L’AQUILA – Anche le cliniche private, che nella percezione sociale sono ricche e capaci di offrire prestazioni di alto livello, sono in profonda difficoltà, a causa della pandemia del coronavirus, con il concreto rischio, anzi, di andare a gambe all’aria e di non poter pagare gli stipendi dal mese prossimo.

Per tenere fede all’accordo con la Regione che ha chiesto disponibilità a “soccorrere” le Asl, le case di cura, sin dall’inizio, su sollecitazione dell’Ente, hanno infatti comunicato sia i letti a disposizione, ordinari e di terapia intensiva, sia i presidi necessari per l’emergenza, limitando e in molti casi azzerando la loro attività. Ma poi non sono state coinvolte dalla Regione e dalle Asl come gli sarebbe stato garantito.

Ed allora è scattata la reazione per chiedere misure, anche in deroga agli accordi, con sos fatti di messaggi, ultimatum e pressioni al governatore, Marco Marsilio, di Fratelli d’Italia, e all’assessore regionale alla Salute Nicoletta Verì, della Lega.

Dopo una a tratti dura interlocuzione tra le parti, con gli imprenditori privati che hanno inviato lettere ufficiali non certo dai toni moderati, come pure ha fatto il sindacato di categoria Acop, oggi arriva la notizia dell’accordo della Regione con le case di cura: con una breve e non esaustiva nota, l’assessore Verì, nel fare il punto della situazione sui posti letto covid, annuncia la lieta novella con il titolo “pronto l’accordo con le cliniche private”, con la condivisione di una bozza di contratto che dovrà essere sottoscritto.

Ma non si danno altri dettagli sulla importante intesa. Insomma, la Regione ripara al “danno” di aver messo in preallarme il mondo privato con il quale ha già in sospeso la partita da 250 milioni di euro all’anno dei contratti non rinnovati del tutto o solo in parte per convenzioni, accreditamenti e altri servizi acquistati dal pubblico.

Ma anche in questo caso, sia pure con l’aggravante della emergenza, come risulta da fonti sanitarie, si è arrivati al risultato con un percorso caotico e almeno in apparenza non chiaro, da parte della Regione.

Perché? Intanto, ad oggi alcune cliniche già operano nell’ambito della emergenza per sopperire alla chiusura di attività sanitarie nel pubblico e quindi si profila un utilizzo a macchia di leopardo da parte delle quattro Asl con alcune case di cura che rimarranno fuori, ma soprattutto l’intesa viene a soli tre giorni dalla decisione del Comitato regionale per l’emergenza del Crea di passare alla “fase 4” di allerta, la massima, proprio quella che prevede, secondo la ordinanza di Marsilio, il coinvolgimento del privato, un provvedimento che non ha trovato gli esperti compatti, visto che il reperimento di posti letto, come ha confermato la stessa Verì, prosegue positivamente.

A mutare lo scenario quindi è stata la dichiarazione del “livello 4” di emergenza, che permette la riconversione di reparti ospedalieri per creare ospedali covid, se nelle aziende sanitarie non ci fossero soluzioni in strutture pubbliche diverse dagli ospedali maggiori. Con il ricorso ai privati per le prestazioni ordinarie non urgenti per il momento sospese.

In attesa di come si svilupperà l’intesa e quali gruppi verranno coinvolti, per ora resta alle cronache il grido d’allarme dell’Agenzia coordinamento ospedali privati (Acop) per l’Abruzzo, che ha inviato il 18 marzo una lettera con un pacchetto di proposte, e un quadro della drammatica situazione, al presidente Marsilio, all’ assessore Verì, e alle Asl provinciali di Pescara, Chieti e L’Aquila (in provincia di Teramo non cui sono cliniche private).

Aderenti all’Acop sono le case di cura Di Lorenzo Avezzano, Nova Salus Trasacco, Pierangeli Pescara, Spatocco di Chieti, INI Canistro, San Raffaele Sulmona, Opera Santa Maria della Pace di Celano.

La lettera del 18 marzo è a firma della presidente Acop, Lucia Di Lorenzo, e delle case di cura Di Lorenzo, Ini, Synergo, Nova Salus, Opera Santa Maria della Pace e San Raffaele.

In parallelo la presidente Di Lorenzo ha risposto per le rime all’associazione di consumatori Codacons che nei giorni scorsi ha annunciato di aver inviato una diffida alla Regione in cui si chiede la requisizione urgente dei posti letto di terapia intensiva e sub intensiva delle cliniche private abruzzesi, allo scopo di garantire le necessarie cure ai malati di coronavirus”. Posizione che denota per Di Lorenzo “una non conoscenza dell’argomento da parte del Codacons”, proprio perché le “case di cura della Regione Abruzzo sono a disposizione dell’emergenza dal primo giorno”. E per proprio per questo “sono vuote da un mese e rischiano di non poter pagare le retribuzioni ai dipendenti”.

