L’AQUILA – “Una cosa è certa. Al termine di questa pandemia, il mondo avrà molti più poveri, perché come è noto, le malattie causano le povertà e viceversa. Molte persone, quindi, si troveranno a fare i conti con l’abisso della carenza e della precarietà. È impossibile anestetizzare la povertà, ma se si vuole è possibile guarirla”.

Ne è convinto il professor Francesco Barone, docente al dipartimento di scienze umane dell’Università dell’Aquila, con all’attivo oltre cinquanta viaggi umanitari in Africa, portavoce del premio Nobel per la Pace 2018, Denis Mukwege, che ha denunciato la catastrofe umanitaria in Congo, con centinaia di migliaia di donne violentate, oltre quattro milioni di sfollati e sei milioni di morti.

“Chi è povero subisce innanzitutto una privazione che non può essere mai giustificata. È povero chi è vittima di questo sistema economico che incoraggia e promuove le differenze. La combinazione tra povertà e malattia continua a modificare il metabolismo dell’umanità e a indebolire le nostre difese immunitarie”.

“Anche chi come me non è esperto di economia, non può non riconoscere che questo capitalismo continua a mortificare le relazioni interpersonali”, ragiona Barone. “Qualsiasi economia dovrebbe sempre rispondere delle sue responsabilità di fronte alla dignità umana. ‘Nulla è più scandaloso quanto gli stracci e nessun crimine è vergognoso quanto la povertà’ sono queste parole di George Farquar a rendere bene l’idea sul significato delle povertà e sulle fragilità dell’uomo”.

“L’esplosione e la diffusione del covid-19 anche in Europa ci costringe a riflettere su un fenomeno che fino a qualche tempo fa riguardava i Paesi poveri del mondo. Ora è evidente anche la frustrazione da parte di chi, lavorando con fatica per dare dignità a sé stesso e alla propria famiglia, in certi casi, sperimenta l’inutilità dei propri sforzi. Il virus ha strappato la maschera al volto dell’umanità. È arrivato il momento di dire con chiarezza e coraggio che questa società non si è mai preoccupata di una giusta ripartizione delle ricchezze e dei meriti”.

“C’è una dignità umana che consiste non soltanto nell’avere il necessario per vivere, ma anche nell’avere il diritto e il desiderio di donare. Al povero è stato tolto anche questo: la possibilità di dare. Chi vive o convive con la povertà ha a che fare con l’odissea della tenerezza e della precarietà, e con un desiderio ricorrente: vincere almeno una volta”, continua il professore.

“La povertà insegna a vivere con l’alterazione dell’essere e con le ingiustizie dell’avere. E pensare che diversi secoli fa il trinomio liberté, egalité e fraternité esprimeva sorprendentemente gli ideali rivoluzionari per una società fondata sui valori sempre più posti a dura prova. Per contrastare l’assurdità del male e del dolore è necessario intraprendere non provvisoriamente la strada della pace e della solidarietà, nella consapevolezza che nel mondo, ogni giorno muoiono migliaia di bambini a causa della mancanza di cibo, malnutrizione e malattie facilmente curabili”.

“Questo periodo storico, sta determinando inedite interpretazioni del rapporto tra individuo e collettività. È possibile, quindi,  ripartire dal miracolo quotidiano di tutti coloro che sono impegnati a salvare le vite umane. Stiamo imparando il capitolo di una storia nuova e condivisa, un possibile divenire collettivo”.

“Alcune malattie e infezioni, tra cui la tubercolosi, il morbillo e la diarrea, sono direttamente collegate alla malnutrizione acuta”, fa osservare Barone.

“La combinazione di malattia e malnutrizione indebolisce il metabolismo creando un circolo vizioso di infezione e denutrizione che porta vulnerabilità. Oggi Hiv e Aids sono fra le principali cause di malnutrizione acuta nei Paesi in via di sviluppo. Un bambino con l’infezione da Hiv è più vulnerabile alla malnutrizione acuta rispetto a un bambino sano. Inoltre i farmaci anti-retrovirali sono più efficaci se combinati a un’assunzione normale di cibo. Quindi garantire una dieta sana è fondamentale per il controllo e la cura dell’infezione da Hiv”.

“Al giorno d’oggi nel mondo ancora 1 Paese su 4 ha un conflitto in corso. Le guerre influenzano direttamente la sicurezza alimentare. In caso di conflitto, le persone sono costrette ad abbandonare campi, fattorie e attività agricole per sfuggire alle violenze. Si stima che, nel 2017, gli sfollati in tutto il pianeta siano oltre 66 milioni. Così i mercati non vengono più riforniti di cibo, le forniture alimentari si dimezzano e le persone che dipendono da queste forniture perdono l’accesso al cibo. L’esplosione della povertà nel ricco. Alla base di questo versetto vi è l’idea, dimenticata in molte epoche e occultata nel capitalismo, che la povertà non sia un evento naturale e ineluttabile. Povertà e ricchezza sono condizioni provvisorie, dovute a un processo che con il tempo si fa iniquo e che perciò deve essere interrotto”.

“Non c’è una equità intrinseca al mercato. Chi lavora duramente viene premiato. Ma non sempre. E chi si affatica, può sperimentare l’inutilità dei propri sforzi. Nel corso degli anni le traversie personali, le disgrazie familiari, i rovesci finanziari, decretano la povertà di molti, la ricchezza di pochi. Dall’andamento dei rapporti economici non emerge una giusta ripartizione. E se è così, sarebbe semmai un furto mutare il possesso temporaneo in appropriazione definitiva”, continua Barone.

“Il povero non è colpevole. Porta il peso del debito, non quello della colpa. Non ha bisogno che altri condividano la sua condizione in un ideale di rinuncia. Quel che il povero, con la sua stessa presenza, richiede è che venga spezzato il circolo vizioso della povertà”.

“D’altronde già il Talmud distingue tra ciò di cui il povero ‘ha bisogno’ e ciò che ‘gli mancherà’. Cibo, alloggio, arredi indispensabili costituiscono quel bisogno materiale che riguarda tutti. Non si tralascia però una povertà ulteriore, più difficilmente definibile, anche perché varia da caso a caso: è l’assenza di quel che si aveva prima e che viene a mancare. Questa povertà provoca umiliazione, incrina il rispetto di sé, toglie la dignità. E asservisce, nei modi più subdoli”.

“I nuovi poveri di oggi, che d’improvviso restano senza ciò che prima avevano, a cominciare dal lavoro e dalla casa, sono colpiti da questa ‘mancanza’. Colpevolizzati nel fallimento, mentre sono rinviati all’aiuto altrui, vengono paradossalmente estromessi dai legami sociali”, prosegue Barone.

“La carità non basta. Perché non muta i rapporti esistenti. Pur alleviandone lì per lì le sofferenze, lascia il povero nella povertà. Ma l’aiuto non può essere occasionale. E il sostegno è obbligo costitutivo della comunità. Qui chi è rimasto nell’indigenza deve essere reintrodotto per ritrovare la sua libertà. L’atto supremo di giustizia sociale è offrire un posto di lavoro”.

“Spezzare il circolo della privazione vuol dire restituire al povero la possibilità di dare. C’è infatti una dignità umana del dare che si traduce nella comune responsabilità per un terzo. Prima ancora che dalla condivisione della proprietà, nessuno può essere escluso dalla condivisione di questa dignità”, conclude il professor Barone.