L’AQUILA – Fare in modo che gli operai pronti a tornare al lavoro nei cantieri aquilani della ricostruzione post sisma, provenienti da altre regioni e da altri territori abruzzesi, “rimangano in pianta stabile all’Aquila e nei comuni dove operano senza tornare nelle loro residente il fine settimana”. Forte infatti è il rischio di diffusione del coronavirus, portato proprio dalle maestranze in un territorio che fino ora è stato risparmiato grazie alla “scarsa densità abitativa e al suo isolamento”.
Quasi alla viglia della riapertura dei cantieri, è un medico a mettere in guardia le Istituzioni ed i decisori, da un rischio concreto per il territorio aquilano: l’ammonimento su un pericolo imminente, è stata espressa da Pierluigi Cosenza, primario del reparto “Area degenza breve” all’ospedale San Salvatore dell’Aquila, componente della task force di esperti di area dell’assessore regionale alla Salute, la leghista Nicoletta Verì, costituita per far fronte all’emergenza coronavirus, nel corso di un’intervista su Laqtv resa al direttore responsabile, Luca Bergamotto, e al giornalista Nello Avellani. Cosenza, oltre che l’attività medica, pratica anche quella politica, tanto che un anno fa è stato nominato dal segretario regionale della Lega, il deputato Luigi D’Eramo, coordinatore del suo ufficio politico.
La sua proposta è stata lanciata lanciata all’imminenza della riapertura dei cantieri della ricostruzione post sisma 2009, fermi da inizio marzo, e seppure con rigorose misure di sicurezza riapriranno in battenti dal 4 maggio prossimo. E poche ore prima che il sindaco Pierluigi Biondi, firmasse la nuova ordinanza, contestata in consiglio comunale, con cui si impongono tamponi per tutte le maestranze, da ripetersi nel tempo, e si raccomanda, ma non si obbliga, di far pernottare le maestranze in città, in strutture ricettive, con costi a carico delle imprese. E anche la traccibilità dei contatti ravvvicinati degli operai, attraverso app.
Misura ispirata si suppone anche dalle indicazioni del componente della tak force regionale, che avrebbe forse desiderato un obbigo piuttosto che una “viva raccomandazione”, per quanto riguarda il pernottamento in città delle maestranze.
Riaprire i cantieri significa del resto che torneranno sul territorio circa 1.500 operai da fuori regione, in base ai numeri aggiornati forniti dall’Ance, e un numero ancora superiore da altri territori, visto che secondo le recenti stime di Opendata ricostruzione, sito del Gran Sasso science Institute, sono complessivamente oltre 1.500 le imprese extra cratere aquilano, con una media di quasi 5 addetti ciascuna, per un totale di oltre 5 mila addetti contando i subappalti.
Pronti a tornare da regioni e territori italiani dove i numeri di contaminati e morti sono di gran lunga superiori rispetto a quelli registrati a L’Aquila e provincia, tenuto conto che da inizio emergenza sui 2.930 casi registrati in Abruzzo, di cui 320 morti, solo 243 si riferiscono alla Asl Avezzano-Sulmona-L’Aquila, contro i 638 alla Asl di Teramo, i 757 alla Asl Lanciano-Vasto-Chieti, e i ben 1.292 alla Asl di Pescara.
“Credo che per L’Aquila e il suo territorio il punto critico sia ora quello di affrontare la fase due – ha spiegato Cosenza – e mantenere bassissima l’incidenza del contagio. E da questo punto di vista, la riapertura dei cantieri sarà un momento molto delicato perché il nostro territorio entrerà in contatto con una realtà esterna, rappresentata proprio dalle maestranze di fuori regione”.
Ed ha aggiunto: “sono d’accordo che per gli operai dei cantieri vadano fatti tamponi, e sia obbligatoria la mascherina e le misure di distanziamento, ma il problema non è questo, perché ad esempio i tamponi dicono solo a posteriori se persona era positiva al covid e potenzialmente contagiosa. Il punto vero è che gli operai dovrebbero per i prossimi tempi rimanere a L’Aquila, magari portandosi dietro le famiglie, a cui potrebbe essere messa a disposizione un appartamento, non tornare il fine settimana a casa loro. Dobbiamo continuare a tenere chiuso il cerchio. Non dimentichiamoci che il virus non ha perso la sua forza, è quello del primo giorno, solo che le misure adottate di rigoroso lock-down hanno frenato la sua diffusione”.
Cosenza ha spiegato poi i tre motivi per i quali il territorio provinciale dell’Aquila, e in particolare il capoluogo, sia stato relativamente risparmiato dalla pandemia.
“Hanno giocato tre fattori – ha chiarito Cosenza -: il primo è rappresentato dal terremoto. Ci siamo sempre lamentati che il centro storico dell’Aquila fosse poco frequentato, con in aggiunta il depauperamento della popolazione residente. Ebbene: con l’emergenza coronavirus, chiusi i centri commerciali, la gente di fatto non è più andata in giro, abbattendo il rischio di contagio”.
C’è poi il dato della densità abitativa: “Non è un caso che la provincia dell’Aquila sia la meno colpita e quella di Pescara la più colpita: la popolazione è più o meno simile, 290 mila a L’Aquila e 310 mila a Pescara. Ma nel primo caso sono distribuiti in un territorio di 14mila chilometri quadrati con 108 comuni, nel secondo di appena 5 mila con 58 comuni. La densità di popolazione è così a Pescara di 259 persone per chilometro quadrato, nella Provincia di 59. Questo dato di elevata dispersione territoriale è un fattore che ha frenato la diffusione della pandemia”, ha spiega ancora il medico.
Terzo fattore è poi di carattere socio- economico. “Qui a L’Aquila non abbiamo a differenza di Pescara un porto, un aeroporto, una stazione importante – ha spiegato infine Cosenza -, gli studenti sono andati via all’inizio dell’emergenza con la chiusura delle Università. C’è scarsa mobilità, interazione con altri territori, stiamo per così dire per i fatti nostri. Si è così formato un piccolo cerchio chiuso, una ‘zona rossa sana’ che ci ha messo al riparo dalla pandemia. Non possiamo ora riaprirlo, da qui la massima attenzione che va attribuita al riavvio dei cantieri della ricostruzione”. f.t.