Nella lettera del 18 marzo si rinnova innanzitutto la “piena disponibilità a collaborare con le strutture pubbliche per accogliere pazienti ‘no covid”, ma anche una disperata richiesta di sostegno per un settore, quello delle strutture sanitarie private accreditate abruzzesi, che rischia di essere travolto da una drammatica crisi economico-finanziaria con pesanti ripercussioni sui livelli occupazionali.

Situazione che rende urgente, da parte della Regione, il varo di un “pacchetto” di misure, tra cui la possibilità di “erogare prestazioni anche non in urgenza”, la possibilità di sforare il tasso di occupazione di posti letto, a parità di budget annuale, l’anticipo del pagamento dei rimborsi.

E molto altro. Il settore delle cliniche private abruzzesi, prima dell’emergenza coronavirus, era al centro dello scontro politico, in particolare tra Silvio Paolucci, capogruppo Pd in Regione ed ex assessore alla Sanità, e l’assessore salviniano Verì, per la mancata approvazione definitiva delle convenzioni relative al 2019, con rischio il blocco dei pagamenti da parte delle Asl e di conseguenza dei compensi per i lavoratori, e della possibilità di garantire i servizi, in un settore che vale 250 milioni di euro, di cui 131 con le case di cura, 118 per prestazioni assicurate sul territorio, come esami ed analisi.

Vicenda, come tante altre, ora superata dagli eventi, con l’irrompere della catastrofe del coronavirus.

Già il 5 marzo, l’Acop aveva dato disponibilità immediata di mettere a disposizione, per i pazienti covid 19, i 17 posti letti di terapia intensiva presenti nelle case di cura private, che però non sono in regime di convenzione facendo parte della emergenza urgenza, e che le cliniche riservano alle urgenze interne. Ora l’accento dell’Acop cade sulla grave crisi che rischia di investire l’itero settore.

“Non possiamo non manifestare la nostra legittima preoccupazione – si legge nella missiva – per la situazione che si è venuta a creare e riteniamo quindi necessario riepilogare le nostre criticità alle Istituzioni proponendo soluzioni che, senza costi per la Regione, possano scongiurare l’imminente crisi economico-finanziaria che le strutture sanitarie accreditate si troveranno ad affrontare. La sospensione di tutte le attività sanitarie di elezione ha quasi azzerato il fatturato delle strutture per acuti che, comunque, a fine mese si troveranno a dover corrispondere le retribuzioni al personale”.

Ed ecco la prima proposta, ritenuta in linea con quanto disposto dal provvedimento del Ministero della Salute del 16 marzo sulle “Linee di indirizzo per la rimodulazione dell’attività programmata differibile in corso di emergenza Covid-19”: concedere la possibilità di erogare prestazioni anche non in urgenza e anche su richiesta delle Asl, ovviamente con “l’utilizzo di tutti i dispositivi e le cautele previste dall’emergenza”.

Una soluzione che consentirebbe di scongiurare, sostiene Acop, “il drammatico allungamento delle liste d’attesa che seguirà questo periodo di sospensione di tutte le attività di elezione, con un prevedibile collasso del sistema sanitario anche per i ricoveri e le prestazioni ambulatoriali programmate, non appena terminata la fase emergenziale”.

L’Acop si dice dunque pronto a concordare “le modalità di erogazione secondo criteri indicati dalla Regione come ad esempio prestazioni con ricoveri di breve durata e pochi rischi di complicanze, così da non correre il rischio di utilizzare letti di rianimazione e senza necessità di sangue. Ciò consente comunque, in caso di necessità di posti letto nelle Case di Cura per l’emergenza, di liberarli in tempi brevissimi (24-48 ore). Per quanto riguarda invece le prestazioni ambulatoriali potrebbe essere concessa l’effettuazione delle prestazioni appartenenti alla classe di priorità breve (B) oltre che di quelle urgenti (U), come indicato sempre nel documento del ministero”.

Ma c’è poi un’altra impellente richiesta, relativa alle prestazioni e al relativo budget a disposizione.

“Al termine dell’emergenza – si argomenta – sarà necessario recuperare le innumerevoli prestazioni rinviate, sia dalle strutture pubbliche che da quelle accreditate e chiediamo pertanto che venga assunto un provvedimento che consenta, per tutto l’anno 2020, di svolgere l’attività senza alcun limite al tasso di occupazione, se non quello complessivo dei posti letto autorizzati totali e senza mensilizzazione del budget. Ovviamente mantenendo il limite del budget complessivo annuale per struttura, salvo diversi accordi integrativi che intendiate stipulare”.

