PESCARA – “Grave disinteresse nell’espletamento delle proprie funzioni e di deviazione dal modello di condotta connesso ai propri compiti”, nell’affidamento di incarichi di consulenza esterna giudicati non dovuti.
Per questo la Corte dei Conti ha condannato Fabrizio Bernardini, attuale capo di gabinetto della presidenza della Regione Abruzzo, e Tommaso Di Rino, dirigente regionale, al pagamento di 98.450 euro alla Provincia di Pescara.
La contestazione, infatti, si riferisce al 2010, periodo in cui i due erano dirigenti di quest’ultimo ente.
All’epoca alcuni dipendenti della Provincia presentarono un esposto, al quale se ne aggiunse un altro anonimo, in cui si accusavano l’allora segretario generale Bernardini e Di Rino di aver ingiustamente nominato sette esperti esterni per il progetto Multiasse di attuazione provinciale del piano comunitario Por Fse, ignorando le professionalità interne di cui l’Ente pubblico disponeva.
Secondo il collegio presieduto da Federico Pepe, che ha accolto le richieste del vice procuratore regionale Roberto Leoni, i due hanno violato i doveri imposti “dai generali e irrinunciabili canoni di buona amministrazione”.
Dagli accertamenti che la procura ha affidato alla Guardia di finanza di Pescara “è emerso – si legge nella sentenza – che l’amministrazione provinciale, all’epoca dell’emanazione dell’avviso pubblico per l’acquisizione delle prestazioni dei sette ‘esperti’, aveva alle dipendenze 150 unità di personale delle categorie C e D” e che “vi fossero 3 dottori commercialisti, varie unità dotate di specializzazione post laurea in materie attinenti alla gestione amministrativa e persino una unità con master gestione fondi strutturali”.
Di Rino e Bernardini hanno effettuato una ricognizione del personale, considerato tuttavia dai giudici un “esperimento solo formale”, tanto da determinare “un sostanziale aggiramento” della norma che dispone che “per esigenze cui non possono far fronte con personale in servizio, le amministrazioni pubbliche possono conferire incarichi individuali”.
Bernardini si è difeso affermando che “l’intera struttura della Provincia di Pescara non disponeva oggettivamente, né sotto l’aspetto qualitativo, né sotto l’aspetto quantitativo, di personale idoneo a soddisfare le puntuali esigenze di personale manifestate dal dottor Di Rino”.
Analoga l’argomentazione di quest’ultimo, che in sede di presentazione di deduzioni ha spiegato anche come il suo operato sia “passato al vaglio di diversi e continui controlli, prima a livello regionale e, in seguito, in sede europea”.
Di Rino è stato difeso dall’avvocato Fabio Cintioli e Bernardini da Giulio Cerceo.
DI RINO, “PROVINCIA HA AVUTO VANTAGGI”
“È una sentenza che disorienta: se dovesse affermarsi un simile orientamento dei giudici contabili, nessuna pubblica amministrazione d’Italia potrebbe (più) gestire programmi a valere sui Fondi Europei”.
Lo dice Tommaso Di Rino.
“È mai possibile? – si domanda in una nota – Ho già dato mandato al mio avvocato per ricorrere in appello, dal momento che gli importanti ed oggettivi elementi che avevo portato a mia difesa in questa causa civile appaiono non presi in esame”.
“Dov’è il danno economico che avrei arrecato alla Provincia di Pescara? La Provincia, anzi, ha avuto un vantaggio in termini di incremento dell’efficienza amministrativa perché tutti gli obiettivi sono stati raggiunti al 100%”.
“Sottolineo di aver ricevuto un formale e positivo apprezzamento sul mio operato dall’Unione Europea e la massima votazione dalla Provincia sulla mia attività di dirigente. E ho evitato di rimandare indietro a Bruxelles fondi destinati allo sviluppo del territorio che erano inutilizzati”, spiega.
“D’altronde, cosa significativa, la Provincia non è stata minimamente coinvolta nell’istruttoria di questa causa: il danneggiato che non sa di esserlo. Forse perché non lo è. Il tempo, spero, mi darà ragione”, conclude.




