L’AQUILA – Nuovo show in Consiglio regionale del presidente della Regione, Luciano D’Alfonso, che lancia terribili bordate ai consiglieri di Forza Italia Paolo Gatti e Gianni Chiodi, suo predecessore, ricordando la netta sconfitta elettorale, il caso della consigliera di parità Letizia Marinelli con cui Chiodi ha avuto una relazione e le inchieste giudiziarie del passato, con un intervento finale anche dei grillini.

Un numero a più riprese documentato dal video del Consiglio regionale, che ha lasciato in imbarazzo più di un consigliere di centrosinistra, tanto che alcuni, secondo quanto si è appreso, alla fine si sono andati a scusare con l’opposizione.

I forzisti replicano con altrettanta veemenza, ricevendo la non scontata solidarietà del consigliere Cinque stelle Domenico Pettinari, che definisce il presidente “gabelliere d’odio” e gli ritorce contro il tradizionale epiteto di “pozzangherista”.

A provare (invano) a placare gli animi sullo scranno più alto dell’Emiciclo è il presidente del Consiglio, Giuseppe Di Pangrazio, definito poco prima da D’Alfonso “camerlengo”, in senso buono in questo caso, ovvero “il cardinale anziano, colui che parla affinché lo Spirito Santo illumini”.

Causa scatenante della rissa, la nomina del Garante dei detenuti, da approvare da parte dei due terzi del Consiglio, quindi 21 voti, andata, però, ancora una volta a ramengo.

D’Alfonso ha rinnovato l’appoggio per la radicale Rita Bernardini, ricordandone il “valore umano e politico”, seppure lontano dalla sua cultura cattolico democratica.

Una figura, non manca di sottolineare il presidente, lanciando la prima frecciata avvelenata, di spessore ben maggiore rispetto a candidature che “possono derivare da combine amicali nella mensa dell’Emiciclo”.

Il consigliere Gatti spegne, però, a stretto giro il suo entusiasmo: “L’appello che lei ha fatto è irricevibile, è una questione di metodo, sarebbe stato corretto individuare un candidato offrendolo alla valutazione delle minoranze, attraverso anche una terna di nomi, non attraverso le pagine dei giornali. Provo un grave imbarazzo, come lei ben sa la forma è sostanza”, le sue accuse.

Tanto basta a scatenare D’Alfonso che riprende quasi di forza la parola, nonostante la sommessa supplica di Di Pangrazio.

“Lei parla di grave imbarazzo perché non ci sarebbe stato rispetto nei confronti dell’opposizione nel formulare la candidatura? Lei dice che la forma è sostanza?”, si chiede con veemenza il quasi incredulo presidente, lanciando la prima cannonata, rivolta proprio a Gatti ex assessore al Lavoro nella Giunta di centrodestra.

“So che in un settore importante della passata legislatura, credo riferito alla sua conduzione su un versante molto significativo non si è rispettata la forma, tanto che sono stati con insistenza visionati atti e fascicoli da parte dei carabinieri proprio in ragione della mancanza della forma, di quell’assessorato e di quella procedura”, insinua poi.

A seguire è la volta di Chiodi, che già rumoreggia affianco a Gatti, e che prova a interrompere inviperito il suo successore.

“La forma è anche quella con la quale si sceglie il consigliere di parità”, sibila D’Alfonso in risposta, questa volta con chiarissimo riferimento allo scandalo ‘Rimborsopoli’, dalla quale è emersa la notte trascorsa dall’ex governatore, a spese della Regione, in un albergo di Roma con Letizia Marinelli, poi divenuta appunto consigliera di parità.

E ancora riferimenti alla vecchia gestione dell’Istituto zooprofilattico di Teramo, per arrivare a mettere in dubbio la nomina dell’assessore del centrodestra Federica Carpineta.

“Risponde al vero – tuona il presidente – e alle mura di questa stanza che, quando è stata individuata la Carpineta, si è presentata convinta di essere assunta e poi e diventata assessore?”.

Esplosa la bomba, Gatti riprende la parola e ammette che “sì, è vero, ci sono stati normali controlli amministrativi, ma secondo lei chi ha denunziato questa cosa alla procura della Repubblica? Sono stati gli stessi funzionari, che cosa c’entra l’assessore?”.

Gatti torna poi sulla Bernardini, ribadendo, a maggior ragione, che “se lei pensa di venire qui a dire di votare la Bernardini due minuti prima e che noi la votiamo, si sta sbagliando!”.

Tirato in ballo pesantemente, non può non intervenire di nuovo anche Chiodi, per la sua vicenda personale e giudiziaria più volte evocata.

“Non colgo l’occasione di portare il livello del confronto dove vuole portarlo lei – accusa apertamente l’ex presidente – La verità è che lei non riesce a dissimulare la volgarità delle intenzioni”.

“L’Istituto zooprofilattico è una cosa seria – aggiunge – Per quanto riguarda la Bernardini, sono stato radicale anch’io. Avrebbe trovato terreno fertile, ma la forma che lei ha usato, il non voler chiedere il confronto, secondo me nasconde una sostanza: lei non la vuole eleggere la Bernardini, vuol far credere di volerla votare”.

Ancora una volta riprende la parola D’Alfonso, e infierisce ancora su Gatti definendolo “vice presidente (del Consiglio regionale, ndr) non ancora emerito”, e poi sbeffeggia sorridente l’ex presidente della Giunta Chiodi, ricordandogli di aver perso le elezioni “di 220 mila voti, ci voleva un progetto di sconfitta per perdere contro di voi – inferisce – Erano talmente tanti che non ce l’ho fatta a contarli”.

E alla fine dello show definisce la proposta della terna dei nomi, come “un qualcosa che fa pensare ai consorzi di bonifica, una cosa volgare”.

Mentre con grande sollievo di Di Pangrazio il siparietto sembra volgere al termine su queste ultime staffilate, ci si mette anche Pettinari.

“Mi ricordo di lei quando era sindaco di Pescara – dice, rivolto a D’Alfonso – e non cadeva mai in queste pozzanghere. Ora invece lei si sta comportando da ‘pozzangherista’, da ‘denuncista’ da ‘gabelliere d’odio’! Evidentemente quando perde le staffe, la serenità, questo diventa”.

Lo invita, poi, ad andare eventualmente a raccontare alla magistratura “le cose gravissime dette in aula e di cui poco o nulla i cittadini abruzzesi hanno capito”.

Concluso il suo intervento, il “camerlengo” Di Pangrazio si affretta subito a sospendere la seduta prima che sia troppo tardi, confidando nello Spirito Santo e nel suo potere di illuminare e pacificare gli animi in Consiglio regionale, ma i proverbiali buoi dalla stalla sono già usciti.