Sulla stessa linea un’altra richiesta, riguardante la riabilitazione la residenzialità, che si trovano ad affrontare l’azzeramento dei flussi in ingresso a seguito del blocco dei ricoveri medici e chirurgici.

L’Acop propone “una maggiore flessibilità nella eventuale valutazione dei setting in ingresso in termini di deroga alla delibera di giunta regionale 611 del 2017, da ospedale, con l’obiettivo di rendere eventuali deospedalizzazioni maggiormente “sicure” e veloci. E da domicilio, con l’obiettivo di minimizzare attività di Adi e/o territoriali (più ‘pericolose’ in termini di flussi e movimento di pazienti e operatori)”.

L’Acop chiede poi “la liquidazione delle fatture emesse a 30 giorni a saldo, anziché in acconto, dalle fatture di gennaio fino alla fine dell’emergenza”.

In alternativa, “sempre al fine di consentire alle Case di Cura di far fronte al pagamento di stipendi e contributi del proprio personale, chiediamo che possa essere liquidato in anticipazione l’acconto pari allo 85% dell’importo relativo al budget mensilizzato che, seppur non prodotto per le predette ragioni, potrà essere recuperato con la maggiore produzione dei mesi successivi a quelli di sospensione della quasi totalità delle attività sanitarie”.

Si torna infine a sollecitare “l’ipotesi, già più volte affrontata presso i tavoli istituzionali, di liquidazione dei saldi sospesi, soprattutto quelli riguardanti il tasso di occupazione”, ed ancora si chiede “la sospensione delle rateazioni dei debiti per le fatture del sangue, per 4 mesi”, precisando che “al termine la rateazione riprenderà come prevista e il periodo di rientro sarà prorogato di quattro mesi a fine accordo”. Infine si sollecita “la velocizzazione dei controlli e dell’istituzione immediata di una Commissione Regionale per dirimere le questioni sospese sui controlli della ASL dell’Aquila, che sta creando difficoltà gestionali aggiuntive alle strutture ricadenti in tale territorio”.

“Certi del fatto che comprenderete le gravi difficoltà che stiamo vivendo e la volontà delle scriventi di dare la massima collaborazione senza creare difficoltà e disservizi, rimaniamo a completa disposizione, anche per un urgente incontro che auspichiamo, data l’importanza strategica delle aziende sanitarie in questa fase”, conclude la lettera.

Per quanto riguarda poi la replica piccata al Codacons, l’Acop afferma che “è necessario far presente ai loro rappresentanti che parlano di argomenti che evidentemente non conoscono. In Abruzzo non vi è alcuna emergenza di letti, ci sono ancora un’infinità di posti letto liberi, sia di degenza ordinaria che di Terapia Intensiva, ma soprattutto quello che forse il Codacons non sa è che le Case di Cura della Regione Abruzzo sono a disposizione dell’emergenza dal primo giorno!”

“Abbiamo comunicato alle ASL e alla Regione – si legge ancora nella replica – sia i letti a disposizione (ordinari e di Terapia Intensiva) sia i presidi necessari per l’emergenza, di cui disponiamo. Alcuni presidi sono stati già consegnati, su richiesta delle Asl, ai reparti dell’Ospedale che ne avevano bisogno. Quello che il Codacons non sa è che le Case di Cura sono vuote da un mese perché hanno messo a disposizione della Regione i propri letti che a causa di questo, rischiano di non poter pagare le retribuzioni ai dipendenti il prossimo mese!”

“Questo è un momento di emergenza e quello che serve è la collaborazione, non certo il gettare fango, peraltro senza conoscere i fatti, su chi sta lavorando, fra enormi difficoltà, a servizio del Sistema Sanitario e della popolazione, con abnegazione e con tutti i rischi che questa situazione comporta, senza contare le conseguenze economiche di tale situazione, per le quali nessuno si è minimamente preoccupato di garantire agevolazioni in termini contributivi e fiscali! Gradirei dal Codacons scuse formali, ma soprattutto che si preoccupi per i lavoratori delle Case di Cura accreditate d’Abruzzo che hanno i presidi di protezione solo perché, con grande lavoro e costi esorbitanti, le Case di Cura stesse si sono preoccupate di procurarseli, ma che il prossimo mese non sanno se riceveranno le retribuzioni. Siamo a disposizione, ma vorremmo rispetto”, conclude la rabbiosa replica. bs-ft