PESCARA – Nel corso della pandemia che ha segnato il terribile 2020 è aumentata in modo preoccupante, nelle famiglie più fragili, la conflittualità, con il rischio di incremento della violenza contro le donne e la violenza assistita e subita dai minori. È questo il quadro allarmante che emerge dalla quarta edizione dell’Indice regionale sul maltrattamento all’infanzia in Italia, curato da Fondazione Cesvi.
In questo quadro l’Abruzzo è nelle regioni ad elevato rischio, 15esimo in Italia, con indice negativo, in uno studio in cui emerge l’immagine di un’Italia a due velocità: al Sud il rischio legato al maltrattamento è più alto e l’offerta di servizi sul territorio è generalmente carente o di basso livello. Opposta la situazione al Nord.
Nei primi cinque posti troviamo infatti Trentino-Alto Adige Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia.
Le ultime cinque posizioni dell’Indice sono occupate da Molise, Puglia, Calabria, Sicilia e Campania.
Le uniche regioni che dal 2019 al 2020 variano in positivo di tre posizioni sono l’Umbria e la Basilicata, mentre in direzione negativa perdono due posizioni le Marche e il Molise. L’Abruzzo ha subito un piccolo arretramento, rispetto al 2019.
L’analisi è realizzata sia sui fattori di rischio che sui servizi mediante la selezione di 64 indicatori statistici, raggruppati per capacità secondo la teoria dell’“Approccio delle capacità nella prospettiva allo Sviluppo Umano”. Le sei capacità in base alle quali sono stati aggregati e analizzati gli indicatori selezionati sono: cura di sé e degli altri; vivere una vita sana; vivere una vita sicura; acquisire conoscenza e sapere; lavorare; accedere alle risorse e ai servizi.
Allargando lo sguardo, nel mondo, nel 2015, circa tre bambini su quattro (1,7 miliardi di minori) hanno vissuto una qualche forma di violenza interpersonale. In particolare, 1,3 miliardi di bambini sono stati sottoposti a qualche forma di punizione corporale mentre 100.000 bambini sono stati vittime di omicidio. Per quanto riguarda l’Italia, si stima che 45 minorenni su 1.000 siano seguiti dai servizi sociali. Di questi, secondo le stime, i bambini vittime di maltrattamento sarebbero 77.493.
Un fenomeno ancora più drammatico perché spesso sottostimato: secondo l’Oms infatti ad ogni denuncia di maltrattamento ai danni di un bambino corrisponderebbero almeno 9 casi che restano nel buio.
Lo stress legato all’emergenza sanitaria, si spiega dunque nel rapporto, tra perdita di contatti sociali, paura di ammalarsi e preoccupazioni di tipo economico, ha contribuito ad aumentare quello che viene definito burnout genitoriale, una condizione dovuta allo squilibrio tra i numerosi compiti collegati all’essere genitori, soprattutto durante la pandemia, e le risorse a disposizione per poter assolvere ai propri obblighi. Come dimostrato, sarebbe spesso il burnout genitoriale alla base dei casi di maltrattamento sui bambini.
“Dopo anni di mancati investimenti, il nostro Paese si è presentato chiaramente impreparato alla prova della pandemia – si legge nel rapporto -. È dunque indispensabile un rafforzamento dei servizi territoriali per la famiglia e i minori al fine di renderli all’altezza della sfida che ci attende. Il rischio di maltrattamento per i nostri bambini e le nostre bambine crescerà in modo esponenziale e con esso il bisogno di cure mentali. È arrivato il tempo della cura e non possiamo più permetterci di essere indifferenti a questo tema”.
Scendiamo dunque nel dettaglio delle singole voci.
La “capacità di cura di sè e degli altri” comprende l’insieme dei comportamenti umani dediti al mantenimento e allo sviluppo del benessere, di sé o degli altri, dei propri figli, compagni, parenti, amici. Otto gli indicatori ritenuti maggiormente rappresentativi: fecondità giovanile (per 1.000 donne tra i 15 e i 19 anni), età media del padre, famiglie monogenitoriali, persone soddisfatte
della propria vita, persone soddisfatte delle relazioni familiari, donne che usano metodi contraccettivi moderni, numero di separazioni e famiglie numerose con più di cinque componenti.
