivoluzione di un solo uomo.

Un uomo solo che aveva già lottato contro le Brigate rosse e che si era distinto per una grande opera di contrasto, in quella che sarà ricordata come la fase storica più sanguinaria e turbolenta del nostro paese. Da qui l’oneroso incarico di prefetto nel capoluogo siciliano: una vera e propria dichiarazione di guerra al pianeta “Cosa nostra”, di cui il generale Dalla Chiesa riuscì a ricostruire la mappa di una nuova mafia.

Cento giorni a Palermo per una rivoluzione senza pari, che portò all’arresto di numerosi e insospettabili boss, come anche allo storico smantellamento di una raffineria di eroina. Successi che non potevano passare inosservati, troppo fastidiosi e rumorosi da venire perdonati. Carlo Alberto lo sapeva, ma soprattutto Manuela, l’unica che davvero non riuscì ad abbandonarlo. Lo sapevano entrambi ma insieme non avevano paura. Avevano forse compreso che il miracolo di una rivoluzione può avvenire solo se ci si stringe ad uno stesso amore, a un ideale comune.

Con il loro sacrificio, la loro morte, la loro straordinaria “passione” non muore la speranza di tanti palermitani, come di tanti siciliani che non rinunciano, non vogliono. Quelli che ancora oggi credono ancora in “un mondo che giri sicuramente lo stesso”, come direbbe Eduardo De Filippo nei panni del ‘Sindaco del Rione Sanità’, “meno rotondo ma un poco più quadrato”.