PESCARA – “Domenico Pettinari non fa l’accusatore nè il giudice, evenienza che sarebbe terribile, perché farebbe valere come verità le sue opinioni”.
La frecciata rivolta nei confronti del consigliere regionale del Movimento cinque stelle, l’ha scoccata nel corso del Consiglio regionale di martedì scorso il presidente della Regione Luciano D’Alfonso.
Tra i due, è noto, la stima è poca, al di là dell’opposta appartenenza politica. Nella realtà delle cose però non solo Pettinari non è giudice, ma anzi al contrario è sul banco degli imputati, a seguito proprio di una causa intentata dal governatore, che ha chiesto al consigliere pentastellato un risarcimento danni di 200 mila euro per diffamazione a mezzo stampa.
Il processo è in corso, e la prossima udienza è fissata per il 6 dicembre prossimo. Un processo senz’altro interessante, perchè coinvolge due protagonisti della vita politica abruzzese, e perché al centro della richiesta di risarcimento c’è un’interpellanza presentata da Pettinari in Consiglio regionale, in merito all’acquisto da parte della Asl di Pescara di una palazzina per uffici amministrativi e di staff, che secondo il Movimento cinque stelle è stato pagato il triplo, 3 milioni di euro, rispetto al suo effettivo valore, giudicando dunque D’Alfonso responsabile di questa operazione. In seguito a quell’acquisto sono volate lettere, diffide ed esposti all’autorità giudiziaria.
Secondo la difesa di D’Alfonso, rappresentata dall’avvocato Carla Tiboni, Pettinari a margine del suo intervento in Consiglio regionale nel 2014 avrebbe però rilasciato dichiarazioni diffamatorie alla stampa, accusando il presidente di un fatto, avvenuto nel 2007, che non poteva vederlo protagonista, non avendo incarichi in quel periodo, mentre l’esponente pentastellato, che ha rinunciato alla mediazione conciliativa, ritiene di non aver diffamato proprio nessuno, visto che sulla stampa sono finiti i contenuti della sua interpellanza, esposta nell’esercizio delle sue funzioni di consigliere.
D’Alfonso davanti ai giudici ha invece affermato che “è stata messa in evidenza una distorsione della verità, io non ero neanche eletto nel momento della decisione, mentre Pettinari ha parlato di gravi responsabilità”.
La partita si giocherà in aula proprio sulla contestualizzazione temporale.
L’avvocato di Pettinari Donatella Rossi ha già precisato infatti che “i fatti e la relativa l’interpellanza di Pettinari si riferiscono al bando della Asl di Pescara del 21 luglio 2014 e agli atti successivi della stessa, in particolare la delibera 1413 del del dicembre 2014 con la quale la Asl autorizza l’acquisto della palazzina in via Rigopiano a Pescara, e non già all’anno 2007, anno in cui non vi è stato nessun bando specifico sull’argomento”.
Entrambi gli atti, questa dunque la linea della difesa, sono stati emanati dalla Asl di Pescara nel periodo in cui Luciano D’Alfonso rivestiva la carica di presidente della Regione Abruzzo.
Altra peculiarità di questo processo è il gran numero di testimoni eccellenti chiamati a deporre in suo favore da parte di D’Alfonso.
Nell’udienza dell’8 novembre hanno sfilato davanti al giudice Marco Bortone l’ex sindaco di Chieti Francesco Ricci, il dirigente amministrativo del Consiglio regionale Paolo Costanzi e il dirigente della segreteria della Giunta regionale Walter Garani. Tutti hanno ribadito che D’Alfonso non rivestiva all’epoca il ruolo di consigliere o assessore regionale.
Nella prossima udienza saranno ascoltati l’assessore regionale Silvio Paolucci, l’ex presidente della Provincia di Chieti Tommaso Coletti e l’ex direttore regionale all’edilizia sanitaria Pasqualino De Flaviis.
Pettinari non ha inteso invece avvalersi di testimoni. Con lui in aula nell’ultima udienza c’erano a dargli supporto la consigliera regionale del Movimento Sara Marcozzi, e una ventina di attivisti, che giudicano questo processo come una sorta di “regolamento dei conti, per via giudiziaria, nei confronti di un oppositore politico”.
“Pettinari ha presentato un’interpellanza legittima – ha ribadito Marcozzi – chiedendosi cose che qualsiasi cittadino si sarebbe chiesto, se D’Alfonso non riesce a rispondere a un tale quesito nelle aule del Consiglio regionale, ma ha bisogno di finire nelle aule di tribunale significa che o è debole e inefficace o ha paura dell’unica vera opposizione o entrambe le cose”.






