L’AQUILA – “Stiamo affrontando la pandemia con delle armi completamente spuntate, senza quel ventaglio di strumenti di politica economica che sarebbe stato necessario. Dopo anni di tagli alla sanità, dopo aver dismesso gli ospedali territoriali, con la ‘scusa’ usata per smantellare il welfare italiano, cioè che non ci sono i soldi e che bisogna ridurre il debito, siamo costretti a lockdown e a non intasare gli ospedali che avevano già subito i tagli”.
Non ci gira intorno Thomas Fazi sulla difficilissima situazione dovuta alla gestione del Covid-19 che non solo in Italia sta causando danni economici e sociali particolarmente gravi che preoccupano il giornalista, scrittore e fondatore, insieme al senatore Gianluigi Paragone, pure lui giornalista e scrittore, del partito ItalExit – No Europa per l’Italia – con Paragone.
Partito che, come spiega lo stesso Fazi ad AbruzzoWeb, “Ha come punti fondamentali l’uscita dell’Italia dall’Unione Europea e dal sistema della moneta Euro”.
E che ha cominciato un percorso di strutturazione anche in Abruzzo, con il primo circolo territoriale nato nel Teramano, a Nereto, e con le altre province che si stanno organizzando per fare lo stesso.
“Perché è nato ItalExit? Per rispondere a un vuoto palese nel panorama politico italiano. Era assurdo che nel Paese che maggiormente ha subìto gli effetti negativi dell’Euro, il Paese che più di qualunque altro, ad eccezione della Grecia, ha sofferto, a causa delle politiche imposte a livello europeo, non ci fosse un partito che si spera possa entrare in Parlamento con le idee chiare sull’uscita dall’Euro”, afferma a questo giornale.
“La risposta è andata al di là delle nostre aspettative e anche in Abruzzo stanno nascendo circoli. La gente ha capito la chiarezza del messaggio e della proposta politica, senza fraintendimenti, e quindi anche la differenza con i partiti, penso a quelli di centrodestra, che si dicono sovranisti ma che in realtà non lo sono”, prosegue Fazi.
“Il numero di posti letto in proporzione alla popolazione – riprende poi il discorso sulla situazione Covid in Italia – è uno dei più bassi del mondo cosiddetto sviluppato. E oggi ci troviamo ad affrontare una seconda ondata con gli stessi problemi che abbiamo vissuto con la prima ondata. Con il governo che potrebbe essere nuovamente costretto ad optare per un lockdown totale perché, in sostanza, non ci sono soldi per sostenere l’economia e il sistema sanitario che quindi non va messo sotto pressione”.
“Quelle poche risorse messe in campo a primavera – entra quindi nello specifico Fazi – non vuole renderle disponibili per questa nuova ondata. Per la quale sarebbe necessario un ulteriore scostamento del deficit, prospettiva che terrorizza il governo italiano. Mentre la Banca centrale europea sta quasi monetizzando il debito, cioè sta facendo ciò che dovrebbe fare, sempre, una banca centrale”.
“Stranezza dei tempi che viviamo – afferma ancora l’esponente di ItalExit – un aspetto, se così possiamo definirlo, ‘positivo’ della pandemia, è che sono crollati tutti i castelli di carte costruiti per decenni sull’economia. Oggi ‘qualcuno’ si accorge che il debito italiano è sostenibile se c’è una banca centrale che garantisce tutto ciò che serve, nonostante ci siamo messi in un sistema, quello dell’Euro, che ci vede non più come creatori, bensì come utilizzatori di moneta. Certo, va detto che la Bce si è messa a fare la banca centrale perché i Paesi più forti in Europa sono stati colpiti dal Covid. Si tratta di sopravvivenza, di evitare che il sistema euro crolli. Attenzione, però: se è vero che di colpo si parla di cancellare i debiti nella ‘pancia’ della Bce, cosa tecnicamente fattibile, i Paesi ‘falchi’ del nord Europa spingono per una soluzione totalmente diversa che consiste nel condizionare il prosieguo dell’acquisto dei Titoli di Stato da parte della Bce all’adesione dei Paesi ai meccanismi dei prestiti europei, quindi Recovery Fund e Mes. Il che significa che la Bce, nonostante si stia comportando come una normale banca centrale, non è assolutamente diventata una normale banca centrale, perché ‘risponde’ in base ai rapporti di forza in Europa, cioè a una struttura gerarchica”.
“Tutti i Paesi dell’Eurozona, comunque – precisa a questo punto Fazi – hanno messo in campo stimoli fiscali molto più timidi rispetto agli altri Paesi avanzati che hanno la sovranità monetaria. Vuol dire che il vincolo dell’Euro è sempre lì. Per un governo, farsi carico di un deficit maggiore, in questo sistema, significherebbe, per decisioni politiche, ritrovarsi, passata l’emergenza, alle vecchie regole. Quelle per cui il debito diventerebbe di nuovo insostenibile perché alla Bce viene ordinato di smettere di fare la normale banca centrale”.

“Insomma, si continua a vivere questa anomalia per cui siamo costretti a elemosinare i soldi di cui abbiamo bisogno. Qualcuno dice che li spenderemmo male, a differenza di ciò che accadrebbe negli altri Paesi? Solito autorazzismo di alcuni pezzi d’Italia che si incastra nella retorica del vincolo esterno: è semplicemente un’assurdità continuare a pensare che la corruzione, gli sprechi e la spesa improduttiva siano presenti soltanto in Italia. Perché non è così, ma è ‘normale’ arrivare a credere il contrario se parliamo di una popolazione, la nostra, completamente inebetita da trent’anni narrazione che ci disegna come i peggiori di tutti”, dichiara poi il giornalista romano, che sul punto rincara la dose: “Pur con tutti i suoi limiti, l’Italia della sovranità monetaria, l’Italia della Lira, era una potenza mondiale. Con una corruzione maggiore di quella che c’è oggi, tra l’altro”.
Secondo Fazi, dunque, “Il problema di fondo è che siamo uno Stato semi-coloniale che vive un sistema che accentua i difetti, non li elimina. Purtroppo, abbiamo ‘allevato’, negli ultimi vent’anni, una classe dirigente totalmente deresponsabilizzata che di fatto non ha mai dovuto confrontarsi con una politica reale, con una politica con la ‘P’ maiuscola, poiché tutte le principali decisioni di politica monetaria, fiscale, di bilancio e di cambio era ed è gestita a livello sovranazionale”.
“Vent’anni di vincolo esterno portano a questo, a credere che la politica fosse occuparsi della pulizia dei parchi”, conclude.