L’andamento generale di questi indicatori rispetto alla dimensione territoriale conferma per il quarto anno consecutivo il Trentino-Alto Adige come la regione con i fattori di rischio di maltrattamento all’infanzia più bassi. A seguire, la Lombardia, il Veneto e l’Emilia-Romagna. Le regioni con maggiore criticità, misurata rispetto alla distanza dalla media nazionale, risultano essere la Puglia, la Sicilia e la Campania.
L’Abruzzo è quint’ultimo, con indice negativo a -0,226.
I fattori di rischio relativi alla capacità di cura di sé e degli altri, trovano nei “servizi territoriali a vocazione sociale” un potente fattore protettivo. Gli indicatori relativi a questi tipi di servizi disponibili riguardano: il numero di gestanti o madri maggiorenni con figli a carico ospiti dei presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari, il numero di consultori materno infantili, il numero di utenti dei servizi a sostegno della genitorialità, dell’assistenza domiciliare e dell’assistenza residenziale, oltre ai servizi sociali professionali per l’area famiglia e minori.
Anche in questo caso l’Abruzzo è nelle regioni a rischio con indice -0,231.
I servizi di cura relativi ai minori che agiscono da fattori protettivi e adattivi rispetto alla prevenzione e maltrattamento sui bambini sono rappresentati attraverso 5 indicatori: il numero di posti autorizzati per i servizi socio-educativi per la prima infanzia (ogni 100 bambini tra 0 e 2 anni), la percentuale di bambini tra i 4-5 anni che frequentano la scuola dell’infanzia per regione, il numero di utenti di servizi per l’infanzia per affidi e adozione ogni 100.000 minori, il numero di minori ospiti dei presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari ogni 100.000 minori, il numero di utenti dei servizi di sostegno socio educativo ogni 100.000 minori.
La proiezione territoriale vede tra le regioni con maggiore disponibilità di servizi la Liguria, seguita da Emilia-Romagna, Piemonte, Umbria e Valle d’Aosta. Tra le Regioni con maggiori criticità la Calabria, la Campania e il Lazio.
Anche in questo caso l’Abruzzo è quint’ultimo con indice -0,379.
La ricerca ha poi monitorato i “servizi diretti ai bambini e minori”, ovvero la cura e prevenzione dei disturbi della salute relativamente ai sintomi di potenziale maltrattamento viene descritta attraverso tre indicatori di servizi: il tasso di dimissioni per disturbi psichici dalle strutture ospedaliere per popolazione al di sotto dei 17 anni, la presenza di pediatri nei territori per ogni 10.000 bambini al di sotto dei 15 anni e la presenza dei consultori familiari nei territori, con riferimento all’utenza di gravidanze precoci di ragazze under 18.
La rilevazione territoriale mostra alla prima posizione la Sardegna, seguita dalla Valle d’Aosta, la
Toscana e l’Emilia-Romagna, mentre alle ultime si trovano la Lombardia, il Friuli-Venezia Giulia e il Piemonte.
L’Abruzzo in questo caso eccelle con indice positivo 0,155.
Altri fattori di rischio relativi alla “capacità di vivere una vita sana” dei bambini sono riconducibili a sintomi che la letteratura internazionale ha individuato come segnali importanti di possibile maltrattamento da parte degli adulti. Gli indicatori disponibili per descriverli sono: le gravidanze precoci, l’obesità infantile, il fumo, il consumo di alcol e di droghe in età giovanile.
il Trentino-Alto Adige si conferma per il quarto anno consecutivo la regione con i minori fattori di rischio, seguono la Lombardia, il Veneto, il Friuli-Venezia Giulia e il Lazio
Tra le regioni con i più significativi peggioramenti rispetto alla precedente edizione si può notare il Molise (-6 posizioni), la Sardegna (-4 posizioni) e la Liguria e l’Abruzzo (-3 posizioni), ma è in questo caso l’Abruzzo è nella media, di pochissimi punti decimali dalle regioni a basso rischio.






